L'elogio della follia - Teatro Libero (Milano)

Scritto da  Daniela Cohen Lunedì, 31 Marzo 2014 

Testo non certo teatrale, che appartiene al linguaggio della filologia oppure della filosofia, fu scritto da un uomo vissuto tra la fine del 1400 e i primi del 1500 che, dopo la pubblicazione del suo testo, cominciò ad assistere ai roghi delle streghe, anche se non esiste alcun nesso tra le due cose se non un mero fatto di cronaca. Sto parlando de L’elogio della follia e di Erasmo da Rotterdam, un orfano sfruttato dai tutori che entrò in seminario semplicemente per tirare a campare ma che studiò molto, quanto basta per capire che molti cosiddetti uomini dotti in realtà non sapevano molto e producevano solamente confusione, non essendo in grado per esempio di comprendere il greco mentre ne spiegavano alcuni tra i massimi testi anche per motivi religiosi. Siamo al Teatro Libero di Milano che, dal 21 al 30 marzo, ha ospitato la compagnia diretta da Claudia Negrin e Michele Bottini, i quali hanno escogitato un sistema molto divertente e interessante, oltre che ben fatto, per reinventare su un palcoscenico alcuni tra i momenti migliori di quel testo antico e sempre attuale, impiantandovi alcuni sapori di Pirandello, Shakespeare e altri autori con effetti notevoli.

 

 

 

L'ELOGIO DELLA FOLLIA
da Erasmo da Rotterdam, Shakespeare, Pirandello e altri autori
regia Claudia Negrin e Michele Bottini
con Anna Di Maio, Claudio Gherardi, Marisa Miritello, Gabriele Amietta, Chiara Salvucci
costumi e scene Paola Arcuria
luci Alessandro Tinelli
produzione Skenè Company Milano

 

 

Appena entrati in sala si viene accolti da un bicchiere di vino bianco servito da due gentili signori, uno altro e magro e uno più paffuto e basso, entrambi in giacca bianca. Un minuto prima dell’inizio scompaiono dietro le quinte con bottiglie e bicchieri avanzati. Sono Claudio Gherardi e Gabriele Amietta, due degli attori della compagnia. Entra dunque una donna che presenta se stessa rivolgendosi agli spettatori che “sono pazzi” o forse solo “iniziati”. Indossa un lungo abito nero molto scollato, senza maniche e con uno scialle rosso fuoco di seta sulle spalle, ha un leggio davanti a sé e inizia il suo monologo. “Contro lo sdegno di Pluto nessuno può nulla… e io che di Pluto sono la figlia, avuta con Neotete, la Giovinezza, mia madre… non potrei io essere l’origine di tutto?”. Con grande sorpresa viene davvero raccontato il testo originale, pubblicato nel 1509 in Inghilterra dove Erasmo si era trasferito per insegnare teologia all’Università di Cambridge. Pochi anni dopo avrebbe pubblicato a Basilea il ‘Nuovo Testamento’ in greco originale per rientrare infine nei Paesi Bassi da dove proveniva.

 

Curiosamente, il suo Elogio ebbe un successo che lo sbalordì, anche perché lo aveva scritto per puro divertimento come saggio nel giro di una settimana appena, in compagnia di un amico di cui era ospite, Tommaso Moro, grande letterato. Il testo conteneva numerosi doppi sensi e lo stesso titolo potrebbe significare anche ‘L’elogio di Moro’ tanto che, in una dedica scritta per l’amico, Erasmo sottolineò quanto il libretto fosse una satira creata nel periodo di malattia e noia forzata e che neppure immaginava di pubblicarlo né tantomeno di vederselo tradotto in altre lingue con un successo crescente e dirompente. Difatti il testo mette in luce il mondo contemporaneo, l’infinita misoginia dell’epoca e fa parlare una donna perché possa prenderle in giro tutte, parlando pure male di altri. L’attrice che impersona la Follia, autentica protagonista, riesce magistralmente a incarnare tale figura: “Qui in terra, gioia e felicità esistono grazie a me, quel zinzin di pazzia… Abbandonarsi alle passioni e lasciare la ragione, ecco il bello della vita…”.

 

E’ facile farsi stregare da questa follia interpretata da Marisa Miritello. “Alla ragione sono opposti l’Ira e la Concupiscenza, contro queste due potenze cosa può la Ragione? Io ho consigliato Zeus di creare la donna” si vanta ora la bella figura. “Come piacere? Con una donna, per la sua follia…” ma entra una bella ragazza bionda, chiaramente ubriaca, barcolla e ha un bicchiere in mano. La Follia scompare e lascia il palco alla giovane donna, Chiara Salvucci. “Chi sono io? Soltanto le pazze hanno il privilegio di dire in faccia tutte le cose… io devo scapparmene da qua, via da tutti, anche da me stessa. Non posso più essere così! La mia vita? Fuggire da me stessa. Essere, è niente. Essere è farsi e io mi sono fatta, strafatta… dammi i tuoi ricordi!”. Al termine del monologo malinconico, rientra la Pazzia e commenta: “Hanno finito questi mortali? Continuo? Parliamo di matrimoni assurdi, ahahah”. Diciamo che ora si capisce che i racconti estratti dal testo originale saranno interrotti da siparietti vari e il prossimo vede una donna in bigodini, che stira in vestaglia con una radio accesa a palla.

 

Questa attrice riesce in un monologo che, sinceramente, perfino per il tono di voce, ricorda la grandissima Franca Rame e le sue figure di donne sfortunate. Questa è molto ben disegnata e dimostra il talento dell’artista, Anna Di Maio. La donna frustrata, racconta di un’avventura con un ragazzo più giovane, lei sposata a uno che la tiene chiusa in casa e non l’ha mai fatta sognare, beve il Fernet e si era perfino tagliata le vene… Al termine di questo monologo dalle tinte comiche e noir, rientra la Pazza che spiega cos’è la pazzia e come formi le amicizie. La interrompe un vecchio in impermeabile, Claudio Gherardi, che si dichiara pazzo perché questo dicono gli altri di lui. “Sto facendo il pazzo ma non ne posso più… l’amor proprio serve… ognuno si lusinghi con adulazione prima di piacere ad altri. La felicità è contentarsi di ciò che si è. Premura della Natura, con l’amor proprio diede il più grande dei doni”. Se ne va ed entra un tipo alto, giovane, con gli occhiali e racconta: “il mio psicanalista si è buttato dalla finestra, voleva suicidarsi ma era andato al primo piano. Lui abita al settimo, ha sceso le scale, ha suonato all’inquilino del primo, ha attraversato la sua casa, ha aperto il balcone e si è buttato nel giardino della signora di sotto, rovinandole due roseti e rompendo un vaso”.


Gabriele Amietta racconta una storia esilarante e assurda, davvero folle e divertente. C’è molto su cui riflettere e direi che lo spettacolo va visto e gustato con attenzione. Avremo anche un intermezzo shakespeariano con Ofelia, che ricorda come abbia perso la ragione per il dolore. Attraversando i momenti di lettura centrale a cavallo tra il Medioevo e il Rinascimento che ci regala Pazzia, per ultimo si presenterà col suo vero nome: “E’ Morìa, la femmina che vi ha parlato… Io devo concludere, che diluvio di parole. Odio i commensali con buone maniere…” e finirà tra gli applausi ben meritati all’intera compagnia.

 

 

Teatro Libero - via Savona 10, Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/8323126, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal lunedì al sabato ore 21, domenica ore 16
Biglietti: intero € 19, under 26 € 15, over 60 € 11, allievi Scuola Teatri Possibili in corso con carta TP CARD € 6 (prima rappresentazione € 3,00)


Articolo di: Daniela Cohen
Grazie a: Serena Lietti, Ufficio stampa Teatro Libero
Sul web: www.teatrolibero.it

 

 

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