L’ora di ricevimento - Teatro della Pergola (Firenze)

Scritto da  Domenica, 03 Dicembre 2017 

Dal 21 al 26 novembre il Teatro Stabile dell’Umbria ha presentato al Teatro della Pergola di Firenze “L’ora di ricevimento” di Stefano Massini, con Fabrizio Bentivoglio e la regia di Michele Placido. Oltre due ore senza intervallo che ricordano i tempi d’oro del teatro, perché volano senza bisogno di colpi di scena o di grandi apparati scenografici. Delicato e graffiante ad un tempo, dipinge la vita frustrante di un insegnante di periferia che, di fronte a un melting pot senza armonia, scorre uguale da 32 anni: decisamente originale l’impianto e arguto il testo con una grande prova attoriale di Bentivoglio. Una visione che non regala buonismi né esasperazioni ma la difficile quotidianità della diversità in una condizione di fragilità socio-economica. Non c’è redenzione né condanna, forse una “saggia rassegnazione” che diventa una metafora universale della gioventù in periferia, non un quartiere ma una condizione esistenziale.

 

Teatro Stabile dell’Umbria presenta
Fabrizio Bentivoglio in
L’ORA DI RICEVIMENTO
(banlieue)
di Stefano Massini
regia Michele Placido
con Francesco Bolo Rossini, Giordano Agrusta, Arianna Ancarani, Carolina Balucani, Rabii Brahim, Vittoria Corallo, Andrea Iarlori, Balkissa Maiga, Giulia Zeetti, Marouane Zotti
scena Marco Rossi
costumi Andrea Cavalletto
luci Simone De Angelis
musiche originali Luca D’Alberto
voce cantante Federica Vincenti



Si è felici tutti allo stesso modo, ma infelici diversamente. Il detto è quanto mai vero per questa pièce che racconta lo spaccato di una banlieue francese di quelle dure, girata - verrebbe da dire con linguaggio preso in prestito dal grande schermo - tutta all’interno di un’aula malconcia come la scuola e i suoi insegnanti che qui si seppelliscono. Il mondo della scuola non è una novità per illustrare i disagi di una società ma questa volta ci sono una particolare arguzia e una sottigliezza psicologica, ironica e priva di giudizi morali che sorprendono. Tutto ruota intorno allo sguardo del professor Ardèche, alias Fabrizio Bentivoglio, che diventa il punto di vista dello spettatore al quale racconta la sua condizione.

Il monologo iniziale è forse la parte più convincente e interessante del testo, non privo di amarezze, lontano da tanti film sul tema con il lieto fine, anche nel caso di pregevoli lavori. Non c’è disfattismo né una rassegnazione placida: sembra al contrario una conquista realistica e matura che lo stesso Ardèche apprende da una sua allieva indiana che all’inizio avrebbe voglia di prendere a schiaffi, scuotere, separare da quella che lui chiama la “missionaria”, sua compagna di banco che, invece che stimolarla a lottare, la assiste condannandola per sempre a perdere.

In effetti il compito di un professore, che colpisce per umiltà, uomo consapevole della propria cultura e capacità che non si arrende senza però credere in un proprio potere salvifico, è quello di non perdere nessuno per strada e invece, immancabilmente, almeno un ragazzo se ne va, ogni anno. La classe diventa metafora della società che sarà, del futuro - che non c’è - con il suo microcosmo che restituisce la totalità: 13 alunni diventano personaggi, maschere, prototipi, contraddistinti da un soprannome che lo stesso professore assegna loro. Purtroppo lo sguardo implacabile degli altri, soprattutto di un’autorità, rende spesso intollerabile il personaggio che ci viene disegnato addosso e che talora ci condanna, come un allievo rimprovererà al professore alla fine, in un epilogo tra il sonno e la veglia. Il ragazzo invisibile diventa visibile, il pungolo di una coscienza, in un finale a sorpresa che resta aperto. Noi siamo lo sguardo degli altri, dei genitori prima e degli insegnanti poi, del capo quando sarà.

Il messaggio più duro che emerge è la frustrazione dell’impossibilità del cambiamento al di là della comunicazione: è questa la condanna atroce del XXI secolo, capire e comunicare non è sufficiente. La contestualizzazione è la banlieue di Les Izards, la più dura periferia multietnica di Tolosa, dove tra l’altro viene bruciata una sinagoga da parte di alcuni musulmani del quartiere. Interessante la posizione di grande onestà intellettuale del professore, di accoglienza e di raccordo tra le religioni, senza ideali aulici o un eccessivo ottimismo, che tenta di tracciare una via pratica di convivenza con la consapevolezza del dovere di provarci e del rischio di fallire.

Il professor Ardeche - afferma Fabrizio Bentivoglio - non prova entusiasmo davanti ai suoi alunni che lo osservano curiosi, piuttosto disincanto e cinismo. Non è una classe facile la sua: proprio a lui, lucido polemista, appassionato di Rabelais e Voltaire, è toccata la scuola della periferia” degradata, dove le frustrazioni e i problemi irrisolti dei genitori si rovesciano sui figli che a loro volta incontrano professori emarginati, probabilmente finiti nel dimenticatoio della ricerca, vittime a loro volta di un fallimento. I suoi allievi sono bollati, il Primobanco, il Fuggipresto, Panorama, Raffreddore. E poi, il Falsario, il Rassegnato, l’Invisibile, la Campionessa, il Missionario, il Cartoon, l’Adulto. Non ci sono segreti per un professore di trentennale esperienza: gli bastano pochi istanti per cogliere il carattere d’un alunno e sintetizzarlo in un nomignolo che gli calza a pennello. Una carrellata spassosa e curiosa che restituisce la modalità di interazione in un ambiente confinato e di disagio e le sue influenze su chi lo vive.

Attraverso l’ora di ricevimento del giovedì, dalle 11 alle 12, in brevi colloqui con madri, padri, fratelli, sorelle, assistenti sociali e improbabili affidatari, si scoprono le vite, i volti dei giovanissimi allievi, le loro paure e desideri, i loro piccoli incidenti scolastici, il dramma dell’esclusione sociale, ancor più tangibile fuori dalla scuola, che sembra essere l’unica trincea contro ogni forma di degrado. Per curiosità sappiamo (non in scena) che “Ardeche esiste, è una donna, un’insegnante - spiega Bentivoglio - della periferia francese. Massini l’ha conosciuta, questo testo nasce dai suoi racconti di scuola vissuta. Anch’io come Ardeche sono convinto che, nonostante tutto, la poesia aiuti a vivere meglio”.

La scenografia è scarna e dimessa, con una cattedra al centro che è il solo mobile di legno tra banchi grigi di plastica - raccontati dalla voce di Bentivoglio - muffe e tubi che perdono e che da anni attendono la visita di un idraulico. Sullo sfondo, dietro una imponente vetrata, un grande albero da frutto sembra assistere impassibile all’avvicendarsi dei personaggi, al dramma dell’esclusione sociale, ai piccoli incidenti scolastici di questi giovani apprendisti della vita. E il ciclo naturale della perdita delle foglie e della successiva fioritura accompagna lo svolgersi di ogni anno scolastico, suonando quasi come un paradosso davanti a quel mondo, esterno alla scuola, che di anno in anno è sempre più diverso.

Questo testo tratta il tema quanto mai attuale - interviene Bentivoglio - della convivenza, ci auguriamo tutti pacifica, con persone di altre etnie, con altri usi, costumi, modi di vestire, mangiare, pregare, che arrivano nel nostro territorio e che quindi bisogna imparare a conoscere, a capire veramente per poterci entrare in relazione. Le affinità sono tante, non fosse altro perché Ardeche ha 60 anni, che è più o meno la mia età. Noi generazione degli anni Settanta, che credevamo di fare la rivoluzione, di cambiare le cose, siamo portati a pensare che il mondo sia andato nella direzione che ci auguravamo, quando invece è andata in modo drammaticamente diverso. Ciononostante, Ardeche continua a predicare la bellezza e anch’io sono convinto, come lui, che ci sia, basta saperla vedere. Pur sapendo che è complicato tramandare la bellezza, Ardeche non riesce a non farlo, è più forte di lui”.

Dello spettacolo resta il senso profondo di impotenza perché le parole con le quali si costruiscono palazzi in questo mondo sono troppo fragili. Resta un dubbio sull’utilizzo dell’arabo e sullo sguardo sulla popolazione musulmana prevalente nello spettacolo. I personaggi parlano tunisino anche se non sembrano di tale provenienza geografica, sebbene le donne, tutte, usino l’espressione yalla mediorientale. Non so se sia voluto e non so se è per evidenziare un linguaggio non aulico come l’arabo classico. Quanto invece alla posizione che assume la religione musulmana, viene trattata sempre in modo esasperato ma non dallo sguardo del professore, piuttosto dai personaggi arabi. Ad esempio i divieti alimentari, che riguardano solo la minoranza sciita e non assolutamente quella sunnita prevalente in Francia. Anche l’episodio dell’aceto è sproporzionato: non è proibito dall’islam, almeno sui piatti caldi, e in generale ne è consentito l’uso. Ad esempio in Tunisia - e i personaggi parlano tunisino - l’imam lo ha consentito ufficialmente. Lo stesso dicasi delle foto. In Maghreb tutti si fotografano, anche le donne velate. E’ solo nei paesi del Golfo che vige questo divieto, ma i bambini possono essere ripresi.

 

Teatro della Pergola - Via della Pergola 30, 50121 Firenze
Per informazioni e prenotazioni: telefono 055/0763333, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 15.45
Biglietti: intero platea 34€, palco 26€, galleria 18€; ridotto Over 60 platea 30€, palco 22€, galleria 16€; ridotto Under 26 platea 22€, palco 17€, galleria 13€; ridotto Soci Unicoop Firenze (martedì, mercoledì) platea 26€, palco 19€, galleria 14€
Durata spettacolo: 2 ore circa, atto unico

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Matteo Brighenti, Ufficio stampa Fondazione Teatro della Toscana
Sul web: www.teatrodellapergola.com

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