Come va a pezzi il tempo / Dove tutto è stato preso / Heretico - Kilowatt Festival 2018 (Sansepolcro, AR)

Scritto da  Martedì, 14 Agosto 2018 

Il reportage di SaltinAria dalla XVI edizione del Kilowatt Festival prosegue con tre spettacoli andati in scena giovedì 19 luglio: “Come va a pezzi il tempo” di Progetto Demoni, “Dove tutto è stato preso” di Bartolini/Baronio ed “Heretico” della compagnia Leviedelfool.

 

COME VA A PEZZI IL TEMPO
di e con Alessandra Crocco, Alessandro Miele
una co-produzione Progetto Demoni, CapoTrave/Kilowatt, Infinito Srl
prima assoluta
Abitazione privata, dal 13 al 21/07 ore 17/18/19, 3 repliche per 4 spettatori alla volta - durata 35’

DOVE TUTTO È STATO PRESO
drammaturgia Tamara Bartolini
regia e interpretazione Tamara Bartolini, Michele Baronio
scene e paesaggio sonoro Michele Baronio
collaborazione al progetto, assistente alla regia, foto, grafica Margherita Masè
collaborazione artistica Fiora Blasi, Alessandra Cristiani, Gianni Staropoli
suono Michele Boreggi
concept video Raffaele Fiorella
una produzione 369 gradi
coproduzione Teatri di Vetro Festival/Triangolo Scaleno Teatro
residenze teatrali Residenza Idra, Armunia, Teatro Crest, Dracma Teatro, Carrozzerie n.o.t, Teatro del Lido di Ostia
progetto vincitore del bando Cura 2017
spettacolo selezionato dai Visionari
Teatro alla Misericordia, 19/07 ore 20.30 - durata 60’

HERETICO
regia e drammaturgia Simone Perinelli
con Claudia Marsicano, Elisa Capecchi, Daniele Turconi, Simone Perinelli
aiuto regia e organizzazione Isabella Rotolo
musiche originali Massimiliano Setti
disegno luci e scene Fabio Giommarelli
progetto audio e tecnico del suono Niccolò Menegazzo
costumi Labàrt Design
foto di scena Manuela Giusto
un ringraziamento per la disponibilità e i suggerimenti a Roberto Castello
una produzione Leviedelfool, Gli Scarti/FuoriLuogo
coproduzione Fabbrica Europa, Armunia, Teatri di Vetro/Triangolo Scaleno Teatro
Chiostro di Santa Chiara, 19/07 ore 23 - durata 85’

 

Da qualche tempo m'interrogo (e, a dir la verità, qualche risposta me la sono data) sull'efficacia delle storie in sé come meccanismo narrativo, dove per storia intendo la narrazione più o meno sequenziale di una serie di fatti collegati da un nesso di causa-effetto tra loro. La domanda che mi pongo sempre più spesso è: può, una bella storia, bastare a se stessa? Può, cioè, prescindere da un significato ulteriore emergente dai fatti narrati? Può, in definitiva, rinunciare ad avere un tema e, per così dire, limitarsi a offrire una sequenza di fatti interessanti, ben scritti, ben agiti, ben ambientati, dalla giusta atmosfera, con i punti di svolta e i colpi di scena al posto giusto, realmente sorprendenti e al tempo stesso inevitabili? Questa domanda me la sono riproposta anche in occasione di “Come va a pezzi il tempo” di Progetto Demoni, spettacolo site-specific per quattro persone alla volta, ospitato in una piccola casa del centro su più piani. L'idea è quella di far immedesimare lo spettatore in una sorta di "telecamera temporale", testimone dei passaggi chiave della storia di una coppia infine scoppiata. In tal senso si giustifica la scelta di una garbata ma assoluta mancanza di interazione tra attori e testimoni e la recitazione che ha volutamente del rigido, come se in realtà lo spettatore non stesse assistendo tanto alle scene nel loro svolgersi, ma al ricordo che la casa, ormai abbandonata, conserva di quelle scene. Probabilmente, nel complesso, la scelta paga (complice anche la breve durata dello spettacolo), tuttavia ecco che, dopo i primi minuti, comincia a risuonarmi nella testa quella domanda e la sensazione che una storia non può dirsi ben raccontata se non è espressione di un tema, di una questione (non argomento) unificante che con la storia s'intende esplorare.

Alla storia come espediente narrativo rinuncia invece completamente “Dove tutto è stato preso” di Bartolini/Baronio, frutto - oltre che delle esperienze personali della coppia di performer - anche di interviste e di contributi tratti dai laboratori condotti dai due artisti. Uno spettacolo intimista che procede per accumulo paratattico, questa volta sì caratterizzato da un tema: la dualità della casa come protezione dal/correzione del mondo, che può però diventare una prigione e persino una condanna a morte (si vedano le testimonianze provenienti da Taranto). Tematicamente, la scena viene smontata o costruita di volta in volta, mentre i due attori interpretano, anzi sono, in definitiva, se stessi (c'è un intero, lungo segmento che sembra rifarsi molto da vicino agli ultimi spettacoli di un altro duo scenico, Deflorian/Tagliarini). In questo caso non c'è narrazione, ma arrovellamento su un tema, affrontato da punti di vista, toni e atmosfere diversi. Nonostante la varietà e la spettacolarità di molte soluzioni sceniche, la sensazione è che troppo venga affidato alla parola, in una sorta di flusso di coscienza talvolta a due voci (ma con poco dialogo) che, in assenza di conflitti (anche quando ci sono due voci, non c'è mai contrasto tra esse, al massimo c'è un tornare indietro della stessa voce) rischia di attorcigliarsi su se stesso senza condurre davvero a qualcosa, affidandosi esclusivamente alla sensibilità e al vissuto personale di chi assiste. Strada legittima, che esce fuori dal seminato, ma - per l'appunto - rischiosa.

Anche “Heretico” rinuncia alla storia, adottando però una struttura "a quadri ricorrenti" (paragonabile, se vogliamo, a quella di “Almost dead” del giorno precedente). Obiettivo dichiarato dello spettacolo è operare una netta distinzione tra il dogma e il sacro, tra la religione per come viene codificata (e che alcuni seguono, altri rigettano) e l'afflato spirituale (tendenzialmente universale). Parafrasando il tema dello spettacolo precedente, l'uomo ha creato la religione per proteggersi, per cercare una risposta alle sue domande e angosce - sembra dirci Perinelli - ma questa casa spirituale si è trasformata (non poteva non trasformarsi) in una prigione, che è necessario abbattere se si vuole avere la speranza di tornare alla sostanza delle cose, al sacro delle cose.

Il tono oscilla tra l'ironico e il poetico; la presenza scenica dei quattro attori raggiunge, nell'unicità di ciascuno, vette molto alte. Lo spettacolo, sempre molto interessante, presenta diversi picchi ma anche qualche voragine. Se i quadri di Giordano Bruno, della aspirante ballerina dalla gambe pesanti (che ha seguito un'altra forma di dogma, quella di condurre una "vita normale", pagandone caramente le conseguenze) e dell'adolescente col pallone rosso sono riuscitissimi (cosa li accomuna? il fatto di non "fare la predica", ma di esplorare il tema in modo obliquo, di taglio, per parallelismi, lasciando allo spettatore un discreto margine interpretativo), altrettanto non può dirsi, probabilmente, per altri momenti dello spettacolo, che nel loro dichiarato "puntare in basso" - trattando argomenti come gli abusi sessuali nella Chiesa e l'intolleranza dei partecipanti ai Family Day - a parere di chi scrive non riescono a risollevarsi nonostante tutta la perizia tecnica messa in campo, perché lì è dove emerge quello che probabilmente è il limite, se ne ha uno, di questo lavoro: essere uno spettacolo a tesi - che, cioè, vuole dimostrare qualcosa, anziché mostrarla. Non che, nella scrittura, mantenere la barra ritta sia facile: passare dal tema alla tesi è un attimo, specie quando si toccano certi argomenti sensibili e fondanti. Preferiamo perciò celebrare il merito di tutte le volte in cui “Heretico” ci ha fatto venire la pelle d'oca.

 

Articolo di: Pietro Dattola
Grazie a: Elena Lamberti, Ufficio stampa Kilowatt Festival
Sul web:www.kilowattfestival.it - www.progettodemoni.it - www.369gradi.it - www.leviedelfool.com

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