Ioànnes 13:21-30 Lividi d’attesa - La Fabbrica del Vapore (Milano)

Scritto da  Sabato, 23 Maggio 2015 

"Ioànnes 13:21-30 Lividi d’attesa", portato in scena dal regista e coreografo Davide Manico (assistente alla regia, Silvia di Francesco) in occasione di IT Festival, affida al corpo l’espressione di stati d’animo e condizioni esistenziali attraverso il codice della danza contemporanea. Partendo dal riferimento biblico contenuto nel titolo, appartenente al codice verbale, e da due tele di Caravaggio, appartenenti al codice visivo, sperimenta una preziosa dialettica di luce ed ombra con meravigliosi brani musicali selezionati dalla colonna sonora del film “La grande bellezza”; frammenti sonori che assegnano una voce al dolore, al sospetto, a questi lividi che si collocano in una dimensione sospesa tra l’attesa e l’abbandono (già avvenuto), convertendo l’ordine di un tempo che ci ostiniamo a percepire come reale nel tempo metafisico, e ancora più reale, dell’esperienza.

 

Forse Sei _ Performing Guys presenta
IOÀNNES 13:21-30 LIVIDI D’ATTESA
danzatori Laura Ballarati, Francesca Garbagnati, Cristina Spinetti, Sara Valenti, Giulia Zucconi
regia Davide Manico
assistente Silvia di Francesco

 

L’uso della luce si ispira al grande pittore, alla sua capacità di conferire forma tridimensionale ai volumi dei corpi che emergono dal buio. Caravaggio posizionava strategicamente nel suo studio delle lanterne in modo che i corpi fossero illuminati solo parzialmente mediante la “luce radente” creando forti contrasti di luci ed ombre. Allo stesso modo, lo spettatore assiste inizialmente alla presenza di una donna riversa al suolo, alla ricerca di una connessione con esso, e negli istanti successivi all’ingresso di figure incappucciate che le si avvicinano e iniziano ad illuminare frammenti del suo corpo con la luce proveniente da telefoni cellulari, scansionandone ogni centimetro, dai palmi delle mani agli interstizi tra una ciocca di capelli e l’altra. Questo atto fa pensare ad un voyeurismo concentrato sui sintomi del dolore altrui, privo della volontà di comprensione o partecipazione empatica all’esperienza dell’”altro”, lo stesso delle persone che rallentano per guardare meglio gli incidenti stradali. Peculiare la scelta dell’uso dei telefoni, riferita forse ad una generazione che preferisce osservare la realtà “a distanza di sicurezza” tramite uno schermo piuttosto che rischiare di farsi da essa coinvolgere personalmente.

“In verità vi dico: uno di voi mi tradirà. I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse (…)”, parole assenti ma presenti nei frequenti spostamenti di gruppo degli elementi che seguono una stessa traiettoria, oltrepassando solchi ed ostacoli invisibili e i cui sguardi non si incrociano mai, in quell’arrestarsi improvvisamente per guardarsi alle spalle. Il tempo si dilata nelle sospensioni, accelera nei giochi di leve e appoggi, nelle dinamiche tra suolo e aria. Esiste tra loro una forte connessione, gli impulsi di una contagiano le altre propagandosi nell’aria, ma questa dimensione coesiste con la totale indifferenza nel momento in cui qualcuno decide di manifestare una diversità, condannata con sguardi che feriscono. Comunicano e non comunicano, sono sole e contemporaneamente insieme, un frammento di società, di persone inconsapevolmente connesse. Il dolore è guardato con rimprovero, ammonite dal peso di sguardi che schiacciano al suolo, non resta che muoversi in una dimensione avvertita singolarmente cercando di divenire impermeabili agli sguardi sospettosi di chi percepisce il “diverso” e non guarda per comprendere ma per giudicare, additando; oppure spogliarsi coraggiosamente della propria pelle ed esporsi, senza più schermi, denunciando le proprie ecchimosi e, oserei, il dolore di chi troppo ama senza nulla chiedere, fino a farsi crocifiggere.

Meravigliose le ricostruzioni coreografiche delle due tele caravaggesche: "Deposizione" e "Bacio di Giuda". La lingua tedesca, in merito alla definizione dell’esperienza della corporeità, prevede due sostantivi: Leib, ovvero essere un corpo e Körper, avere un corpo, ad indicare i due poli del corpo-vissuto e del corpo anatomico. In occasione della composizione e scomposizione di questi due momenti coreografici assistiamo ad un continuo fluire attraverso queste due condizioni del corpo, alla contrapposizione di un corpo drammaticamente abbandonato alla resa verso il suolo, con l’energia e la tensione plastica dei corpi che lo sostengono e accompagnano. Contatti che non vogliono comunicare ma agiscono il corpo dell’altro, talvolta spostandolo con i piedi per mantenere una distanza emotiva. Spesso, a contatto con gli altri, i corpi perdono forza, come rassegnati all’inevitabile. Quanta capacità decisionale può avere il singolo all’interno del gruppo?

Tornando alla luce, elemento essenziale di quest’opera ed elemento a lungo studiato da Caravaggio, in questa sede trovo che si configuri una ricerca ulteriore, all’interno di tutte quelle penombre insondate. Il rapporto di questi esseri con la luce è quasi fisico, hanno diverse reazioni alla luce: la ricercano, se la passano tra loro, ma a tratti diventano fotosensibili, è una luce che brucia. Da questa tensione tra buio e luce emerge un altro bellissimo momento coreografico in cui una donna lascia cadere al suolo una felpa che potrebbe essere uno strato di pelle, quello sotto cui copriamo i lividi e si allontana dal gruppo che le volta le spalle per entrare in una dimensione differente, addentrandosi all’interno di una sostanza a noi invisibile in una ricerca della verità senza anestesia, sonda i diversi effetti della luce sul suo corpo, toccandosi le zone colpite dai lividi, come se il tradimento fosse qualcosa di fisicamente percepibile sulla superficie dell’epidermide. Nuda con i suoi lividi. I corpi sono attivati da impulsi talvolta propagati dagli impatti con il terreno, talvolta intercettati e conservati nell’aria. Per poter raggiungere il gruppo è necessario indossare nuovamente l’armatura che si era lasciata scivolare al suolo per concedersi questo toccante momento di verità: per poter stare “con l’altro” è necessario occultare i propri lividi.

Significativo anche il tentativo di guardare attraverso lo spazio creato dalle dita, esigenza di una messa a fuoco, della definizione di una prospettiva per orientarsi alla ricerca di una verità.

Tra i corpi avvengono contatti che feriscono sfiorando, tentativi di comunicazione, dialoghi incompresi, lotte, sospensioni che si sciolgono al suolo; corpi che si chiedono quanto sia possibile fidarsi dell’altro e se non sia preferibile proseguire da soli. Nell’allontanarsi dal gruppo che scruta sospettoso si avverte anche un’urgenza di esistere con la propria personalità ed individualità, nonostante il prezzo da pagare possa essere la solitudine o la condanna di chi deplora la distinzione dal gruppo. Emerge la difficoltà di trovare un ascolto nell’indifferenza, in un mondo che pone quesiti senza interessarsi delle risposte, in questa bulimia di parole prive di significati reali. Perché questi ematomi sottocutanei fanno male ma sono sempre preferibili alla condizione di chi, cieco nella sua indifferenza all’altro, non sente più nulla se non il ronzio dei suoi quasi-pensieri.

Traduco e ripropongo il quesito postoci dal coreografo Davide Manico e dai performers in scena (Laura Ballarati, Francesca Garbagnati, Cristina Spinetti, Sara Valenti, Giulia Zucconi): che cosa stiamo diventando? Forse è giunto il momento di fermarsi e prenderne coscienza.

Spero di poter presto assistere nuovamente a questo spettacolo in teatro, lo spero con il cuore.

 

La Fabbrica del Vapore - via Procaccini 4/via Luigi Nono 7, 20154 Milano
Per informazioni: mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacolo: domenica 17 maggio ore 20.30 e 22.30

Articolo di: Sara Gaia Chiara Tagliagambe
Sul web: www.itfestival.it/2015

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