Ipazia, la nota più alta / Un telescopio tutto per sé - Teatro Alfredo Chiesa (Milano)

Scritto da  Lunedì, 08 Febbraio 2016 

Due spettacoli andati in scena al Teatro Alfredo Chiesa, facenti parte del progetto DonneTeatroDiritti, giunto alla settima edizione. Venerdì 5 e sabato 6 febbraio “Ipazia, la nota più alta”, affascinante racconto ispirato alla vita della filosofa del IV secolo. Domenica 7 febbraio “Un telescopio tutto per sé”, carrellata sulle astronome che hanno lasciato un segno profondo nella storia della scienza.

 

IPAZIA, LA NOTA PIÙ ALTA
di Tommaso Urselli
ideazione e con Maria Eugenia D’Aquino
regia Valentina Colorni
musica originale Ai limiti dell’aria di Maurizio Pisati
spazio scenico Andrea Ricci
luci Emanuele Cavalcanti
costumi Mirella Salvischiani e Alessandro Aresu
supporto scientifico Tullia Norando e Paola Magnaghi del Politecnico di Milano - Stefano Sandrelli dell’INAF - Osservatorio Astronomico di Brera
Produzione PACTA . dei Teatri - Donne Teatro Diritti - ScienzaInScena - TeatroInMatematica

UN TELESCOPIO TUTTO PER SÉ
di e con Maria Eugenia D’Aquino, attrice e
Ilaria Arosio, astrofisica e divulgatrice dell’Osservatorio Astronomico di Brera
Produzione PACTA . dei Teatri - In collaborazione con INAF - Osservatorio Astronomico di Brera

 

Parafrasando Peppino Patroni Griffi: metti una sera, all'ora di cena, in compagnia di Maria Eugenia D'Aquino. E mettici pure un pomeriggio, perché quando si tratta della Compagnia Pacta . dei Teatri, credetemi, è meglio abbondare.

Insomma nell'arco di un week-end ho assistito a due produzioni Pacta. Tempo speso bene, dal momento che ormai la cosa è acclarata: questa piccola ma sostanziosa realtà teatrale milanese ha capito, ormai da anni, che l'approfondimento culturale può andare benissimo a braccetto con l'intrattenimento. Hanno capito inoltre - parlo della D'Aquino e dei suoi fedelissimi sodali - che per prima cosa bisogna portare avanti un discorso artistico coerente con le proprie idee, indipendentemente dalle mode del momento. Dunque la storia dell'intellettuale Ipazia vissuta nel IV secolo, così come la storia delle grandi astronome dell'età moderna e contemporanea, va raccontata punto e basta, senza star lì a fare congetture su quanto le masse vogliano affollare un teatro per sentirsela raccontare. Chiaramente il successo in termini numerici è un obiettivo che i componenti di questa Compagnia ricercano come chiunque altro, però mi sono fatto l'idea che in prima istanza siano interessati a dialogare con trenta spettatori svegli, piuttosto che con trecento avventori svogliati. Questo tipo di confronto con l'opinione pubblica illuminata sarebbe ancor più interessante se la politica, con un po' di sana lungimiranza, si mostrasse maggiormente propensa a sostenere - a livello finanziario e non solo - progetti di ampio valore didattico come quelli che abbiamo visto in questo fine settimana d'inizio febbraio, ma qui si aprirebbe un capitolo che non va affrontato nello spazio di questo articolo. Andrà sicuramente affrontato - e pure con una discreta urgenza - ma non in questa sede.

Torniamo piuttosto a Ipazia, e alle scienziate che sono riuscite, con la forza della tenacia, a coltivare proficuamente le proprie passioni anche in epoche nelle quali le donne, come noto, faticavano assai di più ad emergere e a lasciare una propria impronta nella Storia.

La sera del 6 febbraio è stato il turno di Ipazia, la nota più alta. Nell'ideale pentagramma della storia delle idee Ipazia d'Alessandria è una di quelle note che, se non ci fosse, l'orchestra perderebbe d'un colpo la possibilità di costruire un motivo armonico. Oltre agli indiscutibili meriti come studiosa, stiamo parlando di un'eroina del libero pensiero. Ed è senz'altro vero, come diceva il Galileo di Brecht, che è sventurato quel popolo bisognoso di eroi, ma è altrettanto vero che noi effettivamente siamo un popolo sventurato, perché di figure come Ipazia ne abbiamo bisogno eccome. Questa donna è una bussola, o forse più appropriatamente è meglio definirla un astrolabio. Fece una bruttissima fine, e fu un gruppo di cristiani invasati a condannarla a una morte così atroce. Del resto lo sappiamo che la Storia dell'umanità è una brutta storia, e i corsi e ricorsi ci restituiscono oggi, sotto il vessillo nero dello Stato Islamico, le brutalità perpetrate dal cristianesimo duemila anni fa (anche il “vizietto” di distruggere le opere d'arte non è certo un 'copyright' dell'Is, e senza andare troppo lontano la Chiesa di San Cristoforo sui Navigli, a pochi metri di distanza dal teatro Alfredo Chiesa dove è stato allestito lo spettacolo, pare sia sorta sul sito di un tempio pagano dedicato ad Ercole).

Dunque Ipazia merita una rappresentazione teatrale a lei dedicata, questo è poco ma sicuro. Tempo fa uscì nelle sale la pellicola di Amenábar Agora che ricostruiva la sua vicenda, ma era una ricostruzione che non prendeva in considerazione la reale personalità della filosofa. Anche Ipazia, la nota più alta si affida alle suggestioni romanzesche, ma c'è questa bella differenza che la Compagnia Pacta racconta una figura credibile, perlomeno sulla base dei resoconti storici a noi pervenuti. Quelle pergamene che appaiono sullo sfondo come scenografia non sono un ghiribizzo estemporaneo, bensì rappresentano la memoria che ha solcato i mari della Storia, per arrivare sino a noi. Nessuno può restituirci la verità nuda e cruda su una creatura vissuta due millenni fa, però almeno la correttezza di non personalizzarla troppo è una cosa importante, che fa onore agli allestitori della pièce.

Genni D'Aquino, attraverso il suo monologo, dà corpo e voce a uomini che realmente si interfacciarono con lei - come il vescovo Cirillo, che la osteggiò ferocemente - ma anche a Sant'Ambrogio, che invece non ebbe mai occasione di incontrare nel corso della sua vita. L'Ipazia della Compagnia Pacta ha i piedi caprini come un satiro - per sottolinearne l'indole terragna, il fatto che amava la natura molto più delle astrazioni - e questo volerla presentare con tratti animaleschi è un'intuizione rubata a Umberto Eco, che la descrisse così nel suo Baudolino. Genni è un'ottima attrice, che appartiene alla “vecchia scuola” valorizzatrice dell'espressività recitativa, e affinché arrivi agli spettatori la grandezza umana di Ipazia è necessario appunto un certo sovraccarico emotivo. Un plauso di cuore poi a Tommaso Urselli che ha scritto la drammaturgia, ed è un plauso giustificato non solo dalla ragione illustrata in precedenza - ovvero il fatto che si sia accostato all'argomento col giusto approccio - ma anche dalla qualità letteraria del suo testo.

Ipazia, la nota più alta fa parte del progetto DonneTeatroDiritti, lodevolissima iniziativa giunta alla settima edizione. All'interno del medesimo c'è la conferenza-spettacolo Un telescopio tutto per sé, rappresentata il giorno successivo. In scena Genni D'Aquino con Ilaria Arosio, astrofisica dell'osservatorio astronomico di Brera. Insieme ci hanno illustrato le vite straordinarie di Émilie du Châtelet, Mileva Marić, Caroline Herschel, Cecilia Helena Payne Gaposchkin, Margaret Burbidge e Jocelyn Bell. Cosa hanno in comune queste persone? Sono tutte scienziate sopraffine, e tutte pressoché sconosciute alla gente comune. Le prime due, Emilie e Mileva, vissute all'ombra rispettivamente di Voltaire e Einstein. È giunto sì o no il momento di fare un po' di giustizia, e dare a Cesare quel che è di Cesare, ma pure all'altra metà del cielo quel che di diritto spetta all'altra metà del cielo? Naturalmente la risposta è sì, e il teatro è una cornice perfetta per le riabilitazioni storiche. Strascichi di maschilismo continuano a persistere anche in una società abbastanza evoluta come la nostra, ma due spettacoli come Ipazia, la nota più alta e Un telescopio tutto per sé hanno la funzione della pioggia che, pian pianino, scalfisce la roccia apparentemente inscalfibile della pigrizia storiografica, la quale tende a dare lustro soprattutto a chi, per ragioni biologiche totalmente casuali, è provvisto di fallo. Nel '900 alle donne è stata parzialmente riconosciuta quella “stanza tutta per sé” di cui parlava Virginia Woolf, ma è appunto un riconoscimento parziale, e lo dimostra il fatto che i nomi citati poche righe fa non dicono niente alla stragrande maggioranza dei lettori di questo articolo.

Non è questione di levarsi i reggiseni e buttarli per terra, come ingenuamente accadeva nella stagione del femminismo più arrabbiato. La strategia giusta è un'altra, ed è quella adottata dalla Compagnia Pacta, non disponibile a ragionare per slogan bensì sul dato di fatto, inconfutabile, che l'inferiorità femminile non è mai esistita, mentre è esistita una volontà molto precisa, da parte dei maschi, di non valorizzare come si doveva le potenzialità delle donne. La buona notizia è che siamo in tempo, fortunatamente, per invertire questo trend storiografico che tanti danni ha provocato e continua a provocare. DonneTeatroDiritti è un piccolo passo. Se in tanti seguiranno questo esempio virtuoso, sarà un grande passo per l'umanità.

 

Teatro Alfredo Chiesa - via San Cristoforo 1, 20144 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/36503740, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Articolo di: Francesco Mattana
Sul web: www.pacta.org

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