Intervista ai parenti delle vittime - Teatro dei Conciatori (Roma)

Scritto da  Sabato, 01 Aprile 2017 

Al Teatro dei Conciatori è andato in scena il debutto nazionale del nuovo spettacolo scritto e diretto da Giuseppe Manfridi “Intervista ai parenti delle vittime” con Melania Fiore. Le musiche originali sono di Antonio Di Pofi, le scene di Antonella Rebecchini. Il testo, scritto in versi incalzanti come onde sonore che traducono in un rap prolungato il dipanarsi dei ricordi, è affidato al talento di Melania Fiore, che di Manfridi ha già interpretato con enorme consenso ‘La Castellana (un noir)’.

 

INTERVISTA AI PARENTI DELLE VITTIME
di Giuseppe Manfridi
con Melania Fiore
musiche Antonio di Pofi
scene Antonella Rebecchini
regia Giuseppe Manfridi

 

"I signori autori drammatici, professionisti del teatro, sdegnano d'essere tenuti in conto di letterati, perché dicono e sostengono che il teatro è teatro e non è letteratura".

Lo scrive Pirandello in Altri esempi letterari. Ma il tono è canzonatorio, poiché l'Agrigentino piuttosto propende per la tesi opposta, ovvero che il teatro sia letteratura, buona letteratura, e aggiunge:

"I signori autori drammatici, professionisti del teatro, scrivono male, non solo perché non sanno o non si sono mai curati di scriver bene, ma perché credono che lo scriver bene a teatro sia da letterati, e che bisogni invece scrivere in quel certo modo parlato come scrivon loro, che non sappia di letteratura, perché i personaggi dei loro drammi e delle loro commedie - dicono - non essendo letterati, non possono parlare sulla scena come tali, cioè bene; debbono parlar come si parla, senza letteratura".

Chiedo venia per la lunga e dotta citazione pirandelliana che però mi serve ad introdurre il riuscito testo di Giuseppe Manfridi andato in scena al Conciatori. Manfridi non rientra naturalmente in quella schiera dei "professionisti del teatro che scrivono male" motteggiata da Pirandello; al contrario l'autore romano è uno che il teatro lo scrive benissimo e proprio in quella chiave di drammaturgia letteraria invocata dal Nume pirandelliano.

E' infatti notevole l'abilità di Manfridi di costruire una letteratura teatrale complessa, sofisticata, rendendola al contempo drammatica: scrive bene - in senso Pirandelliano - chi fa letteratura creando un dramma, anzi un'azione drammatica che rapisce il pubblico in un vortice che parte dalla letteratura, passa nella psicologia, investe la realtà e si trasforma in drammaturgia.

Penso sia questa la caratteristica, la peculiarità principale di Manfridi: il suo verso non è mai aulico, non mira mai al bello effimero, fine a se stesso, ma risuona sempre come l'eco dell'anima di personaggi che si disciolgono e dissipano nei rivoli di un linguaggio apparentemente letterario, ma nelle cui vene scorre il sangue, il ghénos tragico che immola il capro espiatorio sull'altare della realtà.

Intervista ai parenti delle vittime è un monologo interpretato con intensità, forza e dolore da una Melania Fiore che ansima e spasima in una zona della coscienza ancestrale (la sorella è stata appena trovata cadavere per overdose e lei davanti alle telecamere deve fingere un sentimento che non prova, o meglio ne prova di molteplici e contrastanti: invidia, gelosia, attrazione, rabbia, furia). Qui Manfridi dà dimostrazione di una concentrazione e potenza drammaturgica non indifferente. Infatti tutto si gioca nell'ambito di uno sdoppiamento drammatico che si ripercuote fino alle estreme conseguenze: lo sdoppiamento delle due sorelle - la morta e la superstite impegnate in un confronto all'ultimo affilato sentimento - lo sdoppiamento del piano della finzione televisiva del dolore simulato e/o dissimulato durante l'intervista e della rabbia a stento soffocata nella realtà della coscienza (uso un ossimoro in quanto la realtà è opposta allo stato della coscienza); infine lo sdoppiamento di un piano reale da un altro onirico in cui la realtà tragica si trasforma in un incubo psicanalitico. Al punto che non sapremo mai se la sorella sia veramente morta per overdose sull'altare di una chiesa, proprio come il capro espiatorio delle tragedie greche; se le immagini che intuiamo scorrere in televisione corrispondano alla verità, o se invece si tratti di una alterità mentale della protagonista che prima ha l'incubo e poi finisce per viverlo come se fosse veramente accaduto. Non lo sapremo mai. Il finale lascia - come nelle opere migliori - la soluzione aperta: e se fosse un caso di sdoppiamento con bipolarità schizofrenica causata dalle droghe della stessa protagonista? Il dubbio nasce dal fatto che un quotidiano caso di morte per overdose difficilmente porterebbe a parlarne per ore in televisione con relativa ricostruzione della personalità della vittima.

Del resto Manfridi è solito intrecciare i piani del reale, come ad esempio in uno dei suoi primi testi, Anima bianca, che ho pubblicato nella raccolta di suoi testi da me curata e che intitolammo Teatro dell'Anarchia: proprio a significare la libertà dell'autore di muoversi su più piani, di mischiare le carte, di invertire la rotta tra finzione e realtà. Così scrivo nella prefazione:

"Il teatro dell'Anarchia di Giuseppe Manfridi sintetizza la forza e l'autonomia dell'Autore/Creatore che, raccogliendo spunti dalla realtà e dalla vita, costruisce, tramite il linguaggio teatrale e la drammaturgia, monadi, universi paralleli, mondi imprevisti scaturenti dalla scintilla creativa del contatto tra la realtà oggettiva e la mente elaboratrice del Deus ex Machina".

La regia di Manfridi segue pedissequamente il Manfridi autore assecondandolo con un lavoro pulito ed onesto, un po' didascalico. Qui la scissione avviene sul piano autoriale: il Manfridi autore detta le sue regole e il Manfridi regista le applica senza un processo di sublimazione o di metabolizzazione: come scritto, così detto. Se da una parte l'autore rompe gli schemi e spiazza la coscienza affidando alla parola la fermentazione e macerazione interiore del personaggio, il regista tende a ricostruire la teatralità in una situazione più razionale e registica: così la "camera della tortura" (mentale) ingombra di oggetti reali (scarpe, borsette e vestiti) non si rivela immediatamente come luogo di epifanie vere e proprie. E' brava comunque Melania Fiore ad insistere sulle ossessioni, a lavorare sul filo del rasoio trasformando le cose - che sono perché esistenzialmente "ci sono" - in fenomeni. Il che provoca alcuni cortocircuiti testuali quando l'autore deve cedere alle istanze più realistiche della regia corrompendo l'astratto linguaggio dell'anima ad un parlato quotidiano che fuorvia la tensione creata dal perturbante dialogo con l'ombra.

Le coinvolgenti e conturbanti musiche di Antonio di Pofi sottolineano la natura psicanalitica del plot affondando negli strati ancestrali dell'inconscio della protagonista mentre la scena di Antonella Rebecchini risulta un compromesso peraltro ben equilibrato tra realismo e simbolismo.

 

Teatro dei Conciatori - via dei Conciatori 5, 00154 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/45448982, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 18, lunedì riposo
Biglietti: intero €18.00 | ridotto €13.00 (+ tessera obbligatoria di 2 €)

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Maya Amenduni, Ufficio stampa Teatro dei Conciatori
Sul web: www.teatrodeiconciatori.it

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