Ippolito - Teatro Sala Uno (Roma)

Scritto da  Ilaria Guidantoni Martedì, 31 Gennaio 2012 
Ippolito

Dal 31 gennaio al 5 febbraio. La tragedia greca si conferma più classica, dunque più moderna, di tanto teatro classico. E’ l’archetipo per eccellenza del teatro che la regia di Marco Blanchi svela chiaramente al di là della storia e del contesto. E’ la mescolanza di bene e male, di coscienza interiore e decoro dovuto al sociale a fare da perno per la riflessione del regista. Sono i caratteri intimi, sempre complessi, ad interessargli oltre i ruoli. L’essenzialità e l’uniformità della scena e dei costumi sembrano ribadire la coralità del dolore comune. La regia domina sull’interpretazione, forse bisognosa di scaldare i motori.

 

 

L' Associazione Culturale “La Fonte di Castalia” presenta

IPPOLITO

di Euripide

traduzione, adattamento e regia Marco Blanchi

con Siddhartha Prestinari, Ivan Ristallo, Marika Murri, Francesco Marzi

e con Rebecca Valenti, Valeria Longo, Fulvio Barigelli, Rossella Giammarinaro, Giulia Oliva, Tiziano Ferracci, Giacomo Mattia

light designer Gianni Grasso

costumi Cinzia Falcetti

 

Debutta martedì 31 gennaio al Teatro Sala Uno di Roma “Ippolito”. Lo spettacolo, prodotto dall’Associazione culturale La Fonte di Castalia, vede in scena Siddhartha Prestinari, Ivan Ristallo, Marika Murri e Francesco Marzi. Diretto da Marco Blanchi, sarà in scena fino a domenica 5 febbraio.

La vicenda narra della dea Afrodite che, offesa da Ippolito, dedito solo alla caccia e al culto di Artemide, decide di vendicarsi e di punirlo, accendendo di desiderio per il giovane la matrigna Fedra e scatenando così una passione che culminerà nella morte di entrambi. Fin dall’inizio dell’azione è evidente che gli uomini non sono che pupi, per dirla con Pirandello, mossi dagli dei e più in alto ancora dal fato. Difficile da tradurre. Forse la dicitura più appropriata è inconscio. La scena è dominata da quello che non si vede: Artemide e Venere, o meglio i simboli rappresentati dalle due divinità, forti e contrapposti, come castità ed eros. Allo specchio si annunciano, rispettivamente, come superbia e violenza; perché le stesse virtù, la purezza e l’amore, se non bene amministrate, possono rovesciarsi nel loro contrario. Se questa regia possiede un pregio indiscutibile è quello di mettere l’accento sul testo, che nell’intricata trama si chiarisce progressivamente, e sugli aspetti didascalici con una certa limpidezza.

Nel tentativo di aiutare la sua padrona e regina ad ottenere quello che desidera così violentemente, l'Ancella riferisce a Ippolito la passione di Fedra, ma questi, inorridito, fugge dalla reggia. A questo punto Fedra, terrorizzata dall'idea che Ippolito possa disonorarla di fronte a Teseo e ai suoi figli, decide di uccidersi, ma prima scrive una lettera nella quale lo accusa di averle usato violenza. Teseo, accecato dal dolore per la morte di sua moglie, dopo aver scoperto la lettera, maledice il figlio e lo bandisce dal suolo di Trezène. 

Il re è il terzo polo della vicenda, la forza, il rigore che divenendo potere si accende d’ira e di sete di vendetta per il disonore subito. Eppure il male nel mondo – non è superfluo ribadirlo – non sta mai tutto da una parte. E’ proprio Artemide che pur vedendo il suo figlio prediletto, il discepolo Ippolito, ucciso dalla maledizione scagliata dal padre, consola o comunque non condanna Teseo che in qualche modo uccide per errore il figlio, anche se per una colpa della coscienza.

Euripide, solo apparentemente concede uno schema di lettura dalle tinte forti e facile; i colori sono accesi, i contrasti netti, ma le ragioni sfumate e intrecciate. Il guaio del mondo greco e non solo – in questo assomiglia molto a quello contemporaneo, ma chissà se questo accostamento è nelle intenzioni del regista(?) – è che nel calderone della passioni finiscono anche gli dei, che sono ormai ridotti ad idoli e che laicamente potrebbero essere tradotti nelle guide della società o quel che resta di loro: insegnanti, genitori, capi di stato. Non solo ma il finale è sempre fatto solo di vittime perché in un mondo senza speranza dove vince il bisogno di processare e trovare un colpevole, sulle ragioni del processo e sulla volontà di riabilitazione, non ci sono vincitori.

L’azione si svolge in un ambiente naturale perfetto, quale la Sala Uno, arredata con pochi grandi vasi greci illuminati in modo diretto e pieni d’acqua.

Una parola vale la pena spendere sui costumi, tonache minimaliste, un po’ monacali, con un sentore medioevale: azzurre di lana morbida con panneggi e scialli rossi che diventano nastri, lacci, elementi scenici alternativamente. La mia interpretazione di un uso del colore funzionale percepisce l’azzurro come simbolo della parte spirituale, della calma (Artemide) e il rosso come fuoco di passione ma anche di sangue (Venere/Eros), che sono accessori di un unico costume perché l’uno necessario all’altro. Inoltre sono abiti praticamente uguali per tutti i personaggi. Fatto abbastanza comune per la tragedia greca, qui forse con una sottolineatura maggiore, perché comuni sono le passioni a regine e schiave, uomini e donne e perfino dei e terrestri. Il potere si distingue in una sorta di uniforme, violenta come la pelle nera indossata da un gerarca.

Interpretazione che sfuma a tratti nel teatro danza, un’idea che potrebbe enfatizzare la modernità ancestrale della tragedia greca.

 

Teatro Sala Uno - piazza San Giovanni in Laterano 14, Roma

Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/7009329     

Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 18

Biglietti: 13,00 euro

 

Articolo di: Ilaria Guidantoni

Grazie a: Rocchina Ceglia, Ufficio stampa MixTape

Sul web: www.salauno.it

 

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