Incendi - Teatro India (Roma)

Scritto da  Martedì, 03 Aprile 2012 
Incendi

Il dramma del popolo libanese sconvolto da una guerra insensata e fratricida si riverbera sull’intimo destino di una famiglia, tra inspiegabili silenzi, affetti crudelmente congelati, improvvisi e laceranti disvelamenti. Debutto romano al Teatro India per “Incendi”, capolavoro drammaturgico dello scrittore Wajdi Mouawad - naturalizzato canadese, ma le cui radici affondano in questo contesto geografico/culturale - presentato con la regia di Renzo Martinelli nell’ambito della rassegna “Face à face – Parole di Francia per scene d’Italia”. Orrori, torture, sangue, legami ancestrali e la ricerca ostinata e appassionata della verità si intrecciano in una vera e propria epopea moderna, permeata dalle reminescenze della tragedia classica, atrocemente aderente alla realtà storica ed incarnata in una mise en scene dal dirompente impatto emotivo.

 

Produzione Teatro I

in collaborazione con Face à face – Parole di Francia per scene d’Italia, Delegazione del Québec a Roma e Istitut Français Milano presenta

INCENDI

di Wajdi Mouawad

adattamento di Francesca Garolla

traduzione di Caterina Gozzi

regia e scenografia di Renzo Martinelli

con Federica Fracassi, Francesco Meola, Valentina Picello, Roberto Rustioni, Libero Stelluti

 

Un’opera che indubbiamente richiede moltissimo al pubblico in termini di attenzione ed impegno mentale ed emozionale, visto l’estremamente articolato dipanarsi dell’intreccio narrativo, la dilatazione temporale della rappresentazione (un atto unico della durata di oltre due ore) e soprattutto il tragico coacervo di dolore, sangue, violenze ed incomprensioni familiari che assedia le esistenze dei protagonisti e che neppure negli istanti finali concederà loro alcuno scampo né una parvenza di consolatoria catarsi. Un’opera che però restituisce in cambio un’ondata talmente impetuosa di sensazioni, un’originalità e potenza espressiva realmente fuori dal comune, soluzioni registiche e scenografiche assolutamente convincenti e delle interpretazioni tanto pregiate, sentite e carismatiche, da catturare in profondità lo spirito dello spettatore, lasciandolo sgomento, arricchito e commosso ed inducendolo alla riflessione, con la ferma consapevolezza di aver vissuto un’esperienza teatrale di rara intensità e preziosità.

“Incendi” approda a Roma nell’ambito della sesta edizione del festival “Face à face – Parole di Francia per scene d’Italia”, che si prefigge la finalità di animare un fertile scambio di orizzonti culturali promuovendo la drammaturgia contemporanea francese in Italia e quella italiana in Francia. Si tratta di una delle opere maggiormente significative di Wajdi Mouawad, nato in Libano ma trasferitosi prima in Francia e poi in Canada a causa della guerra che tormentava il suo paese d’origine, ed appartiene alla cosiddetta “Tetralogia della memoria”, comprendente anche gli altri tre testi “Littoral”, “Forets” e “Ciel(s)”.

La pièce racconta le devastazioni e le ingiustizie di una guerra ciecamente assurda, attraverso la prospettiva biografica di una madre, Nawal, e dei suoi due figli gemelli, Jeanne e Simon: la narrazione prende le mosse dall’improvvisa morte della protagonista, per la precisione dal momento in cui il solerte notaio Lebel, devoto amico della defunta, rivela ai due ragazzi le insolite disposizioni testamentarie: vengono loro affidati due incomprensibili cimeli, una giacchetta da detenuto ed un quaderno rosso, e due lettere che dovranno essere da loro consegnate rispettivamente al padre (che da lungo tempo credevano morto) e al fratello (di cui non conoscevano neppure l’esistenza). Questa stravagante richiesta sconvolge in maniera lancinante il già precario equilibrio dei due gemelli, producendo reazioni diametralmente discordanti: l’apparentemente fragile Jeanne, abituata ad interpretare la realtà in base alla propria forma mentis matematica e a descrivere la propria collocazione nel mondo e le dinamiche relazionali con coloro che la circondano inscrivendole in complessi ed imperscrutabili grafi di visibilità, si scopre fermamente determinata nella ricerca di un padre lontano e sconosciuto; al contrario il solido ed intransigente Simon, devastato da questo repentino disvelamento, reagisce in maniera violenta e nevrotica, ritenendolo come l’ennesima bizzarria di una madre insensibile, abissalmente distante e sostanzialmente disinteressata alle esigenze dei propri figli, tanto da inveire furiosamente contro la sua memoria e rifiutarsi recisamente di imbarcarsi in un irrazionale ritorno al passato.

Nella narrazione si intrecciano continuamente i piani temporali, tra la progressiva presa di coscienza del presente ed i flashback attraverso i quali viene ripercorso il tormentato sentiero che ha segnato la vita della coraggiosa e fiera Nawal a partire dal suo paese mediorientale di origine (la connotazione geografica viene mantenuta volutamente indefinita, a sottolineare l’universalità degli eventi e dei conflitti narrati): una storia d’amore proibita strenuamente dalla famiglia di lei e la nascita di un bimbo che le viene brutalmente sottratto subito dopo il parto; l’abbandono delle proprie radici per fuggire in Occidente, in un contesto che le consentisse di “imparare a scrivere, a leggere, a contare, a pensare”; il ritorno in patria per incidere il nome della nonna sulla sua lapide, per assolvere alla promessa che le aveva fatto allorchè quest’ultima l’aveva esortata insistentemente a lottare per rivendicare la propria dignità, a raggiungere l’emancipazione personale attraverso la cultura, a spezzare la catena di collera che ormai da generazioni legava indissolubilmente le donne della loro stirpe; l’inizio di una forsennata e temeraria ricerca per ritrovare il figlio tanti anni prima suo malgrado abbandonato, progetto reso ancor più difficoltoso dalla guerra che imperversa rabbiosamente devastando affetti, popoli e legami. Nawal, soprannominata “la donna che canta”, finisce così per essere catturata, reclusa in un campo di prigionia per profughi, torturata tra spasmi indicibili, violentata ripetutamente con sadica crudeltà da un aguzzino che sembra averla identificata come vittima privilegiata dei suoi più sordidi istinti: da questi oltraggi scaturisce, con l’accanimento che talora la natura dimostra nel far sorgere la vita proprio dove parrebbe non essere possibile nulla di diverso dall’annientamento totale, la nascita di due meravigliose creature, proprio i due gemelli Jeanne e Simon.

Una storia angosciosa che ci viene svelata, dettaglio dopo dettaglio, attraverso la faticosa indagine della ragazza alla quale ben presto, dinanzi all’evidenza dei fatti che si stanno dischiudendo dinanzi alla sua attonita ingenuità, si uniranno anche il fratello e l’onnipresente e generoso notaio. Sino ad arrivare all’acme straziante ed orrorifico di un’ulteriore rivelazione finale, che chiuderà definitivamente il cerchio, e la rappresentazione, dilaniando ogni benchè minima possibilità di redenzione o speranza.

La regia di Renzo Martinelli, incisiva e struggente, virtuosistica ma elegante, millimetricamente precisa e capace di valorizzare alla perfezione l’evoluzione psicologica dei personaggi, accompagna la narrazione senza alcun voyeuristico compiacimento e con una profondità di analisi ed introspezione rigorosa e vivida, rifuggendo nettamente da ogni istanza tendente al melodrammatico. A questo proposito, particolarmente originale e sorprendente la farneticante parentesi metateatrale in cui, per una manciata di istanti, viene interrotta la rappresentazione, smorzandone l’acuto pathos, dagli stessi attori che si scusano con il pubblico per gli errori commessi in quella che fingono essere una sorta di prova generale dello spettacolo.

La scenografia, curata dallo stesso Martinelli, si impadronisce dell’intero suggestivo spazio scenico offerto dal Teatro India - senza alcun particolare che suggerisca una specifica collocazione geografica - invadendolo di pile di mattoni, secchi di metallo, oggetti di uso quotidiano abbandonati al loro destino di relitti di una civiltà in rovina sotto i colpi inflitti dalla violenza della guerra e della sopraffazione di ogni diritto; ai lati del palcoscenico quattro spogli tavolini da lavoro dove gli interpreti si rifugiano dopo aver completato i propri interventi, avvolti dalla semioscurità e da teli neri spersonalizzanti che ne oscurano le fattezze, con a loro disposizione dei microfoni che ne amplifichino ogni sussurro, ogni evocativa voce di contorno che accompagna il percorso iniziatico verso la verità. Sul fondoscena una tenda disvela, nei diversi segmenti narrativi, ulteriori dettagli come un albero scheletrico o un armadietto distrutto, manovrata da un quinto personaggio, presenza incombente ed enigmatica, con il suo naso rosso da clown che costituirà l’elemento chiave dell’agnizione conclusiva.

L'infanzia è un coltello piantato in gola che non si tira via facilmente”, questo apprenderanno a prezzo di lividi indelebilmente incisi sulla loro anima i protagonisti della pièce, portati in scena egregiamente da una compagnia di giovani e talentuosi attori: sin dalle prime battute Valentina Picello appare vibrante, emotivamente sempre a fuoco, capace di attraversare in maniera convincente le innumerevoli declinazioni psicologiche del suo personaggio, la fragile, inquieta ma inaspettatamente risoluta Jeanne; altrettanto potente, espressiva e generosa l’interpretazione di Francesco Meola nei panni del fratello gemello Simon, inizialmente preda di un’aggressività che è sintomo di chiusura ed arroccamento sulle proprie posizioni di difesa (nonostante la giovane età riuscire a sostenere il monologo iniziale in cui si scaglia veementemente contro la memoria della madre defunta, con un linguaggio decisamente crudo, è chiara evidenza di una convincente preparazione tecnica e di una non comune capacità di introiezione del vissuto del personaggio). Apprezzabile anche la prova recitativa offerta da Roberto Rustioni, nel ruolo del notaio Lebel che accompagna i due ragazzi nel doloroso viaggio alla riscoperta delle proprie radici e che svolge il compito essenziale di stemperare l’estrema drammaticità dell’opera con qualche accenno di leggerezza e ironia. Struggente, impetuosa, tormentata e ricchissima di accenti la prova recitativa offerta dall’ottima Federica Fracassi, che affronta con impegno e maestria il personaggio di Nawal nella sua lotta attraverso la guerra e i soprusi per affermare la propria dignità di donna e madre. Infine un plauso calorosissimo desideriamo riservarlo a Libero Stelluti, il misterioso clown col naso rosso ed il viso dipinto di bianco, che per l’intera rappresentazione rimarrà una presenza indecifrabile, per poi rivelarsi nei passaggi finali con la drammatica follia scaturita da un’infanzia negata tramutatasi in dissennato desiderio di sangue, assenza di legami, impossibilità di un rapporto sereno e costruttivo col prossimo. Un giovane attore di straordinaria intensità espressiva e decisamente carismatico, si impadronisce del palcoscenico e dell’attenzione dello spettatore, suscitando ripulsa e compassione, dolore e tenerezza nei confronti del suo complesso e magmatico personaggio.

Uno spettacolo veramente da non perdere, un testo dal grandissimo valore drammaturgico, documento storico e al contempo racconto biografico di profonda e commovente umanità, portato in scena con rara ricercatezza e forza lacerante.

 

Teatro India – Lungotevere Vittorio Gassman, Roma        

Per informazioni e prenotazioni: ufficio promozione Teatro di Roma telefono 06/684000346

Orario biglietteria: telefono 06/684000311, aperto dalle ore 17 nei giorni di spettacolo, dalle ore 15 la domenica

Orario spettacoli: da mercoledì a sabato ore 21, domenica ore 18

Biglietti: intero €16,00 (+€2,00 di prevendita), ridotto €14,00 (+€1,00 di prevendita)

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma

Sul web: www.teatrodiroma.net

 

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