In treno con Albert - Teatro Due (Roma)

Scritto da  Ilaria Guidantoni Venerdì, 15 Febbraio 2013 

Dal 14 febbraio al 3 marzo. Un piccolo spettacolo, gustoso e originale, anche per la sua ambientazione all’interno di una vecchia carrozza ferroviaria. Una conversazione tra passeggeri sconosciuti, una breve storia che si intreccia come incontri casuali di passaggio e uno strano aggancio, storicamente folgorante, come l’inizio della teoria della relatività ristretta. Protagonista quasi involontario un ragazzo spontaneo e goffo, sorprendente per la spontaneità della sua intelligenza irresistibile e delirante, quasi inconsapevole. E’ questo il tratto che il regista coglie del personaggio storico. L’interpretazione è di chi ha stoffa e mantiene quell’apparente naturalezza come a chiedersi ‘che ci faccio io qui?’ Gradevole anche la trovata del doppio ruolo tra narratore e interprete, talora un po’ eccessiva.

 

 

Il carro dell’Orsa presenta
IN TRENO CON ALBERT
di Edoardo Erba
con Mirko Soldano, Monica Rogledi, Beniamino Zannoni
regia di Edoardo Erba

 

 

Dal 14 febbraio al 3 marzo presso il Teatro Due di Roma, è in scena lo spettacolo teatrale "In Treno con Albert" di Edoardo Erba con il patrocinio della Sigrav, di Esplica e dell'Università della Calabria. Il ciclo di spettacoli è accompagnato da una serie di conferenze divulgative, che si terranno una per ogni serata, poco meno di un’ora prima degli spettacoli. L’esordio con “Le dimensioni parallele” di Franco Fabbri, buon oratore che ha sottolineato gli intrecci, troppo di frequente sottovalutati, tra arte e scienza, sul tema del XX secolo: la riflessione su tempo e spazio che cadono come dimensioni assolute e indipendenti, per diventare un intreccio legato a quanto accade, mettendo in crisi le teorie di Galileo Galilei e di Isaac Newton e con esse un'intera visione del mondo. Da quella teoria della relatività speciale del 1905, nulla sarà più come prima e la scienza non avrà più certezze – che scientifiche non erano, ma assomigliavano di più a costruzioni teologiche – per diventare una disciplina funzionale che dà risposte soggetta a verificabilità e falsificabilità. Sarà così che nel XX secolo l’uomo vedrà il mondo con occhi diversi e nasceranno gli orologi molli di Salvador Dalì, o le visioni multiple dei volti scomposti in sequenza di Pablo Picasso, o la velocità dei quadri dei futuristi.
Tutto inizia nel 1985, su un treno da Milano a Genova con le classiche panche in legno rivestite di velluto rosso. E’ in uno di questi vagoni senza scompartimenti che viaggia un giovanissimo Albert Einstein, un ragazzo vestito in modo un po’ buffo che parla un discreto italiano con un pessimo accento. Per nulla preoccupato del suo aspetto e delle regole del comportamento sociale, si toglie le scarpe, asciuga per terra l’acqua della pioggia con il cappello e affonda lo sguardo in un libro, quasi di fisica come egli stesso dice: “Il barone di Munchausen”. Per l’affaire di una spilla che sembra rubata e un bizzarro caso tra il poliziesco e il noir incontrerà Ernestina, che viaggia con le due sorelle e la zia. E’ cercando di ricostruire come sono andate le cose e di scoprire chi sia il colpevole che cade vittima di una folgorazione: sviene per un’idea, l’intuizione della teoria della relatività. E’ un insight a metà tra la scienza e l’amore.
Quando Albert Einstein nel 1895 lascia il liceo perché rifiuta i metodi autoritari della scuola tedesca, ha solo 16 anni. La sua famiglia si è da poco trasferita a Milano dove il padre sta per iniziare un’attività industriale. Albert, momentaneamente libero da impegni scolastici, anticonformista e ribelle, viaggia spesso in treno per l’Italia: impara un po’ la lingua e passa l’estate sulle colline dell’Oltrepò Pavese. Va verso Genova perché non ha mai visto il mare e da lì è intenzionato a proseguire per visitare Pisa. E’ proprio in uno di questi viaggi in treno che Edoardo Erba lo immagina. E’ una giornata piovosa di primavera e Albert, sulla carrozza di un treno di seconda classe, incontra Ernestina, la ragazza pavese con la quale, da adulto, avrà una documentata corrispondenza. In un momento nasce un amore non vissuto (la ragazza è già promessa sposa) e l’intuizione del suo futuro di scienziato, anche se gli occorreranno dieci anni di studio per mettere a fuoco il concetto ma, da quel momento, la metafora del treno ricorrerà in tutti i suoi scritti divulgativi sulla Teoria della Relatività Ristretta.
Un’ora gustosa durante la quale l’intelligenza vivida e spaesata di Albert, ben resa dall’interpretazione, ci fa sorridere, mentre gli altri personaggi interpretati da due attori a turno, sono il contorno del fulcro della scena. La trovata del raccontarsi come voce narrante e raccontare l’altro, alternando con il discorso diretto, è simpatica anche se ad un certo punto rischia di avvitarsi eccessivamente su se stessa, dribblando l’ostacolo con un po’ di sana autoironia che viene in soccorso. Lo scambio palese del femminile nel ruolo del maschile e viceversa è voluto o solo necessario?
La seconda scena separata dal buio nel quale lo spettatore riceve in faccia un faro – l’attraversamento di una galleria a fare da separé – è la rappresentazione della stessa teoria della relatività. Il viaggio, il movimento nello spazio (il percorso nella galleria) taglia il tempo, con un’accelerazione esagerata, di 50 anni. Ecco perché quando si ferma in banchina quell’accelerato ha lo stesso Albert ragazzo di una dimensione relativa, l’unica percepita reale dallo spettatore (che si identifica con quel punto di vista), mentre il resto è invecchiato, come Ernestina che ricorda le belle estati lontane e la guerra. Un fuso orario storico a dismisura. Il regista gioca alla fine con un classico: il ritrovamento di un reperto rimasto inspiegabilmente sepolto nelle pieghe del velluto della carrozza: 50 anni o al massimo qualche ora del viaggio. E quindi il colpevole chi è? Dipende cosa si vede.
La musica è giusta e calibrata ed entra a misura nel sottolineare alcuni passaggi emozionali legati ad Albert o dove il suono è protagonista, come il fischio del treno o il rumore della pioggia.

 

 

Teatro Due - vicolo dei Due Macelli 37, Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6788259
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21.00, domenica ore 18.00
Biglietti: intero 15,00 euro, ridotto 12,00 euro

 

 

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Ufficio stampa Michele Lella
Sul web: www.intrenoconalbert.it

 

 

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