Ivanov - Teatro Eliseo (Roma)

Scritto da  Sabato, 07 Novembre 2015 

Dal 3 al 15 novembre. Il testo partorito dalla penna tutt’altro che acerba del primissimo Cechov trova nuova linfa nella regia di Filippo Dini e nel brio della sua frizzante compagnia, riportando in grande spolvero sotto i riflettori un dramma logorante quanto paradossalmente ironico.

 

Fondazione Teatro Due e Teatro Stabile di Genova presentano
IVANOV
di Anton Checov
traduzione di Danilo Macrì
con Filippo Dini, Sara Bertelà, Nicola Pannelli, Gianluca Gobbi, Orietta Notari, Valeria Angelozzi, Ivan Zerbinati, Ilaria Falini, Fulvio Pepe
regia Filippo Dini
scene e costumi Laura Benzi
luci Pasquale Mari
musiche Antonio Annechino

 

Varcando la porta che dà sulla bella platea discendente dell’Eliseo, mentre ci si fa largo tra gli spettatori che cercano la propria poltrona, ci si ritrova da subito immersi nella campagna russa pre-rivoluzionaria, con tanto di grilli che cantano e luci del tramonto.

È Dini in persona a dare il suo muto benvenuto al pubblico, chino in un’indolente lettura, già nei panni di Nikolaj Alekseevic Ivanov.

Il leitmotiv checoviano della noia bucolica e del vuoto asfissiante comincia ad insinuarsi fin da prima dell’inizio dello spettacolo, sebbene ancora coperto dal brusio che l’operazione di intercettazione della poltrona richiede al numeroso pubblico.

Calano le luci di sala e quell’atmosfera rarefatta comincia a prendere corpo; il malumore di Ivanov è il bordone basso che accompagna in sottofondo il parlare animato delle persone che lo circondano e che non tarderanno a diventare personaggi.

Il dramma di Ivanov è un’invischiante inedia malinconica, incomprensibile e irrimediabile, per di più contagiosa, il che lo fa precipitare in un circolo vizioso di insofferenza e sensi di colpa. In un simile quadro tragico, la penna checoviana è ben tradotta dalla regia di Dini, che riesce a coglierne il lato più geniale: la leggerezza, la scaltra e raffinata ironia che sembra invitare a non prendersi troppo sul serio, o meglio che smaschera il ridicolo delle nostre piccole e grandi frustrazioni.

La corte di personaggi che popolano la vita di Ivanov sembra posta ad arte da Checov per offrire allo spettatore la possibilità di un continuo rinnovo di punto di vista: laddove il protagonista ci spinge a compatirlo, ecco un sagace intervento di Borkin (un energico e scanzonato Fulvio Pepe), un rimprovero tagliente dell’onestissimo dottor L’vov (nell’interpretazione a tratti grottesca ma potente di Ivan Zerbinati), un guizzo del saggio, tenero nella sua vecchiaia, zio Sabelskij (Nicola Panelli, physique du role e movenze del tutto azzeccate)… e l’universo tormentato di Ivanov torna al suo posto, ridimensionato dalle grandi e piccole disperazioni che lo circondano. Come quella, godibilissima, di Pavel Lebedev (Gianluca Gobbi, ottimo acrobata tra grande ilarità e autentica tenerezza), succube della moglie (un’incisiva Orietta Notari) e della figlia, che annega le sue frustrazioni casalinghe nella vodka ma riesce a conservare la lucidità necessaria a fare ordine e a dimostrarsi un vero amico.

Ai poli opposti dell’apatia di Ivanov due donne: la croce, sua moglie Anna Petrovna (Sara Bertelà), emblema di un amore incondizionato e non più ricambiato; e la delizia - seppur tormentata -, Sasha Lebedev (una giovane, promettente Valeria Angelozzi), simbolo dell’entusiasmo amoroso che Ivanov ha perduto per sempre.

Quello composto da Checov ed orchestrato da Dini è un valzer di vita qualunque, di amicizia ed ipocrisie, di confusione e lucidità, vittimismo ed autocritica: il dramma di Ivanov risiede nell’oscillare tra due poli totalmente opposti: acuta sensibilità ed estremo egoismo, piacere nel crogiolarsi nella propria disperazione e rabbia nel percepire se stesso come un ridicolo, inutile Amleto del suo tempo, in un’acqua stagnante che i venti delle esistenze altrui non fanno che increspare in superficie.

Ivanov-Dini si destreggia con sincerità tra queste voci che sul finale diverranno solo un unico ronzio assordante, in un climax di grande effetto che lo condurrà alla morte, l’unica via d’uscita per salvare se stesso e gli altri da se stesso.

Assolutamente da sottolineare la doppia bravura di Filippo Dini (di bella e rara umiltà) nell’essere protagonista e al contempo regista di una macchina teatrale godibile e potente: un grande classico la cui universalità ritrova smalto, vigore, modernità.

 

Teatro Eliseo - via Nazionale 183, 00184 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/83510216, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: martedì, giovedì, venerdì ore 20, mercoledì e domenica ore 16, sabato ore 16
Biglietti: platea 34 €, balconata I centrale 29 €, balconata I laterale 23 €, balconata II centrale 22 €, balconata II laterale 17 €, balconata III centrale 15 €, balconata III laterale 13 €

Articolo di: Sabrina Fasanella
Grazie a: Maria Letizia Maffei, Ufficio Stampa Teatro Eliseo
Sul web: www.teatroeliseo.com

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