Intervista - Teatro Argot Studio (Roma)

Scritto da  Sabato, 26 Dicembre 2015 

E' andato in scena al Teatro Argot Studio, "Intervista" di Theodor Holman, tratto dall'omonimo film di Theo Van Gogh, con la traduzione di Alessandra Griffoni, la regia di Graziano Piazza e l'interpretazione di Viola Graziosi e dello stesso Piazza. Un testo rabbioso, un duello all’ultimo sangue, che non risparmia colpi bassi, dove la complicità è solo apparente: due carnefici che sono al tempo stesso due vittime, prima di tutto di se stesse, una più dell’altra solo perché nella vita difficilmente una partita finisce in parità. Un’intervista che diventa una confessione estirpata e reciproca, una sconfitta delle relazioni umane, non solo uomo-donna, anzi dell’umanità. Interpretazione convincente soprattutto nella seconda parte e un incedere non prevedibile.

 

INTERVISTA
di Theodor Holman
tratto dal film di Theo Van Gogh
traduzione di Alessandra Griffoni
con Viola Graziosi e Graziano Piazza
regia Graziano Piazza
scene Francesco Mari
costumi Sabrina Chiocchio
musiche originali Andrea Nicolini
assistente alla regia Elisabetta Canu
disegno luci Gill Mc Bride
fonica e video Valerio Rodelli
una produzione Sycamore T Company

“…è la più bella versione europea del mio testo, lo spettacolo che più rispetta i nostri intenti…e mi ha sorpreso per le soluzioni…” (Theodor Holman al Teatro Vascello di Roma per la prima nazionale)

Premio “Adelaide Ristori” a Viola Graziosi come miglior attrice del Mittelfest 2013 per lo spettacolo “Intervista”.

 

"Intervista" è l’adattamento teatrale dell’omonimo film di Theo Van Gogh, regista olandese assassinato nel 2004 da un fondamentalista islamico per il cortometraggio Submission, che denunciava la posizione d’inferiorità della donna araba. La questione femminile è centrale anche in questo testo (del 2003) in cui la famosissima star di soap opera Katia, è messa ‘sotto accusa’ dal giornalista politico Pierre Peters, mandato controvoglia ad intervistarla la sera della caduta del governo. L’incontro tra i due inizia in maniera disastrosa e si trasforma rapidamente in una battaglia spietata, scorretta per gli stessi protagonisti.

Il giornalista è prevenuto, si sente in qualche modo un fallito della vita con l’ambizione di chi la sa lunga, con il fardello dell’inviato speciale che ne ha viste di tutte, che ha sofferto più degli altri, che ha previsto e non è stato capito, né ascoltato, come nel caso della caduta del governo che vede in diretta e che avrebbe preferito seguire al posto di un’intervista frivola che considera umiliante. Ben reso il personaggio, perfetto nella parte e nel look, con la sindrome del reduce della penna. Pierre è lo specchio di un uomo irrisolto nel privato e nel pubblico, con una verità scomoda da nascondere e con il bisogno di sedurre un po’ per mestiere e necessità, un po’ per provare a se stesso di vincere almeno con una donna che considera analfabeta e che potrebbe avere l’età della figlia. 

Katia è un personaggio più banale, da canovaccio, scaltra e abile a smontare la costruzione articolata di un uomo maturo e intellettuale dal quale si sente disprezzata, che non esita a giocare con la morte e la malattia di un’amica.

L’intreccio è un groviglio di colpi di scena, anzi di domande che restano fondamentalmente senza risposta, in una matassa che alla fine confonde e non permette più di distinguere la verità dalla menzogna, né il vero dal falso. Pierre mostra le ferite del corpo e della mente, del cuore: un uomo irrisolto e arrabbiato con la vita che ha deciso di usare le donne, di pagarle per fare sesso senza intimità, eppure sembra desideroso di suscitare almeno emozioni e interesse. Katia invece è un prodotto televisivo, una recitante che, similmente ad una cipolla, sfogliandola non resta nulla: pensieri di silicone e perfino questo si scoprirà doppiamente finto, alla fine, insieme ai suoi seni, e alla sua dote recitativa che raggiunge l’apice riuscendo a simulare il pianto.

In una scena spoglia con quattro sgabelli, e la luce delle candele - che il Teatro Argot esalta nella sua cruda nudità - si svolge questa improbabile intervista che diventa un’indagine su quel che resta dell’essere umano al femminile e al maschile, prigioniero di ruoli, stereotipi professionali e di un disperato bisogno di affermazione e riconoscimento attraverso l’altro. Sul fondo campeggia uno schermo che diventa specchio della scena a tratti, riproduzione di quello che l’intervista a lui suggerisce, e che in taluni passaggi diventa anche tv.

Testo agro che ha solo la veste di una commedia, feroce analisi sull’impossibilità del dialogo e di incontrare l’altro, dato l’ingombro del proprio io nebuloso e di un ego smisurato. Dietro il dialogo gridato si intreccia un ragionamento sottile che porta alla luce il peso della memoria e la difficoltà di essere accettati pubblicamente per quello che si è.

 

Nota artistica del regista
Conoscevo Theo Van Gogh come un regista particolarmente impegnato nella denuncia sociale e per il coraggio di proporre una visione personale incisiva ed efficace. La notizia della sua morte avvenuta nello stesso giorno della morte di Pier Paolo Pasolini lo ha, nel mio immaginario, accostato alla grandezza creativa di quest’ultimo. Solo dopo la sua morte, da parte di un fondamentalista islamico, in Italia si è cominciato a mostrare un interesse per il suo lavoro e anche negli USA, il remake del film Intervista ad opera di Steve Buscemi ne è una prova tangibile, come il disseminarsi nel mondo di questo testo divenuto un cult teatrale nei vari continenti. La proposta di Buscemi mi è sempre sembrata troppo patinata e poco consona all’irridente e graffiante personalità di Van Gogh. Dopo la lettura in inglese del testo teatrale ho compreso la portata dell’ impianto classico della pièce, rielaborandone le linee essenziali della contemporaneità del mito. Come in una tragedia classica i destini e le verità, le stesse identità e le ferite, svelano gli archetipi della nostra origine, paradigmi contemporanei della nostra illusione. Così, ho elaborato un luogo neutro, un quadrato, un ring con tanto di sgabelli agli angoli, dove poter assistere al match fisico ed emotivo che i due protagonisti vivono. Cercando la semplicità dei corpi, il loro contrapporsi alla menzogna delle parole, costruendone linee essenziali che potessero suscitarne gli svelamenti. Ci sono ferite da svelare, scritte sulla pelle, come la donna araba di Submission, che devono essere guarite e soltanto nell’altro trovano la propria guarigione. Come in un gioco di matrioske la verità appare sempre più profonda e cambia di nome. La superficie del pensiero di silicone, anzi della vera e propria “filosofia al silicone” ad opera della star, si rivelerà una sacra presa di coscienza del mondo e delle sue contraddizioni, in una prismatica valenza femminile in grado di contenere tutte le sfaccettature. L’uomo portatore di un pensiero razionale e rigido, fallimentare e depresso, convinto della sua verità assoluta non riesce a trovare in se stesso quel cambiamento necessario, quelle nuove forme che potrebbero portarlo all’amore. E’ un inno al superamento delle forme, dei pregiudizi, per ritrovare una comune capacità di amare, e amare se stessi attraverso l’altro.
Graziano Piazza

Graziano Piazza Attore e regista prevalentemente teatrale, ha lavorato sempre in ruoli primari con grandi registi della scena nazionale e internazionale come Luca Ronconi, Peter Stein, Benno Besson, Anatoli Vassiliev, Federico Tiezzi, Massimo Castri, Cesare Lievi, Antonio Calenda, Nanni Garella, Giancarlo Nanni, Piero Maccarinelli, Giancarlo Sepe, Mario Missiroli...alternando spettacoli classici a una ricerca personale attraverso personaggi dalla forte connotazione sociale (come nel monologo Schifo di R Shneider). Ricerca anche musicale lavorando in diversi melologhi con musicisti del calibro di Michele Campanella, Salvatore Sciarrino, Fabio Vacchi. Protagonista delle scene del Teatro antico di Siracusa o Epidauro (Grecia), pone la sua necessità artistica anche in luoghi non prettamente teatrali, come nei Demoni di Peter Stein o in Infinities di Luca Ronconi. Come regista s’interessa principalmente alla drammaturgia contemporanea mettendo in scena autori come J. Cox (Il desiderio di conoscere), Copì (La donna seduta), e ultimamente l’Intervista di Theo Van Gogh. Per il Ravenna Festival cura la regia di Gerusalemme perduta dai testi di P. Rumiz, con musiche di S. Karlic, anche in scena al Piccolo Teatro di Milano. Partecipa a vari film e fiction televisive.

Viola Graziosi Figlia d’arte nata a Roma e cresciuta in Tunisia, fin dai primi anni di vita manifesta la sua passione per il teatro. Debutta a 16 anni in una commedia di Turgueniev. A 17 anni è Ofelia nell’Amleto di Shakespeare con la regia di Carlo Cecchi. Con lui partecipa al progetto Trilogia Shakespeariana che gira in tutta Europa. Bilingue francese si diploma al Conservatoire National d’Art Dramatique di Parigi e fa parte del Jeune Théâtre National. A cavallo tra Francia e Italia, è diretta da registi molto diversi tra loro come Alain Françon, Marcel Maréchal, Hélène Vincent, Joel Jouanneau, Piero Maccarinelli, Giorgio Ferrara, Consuelo Barilari, Franco Però, Cristina Comencini… Ama alternare teatro classico e contemporaneo. Recentemente è una delle coprotagoniste de I Pilastri della società, regia di Gabriele Lavia.
Nel cinema esordisce con Le parole di mio padre di F. Comencini, selezionato al Festival di Cannes. Prende parte a varie fiction televisive. E’ una delle protagoniste di Report 51, film di A. Liguori girato in lingua inglese e attualmente in distribuzione negli Usa. E’ laureata in studi teatrali alla Sorbona.

Theodor Holman è un giornalista, sceneggiatore e presentatore olandese. Ha studiato lingua olandese e Storia presso l’Università di Amsterdam. E’ stato redattore del giornale satirico studentesco Propria Cures. Intervista è un adattamento teatrale dell’omonimo film di Theo Van Gogh girato in Olanda nel 2003, che vedeva come protagonisti gli attori Katja Shuurman e Pierre Bokma, da cui sono tratti i nomi dei protagonisti della vicenda.

Theo Van Gogh (1957-2004) è stato un regista, attore, produttore televisivo, sceneggiatore, conduttore televisivo, pubblicista, scrittore, cineasta e attivista olandese. Discendente dal fratello del celebre pittore Vincent Van Gogh, fu assassinato da un estremista islamico come ritorsione contro alcune immagini mostrate nel suo cortometraggio Submission. Frequentò la facoltà di legge dalla quale uscì per lavorare nel mondo del cinema e soddisfare la sua grande passione: creare e dirigere film. Era ritenuto persona tollerante nei rapporti individuali ma nei suoi articoli attaccava duramente politici, giornalisti, e tutti coloro che facessero “parte del sistema”. In conseguenza di ciò fu licenziato più volte dai giornali per i quali lavorava, e fu infine costretto a scrivere solo sul suo sito chiamato “De Gesonde Roker” (“Il fumatore in salute”). Era un uomo di sinistra come da tradizione politica della sua famiglia, amico di Pim Fortuyn, anche lui impegnato contro l’islamismo e assassinato nel 2002. In seguito alla morte di Fortyn si avvicinò politicamente a Ayaan Hirsi Ali, un’olandese di origini somale che si batte per l’emancipazione femminile nell’islam, con cui scrisse la sceneggiatura del cortometraggio Submission.

 

Teatro Argot Studio - via Natale del Grande 27, 00153 Roma (Trastevere)
Per informazioni e prenotazioni:
telefono | fax 06/5898111, mobile 392 9281031, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 17.30
Biglietti: 12 euro intero, 8 euro ridotto (+ tessera associativa stagionale 3 euro)
Durata: 75 minuti senza intervallo

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Foto di: Pietro Pesce
Grazie a: Maia Amenduni, Ufficio stampa per Sycamore T Company
Sul web: www.teatroargotstudio.com

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