L'importanza di chiamarsi Ernesto - Teatro Quirino (Roma)

Scritto da  Michela Staderini Mercoledì, 05 Marzo 2014 

Dal 25 febbraio al 16 marzo. Tutta l'ironia e la pungente critica all'alta società vittoriana che contraddistinguono la drammaturgia di Oscar Wilde sono in scena al Teatro Quirino di Roma nella sua commedia più famosa. Con la regia di Geppy Gleijeses, anche interprete principale, e le ottime interpretazioni di Lucia Poli e Marianella Bargilli, quest'ultima in un inconsueto (ma riuscito) ruolo maschile, “L'importanza di chiamarsi Ernesto” si presenta come uno spettacolo dalla messinscena classica e fedele allo spirito originario dell'opera. Una graffiante critica sociale mascherata da continui paradossi, battute e da tutti quei giochi di parole che sono il marchio di fabbrica di Oscar Wilde.

  

 

Teatro Quirino Vittorio Gassman presenta
L'IMPORTANZA DI CHIAMARSI ERNESTO
di Oscar Wilde – traduzione di Masolino D’Amico
con Geppy Gleijeses, Marianella Bargilli e Lucia Poli
e con Valeria Contadino (Gwendolen), Luciano D'Amico (Chasuble), Giordana Morandini (Cecily), Orazio Stracuzzi (Lane/Merriman), Renata Zamengo (Miss Prism)
proiezione scenica di Teresa Emanuele
costumi di Adele Bargilli
musiche di Matteo D'Amico
luci di Luigi Ascione
foto di Federico Riva
spazio scenico e regia di Geppy Gleijeses

 

 

 

Ci sono testi la cui brillantezza rimane vivida anche con il passare dei secoli. Nel caso de “L'importanza di chiamarsi Ernesto” gli anni trascorsi sono 119 ma non si può dire che l'opera di Oscar Wilde abbia perso smalto. Viva, chiara e ironica, ancora oggi il suo fascino è intatto.

 

Ultima delle sette commedie scritte da Wilde, “L'importanza di chiamarsi Ernesto” debuttò a Londra il 14 febbraio 1895 e registrò subito un inaudito successo. Lo scandalo che però poco dopo travolse l'autore, accusato pubblicamente di sodomia, ne causò l'immediata sospensione. La commedia non fu più rappresentata finché Wilde rimase in vita. Anni dopo però, quando tornò sulle scene e al successo, si rivelò una delle sue opere più rappresentate, per molti “la commedia più bella di tutti i tempi”.

 

Sicuramente è un testo dal meccanismo perfetto, colmo di battute fulminanti, dialoghi brillanti, paradossi e nonsense. I tratti tipici dello stile di Wilde trovano qui la massima concentrazione. Tutti i personaggi, non solo i protagonisti, si esprimono attraverso virtuosismi verbali, battute ciniche e sarcasmo e un grande pregio della nuova versione messa ora in scena da Geppy Gleijeses è proprio il voler rispettare l'impostazione data dallo stesso Wilde: una recitazione “assolutamente non farsesca e nemmeno realistica. I personaggi si scambiano le battute con naturalezza, in un botta e risposta continuo e spontaneo, senza che nessuno mostri di ritenere quanto detto spiritoso e senza cercare l'applauso. Ed è proprio questa disinvoltura a rendere tutto fluido e estremamente ironico. Gleijeses, grazie anche all'impeccabile traduzione di Masolino D’Amico che ben riesce a rendere tutti i giochi di parole, dirige uno spettacolo che rimane fedele all'originale per gusto, ambientazione e carattere, riuscendo così a conservarne intatta l'ironia e assicurando ritmo e piacere alla rappresentazione.

 

La trama, intricata da riassumere e a tratti al limite del paradosso, è un vortice di intrighi ed equivoci. Ci sono due uomini abituati alla bella vita, ognuno con una doppia identità, una per la città e una per la campagna; ci sono due giovani ereditiere, appassionate, frivole e caparbie, con il vezzo di sposare solo un uomo che si chiami Earnest; c'è una nobildonna, magistrale esempio di Lady vittoriana, che incarna tutta la rigidità e le regole sociali dell'epoca; c'è un'istitutrice che nasconde un vecchio segreto e un curato rigido ma corruttibile. Intorno, tutto un gioco di doppie identità, ambiguità e fraintendimenti, innamoramenti, comodi battesimi e morale aristocratica.

 

Le due ore di spettacolo scorrono piacevoli celando (ma non troppo) dietro le battute velenose e le argomentazioni più surreali un deciso attacco all'alta società dell'epoca, società per cui Wilde nutriva un sentimento di amore e odio: l'agognava, la criticava, ne faceva parte, ne fu impietosamente allontanato. “L'importanza di chiamarsi Ernesto” è una critica al marciume della società vittoriana con le sue rigide imposizioni sociali, l'ipocrisia, le buone maniere, il rincorrere l'apparenza, il moralismo formale. Un mondo che esaltava l’importanza di non fare niente, un mondo fatto di thè e tramezzini al cetriolo, di serate in cui anche solo fumare era un'occupazione. Wilde attaccava nascondendosi dietro battute e aforismi; l'alta società, inconsapevole, rideva di difetti e stereotipi in scena senza riconoscercisi.

 

Nel primo atto la scenografia è quasi inesistente. A rappresentare il salotto di Algernon ci sono solo un divano e delle poltrone mentre al centro, sul fondale nero, incombe un grande quadro raffigurante il martirio di San Sebastiano trafitto dai dardi, “come il destino crudele che trafisse Wilde”. Il secondo atto si svolge invece nel giardino della casa di campagna dove Cecily vive con Miss Prism. Un grande fondale riempie tutta la scena rappresentando un verde giardino, lussureggiante e misterioso. Da qui entrano ed escono i personaggi ed è carina l'idea di far muovere Miss Prism e il suo Curato dietro il fondale, nella loro passeggiata a due, facendoli apparire al pubblico come due graziose silhouette vittoriane.

 

Geppy Gleijeses, oltre a dirigere lo spettacolo, torna a interpretare dopo 13 anni il ruolo di John Worthing e lo fa con capacità e con la giusta indolenza del dandy, a tratti caricando forse inutilmente i toni. Marianella Bargilli è molto brava nel difficile ruolo maschile di Algernon (il vero alter ego dell'autore): il fisico androgino l'aiuta nel renderla credibile ma la sua interpretazione è leggera, misurata e convincente al punto giusto. Lucia Poli, Lady Bracknell oggi come 13 anni fa, è la personificazione della nobildonna tutta buone maniere e regole sociali, perfetta. Ottimo anche il resto del cast: Valeria Contadino (Gwendolen) e Giordana Morandini (Cecily) interpretano con convincente brio e naturalezza le due ragazze, determinate e vezzose. Renata Zamengo è una simpatica Miss Prism, prima (poco) severa istitutrice, poi seduttrice del curato (Luciano D'Amico), poi desolata colpevole di un vecchio errore e infine involontaria risolutrice di tutta la commedia. A Orazio Stracuzzi spetta invece la doppia interpretazione dei due maggiordomi di casa Moncrieff e casa Worthing e in entrambi i ruoli la sua fisicità e la compostezza davanti alle richieste più assurde dei due padroni hanno effetti decisamente comici.

 

Nel secondo atto qualcosa cambia e, in alcuni momenti, si percepisce qualche forzatura di troppo: nei toni eccessivamente insistiti, nei gesti e movimenti scenici esagerati, come a voler sottolineare battute e azioni che in realtà sono già chiare ed efficaci, nei trucchi (la parrucca quasi caricaturale del secondo maggiordomo). Qualche eccesso di troppo che male si confà a uno spettacolo il cu punto di forza è proprio nel voler rimanere fedele all'anima e allo stile originali. A parte questo, “L'importanza di chiamarsi Ernesto” è un classico del teatro sempre estremamente piacevole da rivedere e qui ben allestito.

  

Tournée dello spettacolo
Bellinzona dal 18 al 20 marzo
Lugo dal 21 al 23 marzo
Melzo 27 marzo
Saronno dal 28 al 30 marzo
Firenze dal'1 al 6 aprile
Cento 8 aprile
Cuneo 9 aprile
Monza dal 10 al 13 aprile
Palermo dal 9 al 18 maggio

 

 

Teatro Quirino - via delle Vergini 7, 00187 Roma
Per informazioni e prenotazioni:
botteghino 06/6794585, info 06/6783042, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario botteghino: dal martedì alla domenica dalle 10 alle 19
Orario spettacoli: da martedì a sabato ore 20.45, domenica ore 16.45 (giovedì 27 febbraio, mercoledì 5 e 12 marzo ore 16.45; sabato 15 marzo ore 16.45 e ore 20.45)
Biglietti: platea € 32 (ridotto € 27), I balconata € 26 (ridotto € 22), II balconata € 21 (ridotto € 18), galleria € 15 (ridotto € 12)
Durata spettacolo: 2 ore (incluso intervallo)



Articolo di: Michela Staderini
Grazie a: Paola Rotunno, Ufficio Stampa Teatro Quirino
Sul web: www.teatroquirino.it

 

 

Commenti   

 
#1 L'importanza di chiamarsi Ernesto - Teatro Quirino (Roma)Guest 2015-01-22 16:18
Questo articolo mi trova assolutamente d'accordo.
Nella mia opinione il blog http://www.saltinaria.it è redattoverament e come si deve, lo leggo sempre.
Bel lavoro davvero, a presto!
 
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