L’indecenza e la forma - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Mercoledì, 15 Febbraio 2017 

Prima nazionale per “L’indecenza e la forma (Pasolini nella stanza della tortura)” di Giuseppe Manfridi, uno spettacolo di Marco Carniti con Francesca Benedetti e Sebastian Gimelli Morosini, con le musiche di David Barittoni, una Produzione Teatro di Roma - Teatro Nazionale, andata in scena al Teatro Argentina di Roma per una serata unica, lunedì 13 febbraio. Debutta uno spettacolo potente, viscerale, che tocca corde profonde, ruvide, scandalose, con un linguaggio diretto, violento e poetico ad un tempo. Lo stile e i temi sono quelli della tragedia greca dove l’enfasi non è aggiunta ma timbro naturale che sposa la forma tipica della natura: il sublime che è racconto cristallizzato in mito. Un’interpretazione forte, di grande preparazione, per un testo che è una confessione in stile declamato, di estrema complessità: il nodo ancestrale del femminino nella sua ambiguità e cura che strangola accanto alla colpevolezza del padre (Saturno che divora i figli). La tragedia e l’archetipo pasoliniano confermano la loro grande attualità.

 

Francesca Benedetti in
L’INDECENZA E LA FORMA
(Pasolini nella stanza della tortura)
di Giuseppe Manfridi
uno spettacolo di Marco Carniti
e con Sebastian Gimelli Morosini
musiche David Barittoni
si ringraziano per l’assistenza Paolo Amati, Alberto Brichetto e Valentina Celentano
Produzione Teatro di Roma - Teatro Nazionale
Prima nazionale

 

Ancora un viaggio nei gironi pasoliniani con “L’indecenza e la forma (Pasolini nella stanza della tortura)”, nuovo testo scritto da Giuseppe Manfridi, per la regia di Marco Carniti, con protagonista Francesca Benedetti. Un gorgo dal quale non si staccano lo sguardo e l’ascolto, che trascina in un vortice, come un volo in picchiata: un melologo dove la scrittura si fa musica e la musica si trasforma in grido di rabbia. Un fiume inarrestabile di parole e di immagini a comporre un affresco pasoliniano feroce e disperato sul rapporto distorto tra madre-padre-figlio.

Il testo si presenta con una struttura poetica dal ritmo densissimo: una sorta di monologo in versi liberi, direi “spezzati”, dove il linguaggio aulico si alterna con il romanesco delle borgate e la crudezza di un linguaggio iconografico sessuale, senza ritegno. Eppure quel parlare di sfinteri che diventano buchi neri che risucchiano tutto e di falli con un linguaggio militare in cui lo strumento di piacere diventa un’arma di tortura fa pensare alle simbologie classiche, al sacro che è anche maledetto, non ad un linguaggio triviale. Troneggia il femminile in un’incarnazione possente, resa bene dalla scelta dei physique du rôle dei due personaggi: la madre, amante, nutrice e carnefice che alla fine dice che tocca al figlio partorirla adesso, quella icona sessuale contemporanea definita mère bonne à baiser, con un linguaggio che non lascia nulla all’immaginazione, il vestito che scopre una spalla e una parte della schiena, in pesante velluto marrone, aperto ma non strappato e non semplicemente scollato.

Entrambi sono a piedi nudi e il figlio che appare prima di essere in scena con una sorta di invocazione, preghiera ed accusa insieme, firmata Pier Paolo Pasolini, è efebico, fragile, pur nella sua perdizione, da perso, alla quale la madre non riesce a sottrarlo né dalla quale riesce a proteggerlo. La scelta è impeccabile come la scena tutta concentrata su una piattaforma, strada, letto, ring che cambia colore con luci che sono candele e lampade, tra il sacro, il profano e il cimiteriale: luogo di godimento e tortura dove si ripropone il binomio eros e thanatos come inscindibile e lo stesso è declinato della vertigine madre-figlio e padre, così crudele da divorare i figli come Saturno.

Il testo difficile da recitare che costringe a non prendere né pause né quasi respiro, traccia un viaggio vorticoso nelle zone più infernali della vita di Pasolini e senza pudore entra nelle carni di quello che è stato il dato centrale della sua biografia: il rapporto con la madre e con il padre. E’ un triangolo familiare che dal momento stesso della creazione, il parto materno, delinea un destino di ostacoli emotivi capaci di scardinare la psicologia frantumandone la personalità e generando vuoto, solitudine e disperazione.

“L’indecenza e la forma” è stato definito un oratorio dissacrante sui rapporti ancestrali genitoriali e trovo assolutamente pertinente quell’ondeggiare tra la cura amorevole e la dominazione crudele, tipica della famiglia, che Pasolini, vittima, mette sotto accusa e che non è solo una critica generazionale ma un tema trasversale della civiltà. Sembra non ci sia nulla di alternativo alla famiglia, eppure questa è come la democrazia l’unica forma di governo accettabile e la peggiore. Il titolo stesso ripropone l’ambiguità dialettica che è la radice stessa della vita, l’unione e lo scontro di due anime che non si possono fondere, maschile e femminile. Una condanna necessaria e un’attrazione inarrestabile come fa notare la donna: anche l’omosessuale è attratto insaziabilmente dalla femmina e la divora, dove il mangiare, ancora una volta archetipo sacrale primitivo, è nutrirsi del nemico per metabolizzarlo, farlo proprio, quindi in qualche modo accettarlo, anche se sacrificandolo. Questa è una delle indecenze ma c’è anche la forma che sembra evocare armonia e musicalità.

Soprattutto nella prima parte, più fluida ed elegiaca, emerge chiaramente come vittima e carnefice siano legati a doppio filo e come Pasolini abbia intrecciato per sé queste due dimensioni, finché nella seconda parte sembra che l’incedere sia non di godimento, di gioia, quanto masochistico, come un bisogno irrefrenabile di sperimentare, di andare oltre, anche il proprio desiderio e appare come la prefigurazione dell’implosione finale, di un tragico destino. Un testo e uno spettacolo che fanno riflettere anche sulla potenza dirompente del teatro e della rappresentazione scenica collettiva.

 

Teatro Argentina - Largo di Torre Argentina 52, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06.684.000.346 (ufficio promozione) - 06.684.000.311 (biglietteria), mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Biglietteria: telefono 06/684000311 (ore 10-14/15-19 lunedì riposo), vendita on-line www.vivaticket.it
Orario spettacoli: lunedì 13 febbraio ore 21

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

Commenti   

 
#1 Grande TeatroGuest 2017-02-16 12:58
Raramente si verifica, in questi tempi, un incontro così felice come quello che ha generato "L'Indecenza e la Forma". Scritto da Giuseppe Manfridi, messo in scena da un regista asciutto, essenziale, incisivo come Marco Carniti interpretato da una Francesca Benedetti che ha saputo usare tutte le sue straordinarie qualità fisiche e vocali, rigidamente controllate, in una esplosione di sentimenti contrastanti: amore, odio, rabbia, tenerezza, sofferenza, disprezzo, feroce volgarità, soggiogando il pubblico che ha assorbito le profonde emozioni, come non si verificava più da molti anni, esplodendo in un applauso fragoroso che ci ha ricordato quelli della Callas o di Ella Fitzgerald Magnifico spettacolo che, purtroppo, il Teatro Argentina non ha degnamente onorato programmandolo per più serate. Aldo Giovannetti
 

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