L’anno del pensiero magico - Teatro Palazzo Santa Chiara (Roma)

Scritto da  Giovedì, 26 Aprile 2012 
L'anno del pensiero magico

La direzione sensibile ed appassionata di Luciano Melchionna e l’interpretazione drammatica e composta, viscerale e lucida, di una straordinaria Stefania Rocca portano in scena, in una simbiotica empatia tra regista ed attrice, il dolente romanzo autobiografico della giornalista e scrittrice americana Joan Didion, in cui si intrecciano inestricabilmente l’aspro e lacerante percorso di elaborazione del lutto e l’innalzarsi di un’ultima, commossa e disperata dichiarazione d’amore.

 

 

L'ANNO DEL PENSIERO MAGICO

di Joan Didion

con Stefania Rocca

regia Luciano Melchionna

 

"La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita." Questa la constatazione ex abrupto con cui si aprono sia il romanzo che la sua trasposizione scenica, segnando il punto di partenza di un coinvolgente viaggio emotivo e di una riflessione intrisa di consapevolezza, dolore ormai profondamente interiorizzato, insopprimibile e pervicace attaccamento all’esistenza.

Joan Didion, scrittrice, sceneggiatrice e giornalista esaltata dalla critica per l’eleganza della sua prosa e la poliedricità della sua ispirazione capace di spaziare con risultati altrettanto convicenti dalla narrativa alla saggistica, aveva trascorso quarant’anni di inseparabile sodalizio affettivo e professionale con John Gregory Dudde, anche lui scrittore, saggista e sceneggiatore, con cui costituì una delle coppie più celebri ed inossidabili del gotha letterario americano.

Accade però che improvvisamente la routine quotidiana, con le sue piccole gioie e le sue inevitabili e fastidiose asperità, si infranga in una miriade di frammenti, impossibili da ricomporre. Joan e John la sera del 30 dicembre 2003, di ritorno dall’ospedale dove ormai da tempo la loro unica ed amatissima figlia Quintana combatte una lotta disperata nel reparto di terapia intensiva contro una violentissima influenza tramutatasi in polmonite e shock settico, cercano di ritagliarsi qualche ora di serenità domestica ed armonia tra un caminetto accesso, un bicchiere di whisky e una gustosa cenetta preparata con cura e dedizione. Proprio mentre sta condendo l’insalata, Joan pone una semplice domanda a suo marito, che non riceve però alcuna risposta: l’uomo viene stroncato da un feroce attacco cardiaco, cade riverso sulla tavola e poi sul pavimento in una pozza scura di sangue; la corsa in ambulanza al più vicino ospedale e i febbrili sforzi per rianimarlo si riveleranno sterili tentativi di scongiurare l’inevitabile. Da questo tragico evento si dipana un tortuoso sentiero esistenziale lungo il quale Joan, deprivata del suo insostituibile pilastro, guida ed unico amore, attanagliata da una solitudine incombente e senza margini di scampo, dovrà iniziare a camminare con i propri passi, cercando al contempo di mantenere l’equilibrio e la forza spirituale necessari per sostenere la figlia in bilico tra la vita e la morte.

Per sfuggire al gorgo vorticoso della follia Joan affiderà alle pagine del romanzo autobiografico “L’anno del pensiero magico” i suoi stati d’animo più inconfessabili, gli istanti di estrema fragilità e debolezza (che non vengono compresi dalla vasta pletora di parenti ed amici che la circondano e la reputano invece una donna forte e incrollabile), il suo irrazionale aggrapparsi con tutte le proprie forze alla speranza che prima o poi John ritornerà. Da qui il titolo del testo letterario, legato alle credenze tradizionali dal sentore vagamente animistico secondo le quali, pensando intensamente a qualcosa, il desiderio si realizza per magia: a nulla servirà la fervida, assurda e cieca convinzione che tutto possa risolversi e le scarpe del defunto marito, conservate gelosamente in quanto gli sarebbero state utili alla sua ricomparsa, rimarranno dei totemici feticci del dolorosissimo processo di elaborazione del lutto.

Dall’opera narrativa è stato poi tratto, grazie all’entusiasmo del produttore Scott Rudin, alla regia di David Hare (sceneggiatore de “Il danno” e “The hours”) e alla collaborazione della stessa Didion, il pregiato monologo andato in scena nella suggestiva cornice del Palazzo Santa Chiara: dopo essere stato interpretato da Vanessa Redgrave a New York e da Fanny Ardant a Parigi, questo frammento di pura e cristallina emozione giunge sui palcoscenici italiani, incarnato dall’affascinante, eclettico, versatile e coinvolgente universo artistico di Stefania Rocca, attrice tra le più talentuose e ricercate che il panorama teatral-cinematografico nostrano possa vantare, ed impreziosito dalla personalissima ed inconfondibile cifra stilistica del regista Luciano Melchionna.

Il risultato è un vigoroso colpo inferto nelle viscere dello spettatore, schiudendo però allo stesso tempo degli imprevedibili spiragli di speranza per il futuro: attraverso uno stile drammaturgico che rifiuta recisamente il patetismo, l’approccio melodrammatico, l’ostentazione della sofferenza nell’affrontare la morte e la malattia, viene delineato con impetuosa potenza espressiva il ritratto di una donna dalla nobilissima dignità che racconta con sincerità e schiettezza la propria esperienza, nella ferma convinzione che possa costituire un bagaglio di cui fare tesoro, poiché “prima o poi capiterà anche a voi” profetizza con mesta certezza la Didion.

Lo spazio raccolto ed avvolgente del Palazzo Santa Chiara rappresenta la cornice ideale per questa messa in scena: nessuna concessione decorativo-scenografica, protagonisti unici e incontrovertibili sono i drammatici episodi di un doloroso anno di vita e la generosissima e vibrante interpretazione di Stefania Rocca, un trench rosso, trucco naturale, una semplice sedia che si erge all’altezza del palcoscenico ponendola in una posizione privilegiata dalla quale si rivolge in tono familiare e confidenziale al pubblico; il sipario rimarrà serrato per l’intera durata della rappresentazione per poi schiudersi improvvisamente negli istanti conclusivi, mettendo in atto un guizzo registico geniale (è opportuno non svelarlo in tutti i suoi dettagli per conservare l’effetto sorpresa) che chiuderà il cerchio di questa struggente esperienza biografica.

Una travolgente cascata di ricordi, riflessioni, parole che, dietro l’impervio cammino di superamento del lutto, di un’assenza atroce e soffocante, nasconde in realtà una straordinaria affermazione del desiderio di vivere sempre e nonostante tutto, affrontando le prove decise dal destino con coraggio e senza indulgere nell’autocommiserazione, nonché una commovente, originale, estrema e potentissima dichiarazione d’amore.


Palazzo Santa Chiara - piazza di Santa Chiara 14, Roma

Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6875579

Orario spettacoli: venerdì e sabato ore 21, domenica ore 18    

Biglietti: da 22€ a 15€

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Silvia Signorelli, Ufficio stampa Teatro Palazzo Santa Chiara

Sul web: www.palazzosantachiara.it

 

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