Il desiderio segreto dei fossili / Almost dead. 46 ore di felicità / Beast without beauty - Kilowatt Festival 2018 (Sansepolcro, AR)

Scritto da  Martedì, 14 Agosto 2018 

Il nostro reportage della XVI edizione del Kilowatt Festival ha inizio con tre spettacoli andati in scena mercoledì 18 luglio: “Il desiderio segreto dei fossili” di Maniaci D’Amore, “Almost dead. 46 ore di felicità” dell’associazione Mitmacher ed infine “Beast without beauty” della compagnia C&C.

 

IL DESIDERIO SEGRETO DEI FOSSILI
scritto, diretto e interpretato da Francesco D'Amore, Luciana Maniaci
e con David Meden
collaborazione scene e costumi Maria Sole Limodio
una produzione Maniaci D'Amore
progetto vincitore I teatri del Sacro 2017
spettacolo selezionato dai Visionari
Teatro alla Misericordia, 18/07 ore 20.30 - durata 70'

ALMOST DEAD. 46 ORE DI FELICITÀ
scritto, diretto e interpretato da Stefano Scherini e Woody Neri
e con Giovanna Scardoni
una produzione Mitmacher
prima assoluta
spettacolo selezionato dai Visionari
Auditorium di Santa Chiara, 18/07 ore 22 - durata 60'

BEAST WITHOUT BEAUTY
drammaturgia collettiva
regia Carlo Massari
con Carlo Massari, Emanuele Rosa (e Agneszka Janicka)
una produzione C&C
con il sostegno di Komm-Tanz 2017-18 e Progetto Cura 2018
spettacolo vincitore del Premio Prospettiva Danza Teatro 2017
spettacolo selezionato dai Visionari
Chiostro di Santa Chiara, 18/07 ore 23.15 - durata 30'

 

Nonostante le enormi differenze formali e contenutistiche, qualcosa in comune hanno i primi due spettacoli, “Il desiderio segreto dei fossili” di Maniaci D'Amore e “Almost dead. 46 ore di felicità” di Mitmacher, ed è la ricerca di ciò che più importa nella vita. La risposta, offerta con modalità, toni e costruzioni diverse, è sorprendentemente simile, sebbene declinata da angolazioni leggermente diverse. In entrambi i casi viene messo in scena uno stallo, un'immobilità, che in entrambi i casi trova soluzione nel desiderio, sotto forma di cambiamento nell'opera di Maniaci D'Amore, sotto forma di domanda (o meglio, di ricerca di una - o meglio, della - domanda) in quello di Mitmacher.

“Il desiderio segreto dei fossili” presenta due piani narrativi paralleli ma legati da un elemento che trasborda dall'uno all'altro, risucchiando via e portando la vita. Da una parte abbiamo il mondo di Petronia, dove tutto è immutato da sempre. Persino gli abitanti sono sempre quelli, 73. Le donne sono sempre incinte dello stesso bambino, gli uomini lavorano sempre la stessa cava. L'acqua - elemento fluido per definizione, simbolo della vita - non esiste, è un elemento fantastico (come potrebbe essere per noi la cryptonite) frutto della fantasia degli sceneggiatori di “Cuori che affogano”, la fiction che tutto il paese segue da decine e decine di stagioni. A Petronia, dunque, nulla cambia mai, né è possibile morire. Persino le coppie sono fisse da tempo immemore e ad Amita, la settantatreesima abitante, spaiata, per quanto apparentemente "piena di vita" (è l'unica che tenta di innovare le ricette e che sembra vivere male la condizione d'immutabilità del paese) non resta che tentare ogni anno il suicidio. Non riuscendoci, ovviamente. Dall'altra parte abbiamo il set della fiction, giunta al punto in cui la nobile Rose ha perduto il figlio che aveva in grembo per avvelenamento, anche se ancora non si sa per colpa di chi. Luogo di drammi esagerati, di relazioni eccessive, la storia di “Cuori che affogano” perde però ogni vitalità nel momento in cui uno dei protagonisti, Johnny Water (sic), viene "risucchiato" a Petronia dall'appassionato bacio dato da Amita al televisore. La fiction giunge così a uno stallo e gli attori, esasperati, arrivano a improvvisare sostituendo i "falsi" conflitti sceneggiati con i "veri" conflitti personali tra loro, mentre a Petronia le cose cominciano a cambiare. Le donne partoriscono e Amita non è più tanto sicura di voler tentare il suicidio: la realtà irrompe per come la conosciamo noi spettatori, portando con sé tutte le ansie che l'incertezza e il mutamento possono generare. Tante, forse troppe, sono le dualità messe in campo: vita/morte, fluidità/immobilità, verità/finzione e altre ancora - paradossalmente, in uno spettacolo in cui l'acqua assurge a elemento vitale, il discorso potrebbe risultare "annacquato" - ma il risultato è certamente godibile, a volte acuto, sempre scanzonato. Una distopia comica che beneficia anche della felice scelta di lasciare al solo Johnny Water la possibilità di esprimersi in scena in maniera naturalistica. Lui è la vita (nonché l'incarnazione dello sguardo dello spettatore nello strano mondo di Petronia) e diversamente non potrebbe darsi.

Il tono muta totalmente con “Almost dead. 46 ore di felicità”, ispirato, tra le altre cose, alla vera vicenda di una società coreana che offriva ai manager d'impresa la possibilità di inscenare il proprio funerale, con tanto di finta sepoltura nella bara, al fine di riflettere su ciò che più conta nella vita - troppo frequentemente sprecata dai manager stessi a inseguire utili di bilancio a scapito dei propri desideri più profondi e vitali. La struttura risulta un po' confusa, certamente spiazzante. Le scene si succedono per accumulo, senza apparenti collegamenti logici (rimandi, al massimo), con diverse ricorrenze di situazioni, tanto che seguire il discorso in maniera compiuta risulta oltremodo difficile. Emerge però il tema, che è quello della ricerca di ciò che è importante nella vita (in opposizione a quanto si fa, invece, meccanicamente, come le sessioni di fitness guidate da un video con una traduzione automatica in italiano tutta da ridere), con l'avvertenza che lo spettacolo non si propone di dare una risposta e, a ben vedere, neanche una domanda, ma di stimolare ciascuno a trovare "la propria" domanda, la domanda in grado di risvegliare la consapevolezza di sé e dare un senso alla propria esistenza. Coerentemente, la scrittura si guarda bene dal proporne una: anche solo un suggerimento vanificherebbe il senso di questa ricerca.

Ultimo spettacolo della serata, per la cronaca il più apprezzato da quasi tutti i presenti all'incontro del giorno successivo con i Visionari, è l'opera, ancora in divenire, di teatro-danza “Beast Without Beauty” (per l'occasione rimaneggiata per l'assenza della terza danzatrice, infortunatasi pochi giorni prima). Sullo sfondo una donna, immobile (molto divertente la rivelazione che sì, si tratta di una donna in carne ed ossa e non di un manichino, solo a metà applausi), è crollata su una sedia, sfatta, alla fine di una festa. Alla fine "della" festa, verrebbe da pensare, alla fine di tutto il godimento che è lecito aspettarsi da rapporti umani civili. Dopo, ci sono solo quelli incivili. C'è l'andare a prendersi ciò che si vuole senza chiedere il permesso, c'è il sopruso (con scambio di ruoli), arriva l'incapacità, anche per i due danzatori ("superstiti" in più di un senso) di stare in piedi. La civiltà non sembra essere più in grado di reggersi sulle sue gambe, i bagordi l'hanno segnata per sempre e lentamente scomparirà, in dissolvenza. La "morte termica" dell'umanità residua anticiperà quella dell'universo e nulla resterà più, se non un corpo, immobile e sfatto, sullo sfondo.

Articolo di: Pietro Dattola
Grazie a: Elena Lamberti, Ufficio stampa Kilowatt Festival
Sul web: www.kilowattfestival.it - www.maniacidamore.it - www.mitmacherteatro.wordpress.com - www.ceccompany.org

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