L’Inquilino - Teatro Litta (Milano)

Scritto da  Domenica, 08 Maggio 2016 

La nuova produzione della compagnia LAB121 ha debuttato in prima nazionale dal 1 al 10 aprile al Teatro Litta di Milano; si tratta di “L’Inquilino”, uno spettacolo diretto da Claudio Autelli, il cui immaginario incontra quello dell'artista francese Roland Topor. L'incontro dei due autori racconta l'uomo, nelle sue paure, nelle sue vergogne e soprattutto nella sua fragilità. Quando l'assurdo diventa normalità non c'è logica che regga.

 

LAB 121 - Manifatture Teatrali Milanesi presentano
L’INQUILINO
tratto dal romanzo "L'inquilino del terzo piano" di Roland Topor
traduzione G. Gandini ©2004/2015 RCS Libri S.p.A. / Bompiani
adattamento e regia Claudio Autelli
con Alice Conti, Michele Di Giacomo, Giacomo Ferraù, Marcello Mocchi
scene Maria Paola Di Francesco
luci Giuliano Bottacin
suono Fabio Cinicola
assistente alla regia Lorenzo Ponte
organizzazione Monica Giacchetto, Camilla Galloni
comunicazione e promozione Cristina Pileggi
in coproduzione con Fondazione Campania dei Festival
in collaborazione con il Teatro del Cerchio di Parma

 

Si potrebbe dire una storia sbagliata quella di Trelkowski, una di quelle storie che alla Storia passano come leggende la cui fine cambia secondo il gusto del cantastorie, una di quelle storie che ai bambini non si raccontano, una di quelle storie da pettegolezzo da balcone a balcone, ''Se lo tenga per sé, mi raccomando, è proprio una brutta storia quella del signor Trelkowski'', ma chissà perché il ''sé'' è sempre più di uno.

Trelkowski impiegato, scapolo, paga in contanti, cappotto lungo e verde, capelli ben pettinati, nodo stretto alla cravatta. Il povero Trelkowski restò senza tetto e un colpo di fortuna, se così lo si vuol chiamare, lo portò dritto dritto nell'appartamento di Simonetta Choule, o forse sarebbe meglio dire nell'appartamento di proprietà del signor Zy ove abitava la signorina Choule.

Signor Zy, occhialetti sul naso, ben pettinato, scarno, curvo, a vedersi pareva un becchino, un becchino astuto, astuto quanto viscido. Sotto il nuovo appartamento di Trelkowski c'era un bar, che spesso frequentava anche Simonetta Choule, un bar che non serve caffè, solo cioccolata, che non ha Gauloise, solo Marlboro.

Simonetta Choule non era morta, era immobilizzata in un letto d'ospedale, capace solo di respirare. Tra le mille fasciature erano visibili sono gli occhi e la bocca se la spalancava. Le mancava un incisivo. Trelkowski la andò a trovare, Simonetta urlò appena lo vide.

Comincia l'inaugurazione del nuovo appartamento, amici, alcol e donne disponibili. Si cammina avanti e dietro, si spostano i mobili, si alza il volume della voce, Trelkowski è per la prima volta il re della serata, volano spruzzi d'alcol ed è bello sentirsi bagnati, è l'una di notte, la musica è ancora alta, pare non ci sia limite al delirio, quando all'improvviso si sente bussare.

E quel pugno iroso battente sulla porta suonava il tamburo della condanna di Trelkowski. Egli puzzava di alcol e aveva la cravatta snodata, aprì e alla porta ecco una vicina in vestaglia e pantofole, delirante per la rabbia… IL RUMORE!! Trelkowski venne dipinto dalla donna irata come un incivile, un delinquente, un maleducato, ''Questo non è un palazzo allegro!'' gli era stato detto, ''Ma è sabato sera, è normale invitare qualche amico'' rispose alla vicina, ma ella tornando nel suo appartamento glielo urlò che no, non era ''normale''.

Preso dallo sconforto e dall'umiliazione Trelkowski cacciò tutti dal suo appartamento. Quale spiegazione avrebbe dato al Signor Zy? Il Signor Zy apparve, come suo solito senza bussare, quasi si materializzasse dal nulla, guardò Trelkowski come si guarda uno studente che non ha svolto i compiti a casa ed inquieto Trelkowski supplica e promette che non accadrà mai più. Il Signor Zy perdona, ma non dimentica.

Un topo in trappola, non più un nuovo appartamento da vivere, bensì quattro mura in cui si incastonano gli occhi dei vicini, gli stessi vicini che gli sono entrati in casa rubandogli il passato.

Quella linea che divide psicosi e realtà è tratteggiata, come quella dipinta sulla carreggiata del sorpasso. Psicosi e realtà sono due automobili che non cessano di superarsi, dapprima l'una poi l'altra, incessantemente, sino a che chi è al volante non vede se stesso anche nell'altra vettura e si chiede se è avanti o indietro.

Trelkowski perso dentro se stesso, perseguitato, paranoico, in quello stato definito panico che nasce a fronte di pericolo reale o presunto, che domina sulla logica, che non nasce da riflessione.
E' panico. Senza che ci siano sufficienti spiegazioni, il panico irradia il corpo ? La mente? E se tra corpo e mente non ci fosse differenza nulla di me si salverebbe?
Panico. Io che non mi penso me stesso.
Trelkowski che indossa i tacchi alti della Choule, che veste con le vesti della Choule e al bar non servono il caffè e non hanno le Gauloise, solo cioccolata e Marlboro, proprio l'ordine della povera Simonetta Choule, la povera suicida senza incisivo sull'arcata superiore, lo stesso scomparso a Trelkowski durante la notte, queste mura si stringono sempre di più e i rumori si amplificano, è come essere osservati da un rapace mimetizzato in ogni angolo.

Trelkowski perde i suoi tratti somatici iniziali. Assistiamo alla distorsione di un volto e ci chiediamo se Trelkowski sia un folle o se folle l'hanno reso quegli avvoltoi di inquilini.

La normalità è un patto, una salda stretta di mano tra individui, una firma che non ha colore, un'alleanza. Una resa collettiva, una repressione di ogni insano istinto per il benessere comune. Una giusta e necessaria messa in manette, ma cosa succede quando qualcuno rompe il precario equilibrio? Quando le meschinerie del quotidiano suonano come la più terribile delle perversioni?

L’Inquilino diretto da Claudio Autelli è la resa in carne della fragilità di una mente, della dittatura di un pensiero fisso che avrà tragica fine. E' la dimostrazione di una sola verità, ovvero che essa risiede solo nell'occhio che guarda, nell'orecchio che sente, nella bocca che parla. L'ordine, la regola, il silenzio nel condominio, la paura di provvedimenti, la disciplina, l'assenza obbligata di allegria, sono tutti i disperati tentativi di nascondere l'assenza assordante di un equilibrio, di una vera realtà, di una vera verità. E se un impiegato, scapolo, con soli contanti, cappotto lungo e verde, capelli ben pettinati, nodo stretto alla cravatta squarciasse questo velo di Maya?

L'acclamatissima interpretazione è di Alice Conti, Michele di Giacomo, Giacomo Ferraù e Marcello Mocchi. Uno spettacolo dalla scenografia povera ma incisiva. Una suggestione tale da far tremare le poltrone rosse e un odor di follia che pian piano si diffonde, chi trattiene più a lungo il respiro?!

 

Manifatture Teatrali Milanesi, Teatro Litta - corso Magenta 24, 20123 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/86454545, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: da lunedì a sabato ore 20.30, domenica ore 16, mercoledì 6 aprile riposo
Biglietti: intero 21€, ridotti 15/11€
Durata: 1 ora e 40 minuti

Articolo di: Carla Nigro
Grazie a: Diana Belardinelli, Ufficio stampa Manifatture Teatrali Milanesi
Sul web: www.mtmteatro.it

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