Prof! / Il bambino dalle orecchie grandi / Nessuna pietà per l'arbitro - Kilowatt Festival 2018 (Sansepolcro, AR)

Scritto da  Martedì, 14 Agosto 2018 

Il viaggio di SaltinAria alla XVI edizione del Kilowatt Festival si conclude con il racconto di tre spettacoli andati in scena venerdì 20 luglio: “Prof!” di Jean-Pierre Dopagne con la regia di Alberto Giusta, “Il bambino dalle orecchie grandi” di Teatrodilina e “Nessuna pietà per l'arbitro” della compagnia Mamimò.

 

PROF!
di Jean-Pierre Dopagne
traduzione Antonella Questa
regia Alberto Giusta
con Massimo Rigo
luci Giovanni Coppola
costumi e produzione Teatro Libero di Palermo
prima assoluta
Auditorium Santa Chiara, 20/07 ore 18 - durata 60’

IL BAMBINO DALLE ORECCHIE GRANDI
scritto e diretto da Francesco Lagi
con Anna Bellato, Leonardo Maddalena
suono Giuseppe D'Amato
scene Salvo Ingala
luci Martin E. Palma
una produzione Teatrodilina
organizzazione Regina Piperno, Francesca Davide
spettacolo selezionato dai Visionari
Teatro alla Misericordia, 20/07 ore 20.30 - durata 75’

NESSUNA PIETÀ PER L'ARBITRO
di Emanuele Aldrovandi
regia Marco Macceri e Angela Ruozzi
con Filippo Bedechi, Luca Mammoli, Federica Ombrato, Alessandro Vezzani
scena Antonio Panzuto
disegno luci Silvia Clai
costumi Rosa Mariotti
consulenza scientifica Marco Giampieretti
spettacolo vincitore del Premio del pubblico al Festival di Resistenza 2017 - Premio museo Cervi
finalista In-Box 2018
una produzione MaMiMò
spettacolo selezionato dai Visionari
Auditorium Santa Chiara, 20/07 ore 22.05 - durata 80’


Estremamente tradizionale, tanto nella scrittura quanto nella messinscena, “Prof!” - dell'autore francese Dopagne, prodotto dal Teatro Libero di Palermo - narra la vicenda di un professore che ha commesso un atto orribile (non riveliamo, trattandosi di un colpo di scena) dopo anni di crescente disillusione nei confronti della propria professione o, meglio, del contesto in cui essa s'inscrive: quello di giovani sempre più svogliati, che con la loro indifferenza svuotano l'animo di chi invece vorrebbe aiutarli a crescere. Da una parte, la struttura del monologo ben riflette la condizione che molti professori si trovano ad affrontare nella vita reale, dall'altra, nonostante alcuni timidissimi tentativi di rompere la quarta parete, appare piuttosto limitante, specie considerato che il testo è davvero troppo lungo in rapporto a quanto ha da dire e i falsi finali non si contano. In uno di essi, la regia tenta di riallacciare il discorso alla realtà degli episodi di bullismo saliti alla ribalta negli ultimi tempi, ma l'espediente della voce off rischia di risultare una forzatura. Dopo tanto teatro ultracontemporaneo visto nei due giorni precedenti, con i suoi alti e bassi ma pur sempre stimolante, questo "ritorno al passato" con una drammaturgia estremamente tradizionale e molto "alla francese", duole ammetterlo, pesa parecchio.

Non si discosta troppo da una struttura tradizionale (se non fosse per l'immagine iniziale e per il capovolgimento finale) neanche “Il bambino dalle orecchie grandi” di Teatrodilina, scritto e diretto da Francesco Lagi, di fronte al quale lo spettatore diventa testimone della nascita e dell'evoluzione del rapporto tra un lui e una lei accomunati dall'avere (e avere sofferto per) le orecchie grandi. Con garbo, in un'atmosfera dai toni pastello, lo spettacolo ci porta a conoscere i due personaggi, che tanto ben amalgamati poi non sono. Il lavoro si articola in quadri definiti da una semplice scansione cronologica (dall'incontro all'addio), la cui dinamica è grosso modo sempre la stessa: buona disposizione reciproca verso l'altro, succede un incidente (dovuto a una delle tante piccole manie dei due personaggi), crisi, ricomposizione. Le scene precedenti non sembrano avere conseguenze su quelle successive e in questo il dispositivo drammaturgico difetta, poiché alla lunga questo tira e molla rischia di essere percepito come fine a se stesso. L'effetto fisarmonica è evidente anche nella prossemica della pièce: i due non stanno quasi mai vicini o, se si avvicinano, lo fanno per allontanarsi subito dopo. Nonostante a un certo punto i due convivano da parecchio tempo, si ha l'impressione che non abbiano mai condiviso davvero nulla, che siano dei perenni estranei, due ricci nient'affatto aggressivi ma che non riescono a stare vicini, anche se (come forse indica lo spiazzante capovolgimento finale), sono destinati a provarci e riprovarci all'infinito, nelle mille incarnazioni che queste due anime assumeranno in questo purgatorio (o inferno, a seconda dei punti di vista) relazionale al quale sembrano essere state condannate.

Le cose si fanno drammaturgicamente più interessanti con “Nessuna pietà per l'arbitro” di MaMiMò, che si lancia in un audace racconto dalle tinte gialle (morirà, infine, quest'arbitro? e come?) che, nella giustapposizione delle due linee narrative principali, ci è parso ruoti intorno ai concetto di "compromesso" e "compromissione". La carne al fuoco è davvero tanta e infatti la regia impone ritmi (a volte forse troppo) serrati, che trovano un'oasi di pace (e a volte anche di senso) negli assurdi, divertentissimi e molto significativi time out drammaturgici che vedono protagonisti l'Arbitro (la figura e l'interpretazione sicuramente più riuscita tra le quattro) e il Padre, alla ricerca di una soluzione al suo doppio dilemma morale: il primo, più urgente e immediato, lo vede impegnato a decidere se sia giusto salvare la vita all'arbitro (quasi ammazzato dal Figlio e ora anche sotto il tiro del fucile della Madre) rischiando la galera per tutti, o lasciare che muoia avendo la quasi certezza, per tutta una serie di circostanze, di farla franca; il secondo, meno urgente ma non per questo per lui meno importante (lo dilania sin dall'inizio dello spettacolo), lo vede costretto a decidere se accettare di piegarsi alla retorica delle celebrazioni anniversaristiche, cosa che detesta e trova intellettualmente disonesta ma che potrebbe aprirgli molte porte (non credo sia un caso che lo spettacolo sia stato prodotto alla vigilia del settantesimo anniversario della Costituzione, protagonista di un insistito e labirintico parallelismo con il doppio dilemma che affligge il Padre), o tirare dritto per la propria strada. Viviamo in tempi cinici (ma quali tempi non lo sono stati?) e il finale è amaramente pragmatico.

 

Articolo di: Pietro Dattola
Grazie a: Elena Lamberti, Ufficio stampa Kilowatt Festival
Sul web: www.kilowattfestival.it - www.teatroliberopalermo.it - www.teatrodilina.com - www.mamimo.it

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