Itsi Bitsi - Teatro Eutheca (Roma)

Scritto da  Carmen Albanese Mercoledì, 14 Novembre 2012 
Itsi Bitsi

Ritmo, in ogni sua manifestazione, sarà la parola che risuonando da scena a platea le vedrà accorparsi nel medesimo battito cardiaco. Un’atmosfera rituale ma mai ostentante tingerà un’ ora di spettacolo, diffondendosi poi nel sincero entusiasmo che ha riempito il teatro Eutheca di Cinecittà Campus le sere del 9 e 10 novembre, intrepido nell’ attesa e fiero del risultato di “Itsi Bitsi”. Opera che quest’ anno ne compie 21, è una storia, o un insieme di confidenze rese arte. Idee, pensieri, ricordi, una vita e insieme più vite…uno stile ben riconoscibile anche se così poco nettamente distinguibile negli infiniti influssi che vi convergono. Un evento italiano di alto e raro livello, lo spettacolo che Eugenio Barba dedica a Jerzy Grotowski, e ancora oggi, dopo ventun anni, viaggia per il mondo: “la lettera che ti mando non è questa sulla carta, ma l’ esiguo telo bianco su cui Iben e i suoi due compagni, Jan e Kai, danzano schegge di vita per impedire che vengano sepolte.” Una carezza emotiva fatta di luci e suoni. Uno schiaffo senza corpo composto da musica e immagini. Questa non è una storia, ma è la storia che va raccontata.

 

Odin Teatret Nordisk Teaterlaboratorium presenta
ITSI BITSI
di Iben Nagel Rasmussen
regia Eugenio Barba
attrice Iben Nagel Rasmussen
musici Jan Ferslev e Kai Berdholt

 

Un dove-non dove mai fermo in un luogo, in un tempo, in un’ accezione. Più che storia o trama è la dimensione del viaggio, psichedelico, d’avventura o in qualsiasi altra forma si voglia intenderlo, a caratterizzar “Itsi Bitsi”. Risultato di “esperienze (che) han messo le radici e fattesi testimonianza” aprendo a ogni tipo di immaginario la possibilità di recepirlo diversamente, questo spettacolo si pone come vivo materiale tratto da un percorso esperienziale ed esistenziale che il regista ha deciso di render dramma, pur senza rinunciare al livello di condivisione (tipico delle opere dell’ Odin) che fa dell’ abbattimento della quarta parete l’ ingrediente fondamentale all’ incantesimo condiviso che evaporerà dalla scena alla platea. E’ Barba stesso, nella lettera a Grotowski (a cui lo spettacolo è dedicato), ad affermare che “si dice che uno spettacolo è immagine e metafora. Su questo punto ho alcune certezze. So che non è vero. E’ azione reale”.
Sarà per questo che la forza comunicativa di “Itsi Bitsi” sarà tale da attrarre talmente tanto lo spettatore in sé da non abbattere solo la quarta parete, ma anche l’ insita prevedibile separazione tra esperienza mostrata e spettatore osservante, tra storia altrui e presente proprio. Sorprendente la rara capacità degli atipici attori di essere contemporaneamente nell’ interno più recondito delle proprie parole e addirittura di quelle dei compagni di scena, ma contemporaneamente in mezzo al punto di vista, di ricettività, di chi guarda, catturato dalla luce sprizzante emanata dagli occhi spogliati del velo di cui spesso è visibilmente coperto l’ attore.
Colori, movimenti, musica ma soprattutto il modo in cui vengono orchestrati questi e tanti altri elementi tra di loro renderebbe difficile sottrarsi a quella che diventa vita surreale in diretta sul palco e sogno ad occhi aperti per lo spettatore che ne è attraversato. E se il teatro è vita come si potrebbe non rispondervi emozionalmente? In questo senso ogni singolo frammento della magia che compone il serio gioco teatrale dell’ Odin perde il suo canonizzato e  prevedibile utilizzo fisico o valore simbolico, la propria addetta funzionalità considerata univocamente a sé specifica, smembrandosi nell’ arresa ad un contesto in cui le possibilità caratteristiche di ogni elemento scenico si espandono al cubo delle proprie potenzialità in nuovi linguaggi rafforzate da altri fattori che, apparentemente indipendenti, attraverso il sapiente lavoro d’ insieme, contribuiscono allo stesso obiettivo comune, eppure così diverso in ognuno di noi. Attraverso la commistione di innumerevoli mezzi di cui il teatro può servirsi (eppure, materialmente, di così poco) e del percepibile scollamento dalla logica rappresentativa comune, le luci vengono emanate da musica, la musica da atmosfere, le atmosfere da parole, le parole da sguardi che ce ne restituiscono lo spirito, ancor più che un significato unilateralmente comprensibile.
I momenti più toccanti del racconto/non racconto si tingono di continuo inattendibile: la morte si presenta nel contrasto, invece che nell’ ostentante aggiunta di materiale, su una voce consapevole di bastare nei momenti di maggior intensità, una voce che è la meta di un profondo percorso di ricerca o solo esperienza personale che vi approda in tutta la sua forza, seppur con consapevolezza: “Era caduta la neve. L’aria era limpida, serena. Senza Eik e senza parole”. Intanto una pseudo-bara fa risorgere di volta in volta il fisico attoriale in forme tanto varie quanto simpatiche, nel contrasto con l’ oggetto che le partorisce una dopo l’ altra. Quello teatrale diventa così uno spazio in cui lo spettatore rinunci, prendendone passivamente parte attiva, a qualsiasi tipo di presupposta associazione. Il personaggio ancora vivo esce, pieno di carica, da una bara silente che pare già schernirlo negli obiettivi che falliranno. L’ oggetto dal forte valore simbolico subito lo perde, stupendo lo spettatore nel rinnovarsi in nuove referenze, risultato dell’ abissale lavoro di training caratterizzante il metodo Odin, che solo nella performance finale, quella che prenderà forma di spettacolo, ne svelerà i frutti più rari.
Fervore e speranza son propagati dalla scena dei giorni sessantottini al pubblico di oggi tramite il corpo dell’ anima che nell’ energia sprezzante quasi riesce a staccarsi da esso stesso, restituendoci l’ essenza, più che la mera descrizione di quanto avvenuto. Il racconto avviene spesso entro la musica, che perde le parole delle canzoni estrapolate da quegli anni per far da colonne sonore restituenti uno spirito intimo o diffuso. E’ entro ciò che i tre attori quasi scompariranno fisicamente per fondersi a questo gioco che trasforma lo spettacolo in rito, amplificandone e insieme riducendo al minimo la percepibilità di ogni singolo separato fattore. In particolare Jan Ferslev, che abbatterà dal primo momento ogni tipo di barriera (anche gli altri due musicantattori lo faranno) per dichiarare da dove provenga e come sia approdato dove lo vediamo, si offrirà ai nostri occhi in un commovente incontro con la musica, per quanto fusionale. Jan diventa la musica. E la musica si incarna nell’ attore. L’ attore adempie al suo appellativo nel senso più ricco del termine. Finalmente. Eppure abbiamo solo un uomo, uno strumento musicale, e la sua voce che dal fondo dell’ anima si dona a noi, sgorgando senza filtri limitanti (finalmente, a teatro) fino a bagnare i nostri occhi.
I movimenti di Iben invece talvolta allargano la musica in altre direzioni in cui il ricambio di ritmi, gesti e colori, restituisce un senso di rito ad un libro di immagini a colori. Le atmosfere vengono rievocate da quel che narrano cantando, o cantano narrando, sempre nelle loro stesse parole risucchiati e da lì riesplodenti. E forse questo è il risultato del controverso e affascinante rapporto della protagonista con queste ultime (“Iben era una ragazza senza parole”, racconta Barba). “Itsi Bitsi” tra le altre cose, è anche punto di approdo della concentrazione, negli anni, del tentativo di trovar in e per esse un senso adeguato nella vita ed un credibile modo di restituirlo tramite la recitazione (a causa della critica del padre poeta nei confronti dei poetacci dell’ epoca, la giovane Iben era terrorizzata di poter restituire in maniera “falsa” le parole da recitare), seppur nella consapevolezza della loro frequente vacuità, e contemporanea necessità.
Così la ragazza raccontata sarà la stessa che tramite la sua personale esperienza riflette quella più generale del mondo a lei circostante: “La storia deve essere raccontata. Ma quale storia? Ho provato molte volte, ma ogni volta mi sono detta: “no, anche se non dirò una sola parola non vera, non sarà il vero racconto di quello che accade”. E così ho rinunciato con un senso di impotenza verso le parole, le parole che erano così importanti nel mio rapporto con Eik, che a volte erano il rapporto”.
Una benda copre gli occhi della ragazza di vent’ anni che vede davanti a sé ciò che narra e attraversa durante il suo viaggio; mostrandocela nel buio dell’ accecante obiettivo, le copre la possibilità di scorgerne il seguito, un po’ come un bambino che sa meglio di qualunque adulto ciò che vuole e come ottenerlo, ma è ignaro dei limiti attorno a sé, più che in sé, che inevitabilmente lo vedranno inciampare fino a diventare…adulto.
Le droghe poi, protagoniste del percorso, ne saranno rivoluzionaria illuminazione, fallace, fino ai postumi di tanta vana carica, sbattendola dal fomentato iperattivismo sociale all’ appiattimento in una sé terrorizzata da tutto ciò da cui era circondata. Intanto in scena, la figura retrostante che dall’ alto pare trattenerla e governarla come un burattino ammonirà il pubblico proponendogli un’ ottica umoristicamente dissonante rispetto a quella cieca (per il contesto in cui inserita, ovviamente) della ragazza di vent’ anni, risolvendo in saggia leggerezza i momenti in cui la pesantezza del crollo di sprezzanti rincorse degli ideali, sarebbe facilmente piombata nel drammatico. E’ la risata invece che ne attutisce la rischiosa caduta nel tragico, una risata sottile, ma strappata a momenti di forte coinvolgimento, quelli a cui la morale inconscia o razionale, intima o collettiva (che auto-castra l’ arte sottoponendola agli ipocriti criteri di “giusto” o “sbagliato”) assocerebbe, per inerzia d’ abitudine, piuttosto due minuti di rispettoso silenzio o solenne drammatizzazione, ma che con questo teatro può trovar luogo di svincolarsi da scontate dinamiche sciogliendosi nella spontanea, libera reazione emotiva, senza per questo perder la sua verticalità.
Pezzi di sogni creduti realizzabili emergono in tutta la loro forza, svaniscono in contrasti che tengono sempre sveglio il livello di attenzione spettatoriale. Oltre ad un ritmo mai piatto il contrasto si manifesta anche nell’ alta visione che rende contemporaneamente credibili la potenza dello spirito di quegli anni e la visione disillusa di chi la guarda con gli occhi di oggi, mentre strumenti musicali che ci teletrasportano in quelle epoche rendendole quasi palpabili ne svelano contemporaneamente gli aspetti più ingenui ed innocenti, in un vortice di azioni più che mai concrete quanto incredibili, che però non sottraggono il contesto alla possibilità di divagazioni filosofiche, grumi di qualità coperti da anni di esperienza che nella loro semplicità non si impongono in tale via, ma lasciano comunque la libertà di potervi attingere da un punto di vista alternativo rispetto al loro eventuale primo livello d’ approccio. La comicità dei brevi momenti di stacco, talmente fine dal parer creatasi lì per caso, attraverso la risata può trarre fuori riflessioni pur senza dichiararsi finalizzata a un tal fine. Il domandarsi se parte della scenografia sia carta o neve aprirà uno di questi irrisolvibili o allo stesso tempo così chiari scenari. Dentro l’ uomo, il tempo, lo spazio, come non essere soggetti a rifletter sui fattori che caratterizzano il mistero della vita?
Eppure il teatro di Eugenio Barba e degli altri personaggi tuttofare dell’ Odin, grazie all’ azione di un’ attrice da lui stesso non definibile indeterminatamente tale ma con suo stesso nome (“non è una attrice. E’ Iben. Non sapevo che prima di rientrare a teatro qualcuno l’ avesse ribattezzata Itsi Bitsi”) concede un’ apertura di pensiero a trecentosessanta gradi. Esso concede però allo spettatore di riuscirsi ad abbandonare ad un impatto emotivo che dal profondo degli attori, del materiale in ballo e della sensibile opera di montaggio del regista, passerà a colpire quello del pubblico, che a sua volta potrà passarlo su un qualsiasi livello più razionale raccogliendone i frutti che quegli impulsi avranno inevitabilmente seminato nel nostro corpo.
La palpabile somma di variegata esperienza e la commistione di stili, amalgamati ma anche emergenti talvolta nella loro riconoscibilità, sempre in armonia tra di loro, lascia intravedere un gran patrimonio di sapore orientale, soppesato dall’ aria occidentale ispirata dalla musica. Bambole presenti ancor prima di essere portate in scena, compariranno tra i gesti di Iben in una sorta di teatrino di marionette invisibili tirate fuori dai suoni ed i gesti che le raccontano, introducendo l’ avvento di quella che invece vivrà sul corpo dell’ attrice, dapprima candida entità gestita (quasi in gestazione) passerà da governata a governante, da personaggio altro o altro tempo dell’ attrice raccontante sé stessa e tanto altro, a maschera divoratrice della vita da cui è prodotta.
Circa un anno prima, a Roma, nella stessa sede di Cinecittà, l’altra storica attrice dell’ Odin  Roberta Carreri parlava dello spettacolo come di un embrione (ancora una volta il teatro vien associato, quasi fuso, in questa figura, al fenomeno di vita, stavolta legata alla vera e propria entità che ne realizza il senso, di cui l’ “azione”, vita scenica, non sarà che la conseguenza). E a tal proposito confessava che non solo durante l’ appassionata pratica ricerca che caratterizzava la preparazione del training-spettacolo, ma anche e soprattutto nei periodi di stasi, di esso si sentiva come “gravida”, crescendo insieme a lei nei mesi di profondo lavoro, formandosi attraverso il training che lo modella sempre più minuziosamente, partorendolo ogni volta (con dolore?) nelle fattezze che un tale processo non può che avvicinare all’ unicità di questo “genere” di fenomeno teatrale.
Un caso? Anche Barba, nella sua “Lettera ad Aramis” si riferiva alla presunta marionetta proprio come “bambino dalla maschera corrosa”: parla dell’ anima che gioisce nel creare vita, mentre la sua maschera è lacrimante di fronte al mondo, che però lui vede con inesauribile energia pura e disinibita, tipica di chi “viaggia” nel disinibito istinto delle droghe, o solo di un obiettivo entusiasmante. Inanticipabili le forme in cui continuerà a prodursi, tutte da scoprire. Rosso su bianco, passione su stasi, vita su luce, sangue su candore, morte su tenerezza, droga… spinta di vita-non vita, figlia di speranza stretta alle braccia, madre di forza effimera crollante…a terra...suicidio silente, su musica accesa. O forse aborto di un sogno. O ancora inciampo di un neonato che prova a camminare. Morte e vita si fronteggiano sulla scena in massima energia, fondendosi in un gioco di scambio irrisolvibile e sempre acceso.
Non un inizio o una fine: lo spazio condiviso che crea “Itsi Bitsi” gioca sulla relatività del tutto, sul continuo disequilibrato equilibrio, sull’ indefinibilità dei significati, nella loro esplosione inafferrabile prima che ne giunga una nuova a dar risposte e domande ancora. La neve, trait d’ union non solo all’ interno di questo spettacolo, ma filo invisibile che lo unisce con purezza più che voluta adeguatezza al bianco di “Sale” di Roberta Carreri, appare all’ inizio ed alla fine, come in un circolare processo che dal battesimo dell’ inizio passa a ritualizzare una fine, dopo averla incontrata nella notte serena della morte di Eik, qui tornata come a depurare quanto finora veduto, e a prepararsi per attendere l’ occhio di altra vita. Un avvento che quasi spazza via ogni tentativo di irretire in linee di inchiostro la delicatezza di un tal spettacolo-antispettacolo, carta bianca per chiunque voglia provar a leggerlo.

 

Teatro Eutheca - via Quinto Publicio 90, 00173 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/95945400, mail
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Biglietti: €25 intero, €20 ridotto Over65, Under26, studenti universitari; €12 ridotto scuole e gruppi (minimo 8 persone); € 9 Abbonamento per Tutti

 

Articolo di: Carmen Albanese
Grazie a: Franco Di Lecce, Ufficio Accademico e Ammissioni Accademia Eutheca
Sul web:
www.teatroeutheca.com

 

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