L'Arte dell'Incontro - Teatro Sala Umberto (Roma)

Scritto da  Mercoledì, 27 Febbraio 2013 

Dal 14 gennaio per quattro lunedì, fino al 25 febbraio, è andato in scena al Teatro Sala Umberto di Roma lo spettacolo “L’Arte dell’Incontro” con protagonista Maurizio Fabrizio e i seguenti ospiti musicali: Albano e Roby Facchinetti, Michele Zarrillo, Fabio Concato e Angelo Branduardi. Quando la musica di qualità sposa il contesto raccolto ed elegante del velluto rosso di una sala teatrale, il connubio che ne risulta è di estrema raffinatezza e di piena godibilità.

 

 

 

  

 

 

 

 

 

Leart’ World Music presenta
L’ARTE DELL’INCONTRO
spettacolo di teatro-canzone di e con Maurizio Fabrizio
con Katia Astarita
e con la partecipazione straordinaria di Angelo Branduardi
musiche eseguite dal vivo da
Maurizio Fabrizio - chitarra
Luigi Cappellotto - basso
Ellade Bandini - batteria
Emiliano Begni - pianoforte

 

Nell’avvolgente e intima atmosfera del Teatro Sala Umberto, è andato in scena “L’arte dell’incontro”, quello che, con un termine che può sembrare anacronistico ma che ben definisce la qualità dell’evento, ci piace chiamare un “recital”. Uno spettacolo di teatro/canzone con protagonista uno dei più noti compositori e arrangiatori della scena musicale italiana, Maurizio Fabrizio.

L’espressione del titolo è una frase presa a prestito da un album di Vinicius de Moraes del 1969 che – dichiara il musicista - “meglio di ogni altra sintetizza il senso della mia musica, frutto sempre di importanti collaborazioni”. Un evento programmato in quattro serate che ha già visto la partecipazione di Roby Facchinetti e Albano, Michele Zarrillo, Fabio Concato e che questa sera vede ospite, graditissimo, Angelo Branduardi.
Accompagnato dalla voce suadente, nel canto e nei racconti degli incontri d’artista, di Katia Astarita (sua compagna anche nella vita), Maurizio Fabrizio regala al pubblico una performance di grande qualità artistica, di ricercata espressione musicale e di elegante valenza scenica.
Insieme a lui sul palco, a ripercorrere le suggestioni intime e raffinate che caratterizzano i suoi famosissimi pezzi musicali, i musicisti che - con discreto orgoglio - egli definisce gli amici di sempre: Luigi Cappellotto al basso, Ellade Bandini alla batteria e la new entry Emiliano Begni al pianoforte.
Lo spettacolo si snoda lentamente con eleganza e grande rigore artistico nel racconto della genesi delle canzoni, piccoli capolavori considerati perle della musica italiana, e degli incontri che hanno portato il compositore a sodalizi artistici indissolubili e di grande successo.
Canzoni d’autore come “Almeno tu nell’Universo”, composta molti anni prima insieme a Bruno Lauzi, autore del testo, e portata al successo da Mia Martina in una memorabile, intensa e sofferta interpretazione al Festival di Sanremo del 1989. Poi “Storie di tutti i giorni” presentata al festival di Sanremo da Riccardo Fogli e con la quale vinse l’edizione del 1982; una canzone dall’origine complessa, nata da una composizione sinfonica da cui è stata estrapolata una cellula melodica resa autonoma e compiuta, un processo creativo laborioso che ha dato valore ad un’idea musicale divenuta una canzone di riconosciuto successo. Poi “Sarà quel che sarà” canzone che vinse, l’anno successivo, nell’interpretazione di Tiziana Rivale.
L’esperienza di Sanremo è un elemento ricorrente nella carriera di Maurizio Fabrizio; ha partecipato al Festival varie volte e in vesti spesso diverse: come autore, compositore, arrangiatore ed anche, una sola volta, come interprete. Addirittura, rivela, come elemento del coro dei 4+4 di Nora Orlandi, storica presenza del Festival nel periodo a cavallo tra gli anni 60 e gli anni 70.
Con contenuta soddisfazione e con un accenno al ricordo nostalgico, Maurizio passa a raccontare di un incontro di grande valore artistico che fu quello, che avvenne nel 1982, con Toquinho. Da questo incontro, e dall’unione di due piccoli frammenti di brani scritti da ognuno e che sembrarono sposarsi perfettamente tra loro, nacque quella che diventò una delle canzoni più famose e più popolari della musica brasiliana, oltre che italiana: “Acquarello”.
La grazia e la delicata presenza scenica di Katia Astarita ci ricorda che, per uno strano equivoco, si attribuisce la scrittura del testo di questa famosissima canzone a Vinicius de Moraes, mentre in realtà il testo è di Guido Morra, storico paroliere di quasi tutte le composizioni di Maurizio, questa sera presente in sala.
La collaborazione con Toquinho continuò poi con la realizzazione un altro pezzo “Bella la vita”, brano che dà il titolo all’album uscito recentemente e inciso insieme a Katia Astarita. Un disco in cui le due voci, così come avviene ora sul palco, vengono usate in parallelo conferendo così ai brani un sound molto particolare anche per la scelta di un’orchestrazione minimale, semplice ed essenziale.
Altre collaborazioni, non meno importanti - continua nel suo racconto Fabrizio - e tutte segnate da “slanci e da passioni forti”, sono state quelle realizzate con Mina, Mia Martini, Patti Pravo, Rossana Casale, Giorgia. Ascoltiamo “Brividi”, uno dei brani più conosciuti di Rossana Casale, e una straordinaria esecuzione, dove emerge la classe interpretativa della Astarita, di “Strano il mio destino” con le parole di Giorgia. E poi “Vai, Valentina” di Ornella Vanoni, che - racconta Maurizio - rifiutò di interpretare “Almeno tu nell’Universo” e “I migliori anni”; segno di come “le canzoni vivano comunque di vita propria, sanno quale strada scegliere…”. Un po’ come fu per “Un’emozione per sempre” scritta per Alex Baroni; doveva essere il singolo per l’album che Baroni stava ultimando e che purtroppo rimase incompiuto per la sua prematura e tragica scomparsa. Qualche anno dopo Eros Ramazzotti la consacrò al successo.
Si arriva al momento tanto atteso dal pubblico. Questa serata è dedicata ad un lungo e proficuo sodalizio professionale, nonché – come è inevitabile che accada quando la sintonia artistica consolida affinità e affetti – ad una solida e ormai ultra-decennale amicizia, quella con Angelo Branduardi. E’ questo l’elemento che Maurizio Fabrizio, con il garbo che lo contraddistingue e con quel suo particolare modo elegante di porsi verso il pubblico e verso i colleghi, evidenzia come un aspetto per lui estremamente importante. Come, del resto, tiene anche a sottolineare Branduardi stesso non appena invitato – accolto da un calorosissimo applauso – sul palco: “Qualcuno pensò che potessimo avere un’empatia, e non sbagliò. L’empatia fa si che io so cosa lui farà, e lui sa cosa io farò”.
Con un’inaspettata verve particolarmente ironica, un insolito e simpaticissimo Branduardi gioca e duetta con l’amico nel racconto di aneddoti e ricordi che li hanno visti protagonisti insieme fin dai tempi del Conservatorio.
Il menestrello, che deve la sua popolarità alla famosissima “Alla fiera dell’est”- subito invocata dal pubblico - ci delizia invece con una intensissima “La Ballata del Tempo e dello Spazio”. Fa precedere la sublime esecuzione da una profonda riflessione sul senso di questi due importanti, astratti, elementi. Affascina Branduardi nelle sue narrazioni, in cui si capisce e si percepisce quanto sia profonda la sua fede in ciò che narra e in ciò che canta “Il tempo e lo spazio sono quantità infinite, sono un lusso… la musica è il lusso dell’anima. La musica non è qui ed ora, ma – come lo spazio e il tempo – è infinita, non si tocca, e poiché è l’arte più astratta è la più vicina a Dio..”. Una canzone che davvero rapisce in un altrove, che evoca nuove atmosfere, e che realizza l’augurio rivolto al pubblico prima dell’esecuzione: “che vi porti via nello spazio e nel tempo, in un altro luogo e in un altro momento”.
Momento altissimo, intensa suggestione ed emozione pura, suscita all’intera platea l’esecuzione di “Confessioni di un malandrino”. Il testo è di un poeta russo, Sergej Esenin. Branduardi ne narra una breve, e lo fa quasi scusandosi per il tema triste, presentazione. Invita a porre attenzione agli ultimi versi scritti con il sangue dal poeta che morì suicida: “voglio essere una gialla velatura, gonfia verso un paese senza nome”. Restiamo incantati dalle note e dalle parole di questa poesia in musica, con Maurizio alla chitarra che accompagna l’esecuzione in una performance davvero da brividi.
Branduardi lascia il palco. Salutato calorosamente, calorosamente si congeda (stasera è davvero empatico) e nel pubblico si avverte un sottile senso di delusione per l’esiguo numero delle sue esecuzioni, solo due canzoni.
Si torna alle altre collaborazioni, quella con l’amico di sempre, Albano, del quale Maurizio elogia le grandi qualità umane. Ed ecco “E’ la mia vita”. Passa al racconto della particolarità di “Che fantastica storia è la vita”, realizzata in collaborazione con Antonello Venditti, brano che nasce su una musica che doveva essere solo strumentale e che ripete una piccola melodia su armonie che cambiano continuamente.
“I migliori anni della nostra vita” è un titolo, racconta piacevolmente la Astarita, che Guido Morra prese a prestito dal titolo di un film americano degli anni 40. Insieme, Morra e Fabrizio, diedero luce ad un brano indimenticabile, dando una sferzata alla ripetività del ritornello con una frase importante “stringimi forte, che nessuna notte è infinita” e che venne consacrata al successo dall’amico Renato Zero.
Si avvicina il finale con “Notturno”, una canzone che fu scritta per Mia Martini e che non ebbe il successo che forse meritava. Questa volta Maurizio Fabrizio firma, insolitamente, anche il testo, un testo che “riassume la vena malinconica che è la caratteristica delle mie musiche”.
Affascina Maurizio Fabrizio nel raccontare con pacatezza e signorilità la genesi di ogni canzone. E’ una domanda, quella di come nasce una canzone, che spesso gli viene sottoposta. E la risposta è da vero, grande artista. Ritiene che le canzoni “siano già nell’aria, il compositore deve captarle e tradurle in qualcosa di concreto, ma che già esiste”. E’ una genesi gioiosa, e dice di non saper comporre quando è triste, ma solo se immerso nella gioia. Sottolinea, e dice di stupirsene ogni volta, la potenza assoluta della musica, che supera barriere, unisce tutti, fa incontrare le persone, le fa innamorare, sono i nostri ricordi, la nostra nostalgia. Un tributo davvero devoto - quello di stasera - alla “forma d’arte più vicina a Dio”, la musica.
Grande sintonia sul palco, un’intesa che alla platea traspare netta ad ogni esibizione in cui la Astarita, seduta di tre quarti su uno sgabello, sembra cogliere - nello sguardo che costantemente rivolge al suo compagno - l’energia e il giusto calibro interpretativo. Un’interpretazione che si distingue anche per un’originale gestualità del movimento delle mani che sembrano vibrare e cogliere nell’aria quella forza delicata che contraddistingue le composizioni musicali eseguite. Una presenza scenica davvero apprezzabile, delicata e importante.
Moltissimi gli spettatori che hanno voluto salutare, a fine spettacolo, i protagonisti di questa serata davvero emozionante e di alto livello artistico. E gli artisti si concedono felicemente al pubblico che, con discrezione, accede ai camerini. Troviamo ancora Branduardi, stasera davvero in vena, che aveva lasciato il palco più di mezz’ora prima e che, con piacevole sorpresa degli spettatori qui accorsi, non ha lasciato invece il teatro prima di concedersi ai saluti di chi ha voluto omaggiarlo ancora.
Omaggi e sinceri complimenti, anche da parte di molti giovanissimi, a tutti i musicisti, a Maurizio Fabrizio e all’armonia della valente presenza scenica di Katia Astarita.

 

Teatro Sala Umberto - via della Mercede 50, Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6794753
Orario botteghino: dal lunedì al sabato 10.30-19, domenica 10.30-17


Articolo di: Isabella Polimanti
Grazie a: Silvia Signorelli, Ufficio stampa Teatro Sala Umberto
Sul web: www.salaumberto.com

 

 

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