Io sono il vento - Teatro India (Roma)

Scritto da  Giovedì, 05 Marzo 2015 

Il Teatro di Roma ospita - nella sua sede tradizionalmente dedicata alla drammaturgia contemporanea, il suggestivo Teatro India finalmente pronto a risorgere come fenice dall'oblio in cui era amaramente precipitato negli ultimi anni - il Trittico Jon Fosse, un interessante focus sull'autore norvegese e sugli impervi paesaggi emotivi tratteggiati nelle sue opere, declinati attraverso lo sguardo lucidamente acuto di tre giovani registi italiani. Incastonato al centro di questa preziosa trilogia, "Io sono il vento" (Eg er vinden) del 2007, criptico e malinconico confronto tra due misteriosi personaggi maschili, in uno struggente dialogo interiore sulla vita e sulla morte, capace di rivolgersi intimamente alle identità di noi tutti. Veicolo di questa indagine esistenzial-ontologica l'interpretazione tersa e sofferta di Giulio Maria Corso e Eugenio Papalia, diretti con sicurezza da Alessandro Greco, che cura anche l'adattamento e la scenografia sospesa tra dimensione onirica e plumbea realtà.

 

IO SONO IL VENTO
di Jon Fosse
regia, adattamento e scene Alessandro Greco
con Giulio Maria Corso e Eugenio Papalia
assistente alla regia e disegno luci Pietro Seghetti
musica e sound design Enrico Minaglia
produzione Morel film in collaborazione con ATCL

 

Due giovani uomini abbandonati ai marosi della vita su una zattera malconcia, tavole di legno intrise di dolori, insoddisfazioni, aspirazioni neglette, incomunicabilità, incapacità di reagire. Le loro identità sono volutamente sfumate, indecifrabili, appena abbozzate; una vaga somiglianza fisica pare suggerire che sussista un legame di sangue, ma nulla vi è di distintamente definito, sia sul palcoscenico che in platea si naviga a vista tra i flutti di un ottundente grigiore, cromia a più riprese citata nel testo e che ne rappresenta una sorta di leit-motiv visivo.

Sono forse padre e figlio ad un crocevia umano che trascende i rigidi confini dello spazio e del tempo? Oppure due amici impegnati in una disamina sul reale valore da attribuire all'esistenza e sulle strategie più idonee per affrontarla senza soccombere? O ancora due volti complementari della medesima psiche tormentata, divisa tra la tentazione di arrendersi e l'istinto pervicace di comprendere l'insondabile significato di ciò che ci circonda e ci trascina nell'abisso? Dall'incipit sino all'epilogo nessun indizio ulteriore ci consentirà di discernere tra queste possibili interpretazioni. L'unico fatto incontrovertibile è che uno dei due (Giulio Maria Corso) ad un certo punto del suo percorso terreno fa propria la risoluzione di porre fine alle proprie tribolazioni, il suicidio come extrema ratio di fronte al dissolversi di ogni speranza; l'altro (Eugenio Papalia) tenta invece di sviscerare, senza successo, le motivazioni che hanno condotto a questo gesto così radicale e drammatico.

L'entrata in scena dei due giovani interpreti che incarneranno questi personaggi enigmatici è segnata da una silenziosa interazione fisica cadenzata, marziale e al contempo elegantemente ritmica, esattamente a metà strada tra un litigio ed una danza rituale. L'azione scenica sarà ridotta all'essenziale, pochi accenni di convivialità - un pasto frugale consumato rapidamente assieme, un bicchiere di vino appena sorseggiato -, la zattera che viene momentaneamente ormeggiata per ancorarsi alla certezza di un approdo stabile per poi subito dopo riprendere la navigazione nel periglioso mare aperto. In fondo lo spirito di inquieta intraprendenza ed il desiderio di superare i propri limiti, sebbene frequentemente ci conduca alla deriva, è un istinto connaturato all'essere umano, difficile dunque metterlo a tacere troppo a lungo.

Cifra espressiva della poetica drammaturgica di Jon Fosse sono i silenzi, densi di significato e vibranti di sospensione emotiva, i dialoghi asciutti in cui ogni singolo vocabolo diviene riverbero di una oscillazione dell’anima, le frequenti ripetizioni che enfatizzano concetti per inculcare nella mente dello spettatore dei germogli di riflessione. Non viene offerta una possibilità di fruizione immediata o una chiave di lettura univoca delle vicende - peraltro ridotte all’osso ed intrise di riflessi simbolici -, sarà chiesto alla sensibilità di ciascuno spettatore di addentrarsi in questo criptico groviglio esistenziale per seguirne le tracce e scovarne l’essenza.

La regia di Alessandro Greco trova nella ricercatezza, nelle atmosfere rarefatte ed oniriche, in un accorto disegno luci ed una scenografia minimalista quanto suggestiva nelle sue sfumature cromatiche neutre, il viatico ideale per sposare con intensità il sentiero drammaturgico di Jon Fosse. I due interpreti, Giulio Maria Corso ed Eugenio Papalia, aderiscono con convinzione e generosità a questo complesso ritratto esistenziale, metafora di un confronto tra vita e morte che prima o poi diviene imprescindibile per ogni essere umano; soppesando e infondendo autenticità in ogni parola, intrecciandola di un telaio di sguardi e misurati movimenti corporei, ci accompagnano nell'angosciosa navigazione attraverso i meandri dell'incomunicabilità, della solitudine, del nonsense che ci attanaglia, dell'ineluttabile ansia di libertà che dirompe lacerando ogni confortevole sicurezza.

Un testo di grande modernità, denso degli archetipi e degli stilemi espressivi della drammaturgia di Jon Fosse; un magnifico viaggio crepuscolare che percepiamo come nostro, in profondità divisi tra malinconia, interrogativi insolubili e l'ineluttabile urgenza del continuare a vivere.


Teatro India - Lungotevere Vittorio Gassman (già Lungotevere dei Papareschi) 1, Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/684.000.346
Orario spettacoli: 25 e 26 febbraio ore 21
Durata: 1 ora senza intervallo

Articolo di: Andrea Cova
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

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