Imitationofdeath - Teatro India (Roma)

Scritto da  Venerdì, 22 Maggio 2015 

Caleidoscopico labirinto di suggestioni multisensoriali. Questo e molto altro è "Imitationofdeath", ultimo capitolo del "Trittico Furioso" firmato ricci/forte, in scena assieme a "Still Life" e "Macadamia Nut Brittle" al Teatro India per un totale di nove repliche di grande successo. L’acclamata drammaturgia estrema di Stefano Ricci e Gianni Forte si rivela ancora una volta potente nell’evocare con intelligenza scenica la condizione disperata dell’uomo ultracontemporaneo.

 

IMITATIONOFDEATH
drammaturgia ricci/forte
regia Stefano Ricci
con Giuseppe Sartori, Fabio Gomiero, Liliana Laera, Marco Angelilli, Claudia Salvatore, Cinzia Brugnola, Chiara Casali, Ramona Genna, Blanche Konrad, Piersten Leirom, Mattia Mele, Simon Waldvogel, Desiree Giorgetti
movimenti Marco Angelilli
produzione ricci/forte in coproduzione con Romaeuropa Festival, CSS Teatro stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia, Festival delle Colline Torinesi, Centrale Fies - Dro

 

Un mondo in cui le parole risuonano da ogni dove, riverberano inascoltate e perdono di senso, obsolete non appena esternate, non potrebbe essere rappresentato tramite lo stesso abusato codice verbale. Teatro - quando è di qualità - è vita guardata da un punto di vista altro, sotto un’inedita luce: solo allora svolge la sua più significativa missione artistica, arricchendo lo spettatore di uno sguardo nuovo sul mondo.

"Imitationofdeath" è uno spettacolo esperienziale, che rinuncia quasi del tutto alla parola per proporre una vera e propria drammaturgia dei corpi, in linea con la traiettoria teatrale dell’ormai celebre duo ricci/forte, la cui parola d’ordine non è ricerca ma curiosità. L’esistenza viene rappresentata in un percorso circolare di cui la morte non è più destinazione, ma viaggio; il corpo è il testimone vibrante della schizofrenia che ci costringe, dalla nascita, ad adattarci ad un ambiente che mortifica l’individualità.

La scena iniziale, una “venuta al mondo” collettiva, proietta da subito lo spettatore in questa bolla appiccicosa di norme sociali, percorsi obbligati dello stare al mondo, spesso imbellettati tanto da sembrare allettanti: pesanti e instabili zeppe su cui a stento gli attori trovano un equilibrio, ma che finiscono per padroneggiare tanto da esibirsi in una perfetta, quanto tragica, mazurka.

Persino il libero arbitrio è ritratto come un’illusione, laddove i processi di emancipazione altro non sono che il paravento dietro cui inconsapevolmente indossiamo nuovi gioghi. Il rapporto con l’altro, se non è competitivo, è di forza, alla quale volentieri ci abbandoniamo, nella sconcertante quanto rassicurante necessità di omologazione.

Nelle sue rare apparizioni, la parola altro non è che meccanismo precostituito, specchio dell’aberrante abitudine di esternare il nostro io ridotto a curriculum, paradossale elenco di esperienze, con tanto di data e luogo, sempre pronti a ricevere col sorriso le frustate di un mondo che giudica inesorabilmente, e che è pronto a puntare i riflettori sulle nostre debolezze. Tali meccanismi comunicativi risultano tristemente uguali anche se la lingua in cui si realizzano è diversa.

Un’esistenza così condotta non è vita: è imitazione della morte. Eppure i corpi esposti, percossi, stuzzicati, imbrattati, bagnati, vestiti e svestiti, calpestati, non sono solo involucri: dentro di loro lotta un’anima che non si rassegna, che continua a fare domande, che continua a sognare, pur nelle forme prestabilite. L’elenco delle esperienze vissute diventa elenco delle ambizioni e dei propositi, in uno slancio di entusiasmo che presto però assume, ancora una volta, i contorni di una competizione annichilente.

L’alternativa a questo tipo di socialità opprimente e competitiva è inevitabilmente l’isolamento, nel quale l’istinto a rapportarsi con l’altro-da-sé si sublima nell’accumulo di oggetti. La lunga scena finale racconta, sulle note eloquenti di "Shine on You Crazy Diamond" dei Pink Floyd, questo rapporto morboso con le minutaglie in cui riversiamo la nostra identità, ma a cui prima o poi dobbiamo ribellarci.

La danza dei corpi è in continuo divenire, le prove fisiche degli interpreti notevoli: continuamente esposti a sollecitazioni. Gli stimoli sono incessanti e variegati, riescono a coinvolgere - direttamente o per empatia - vista, udito, tatto dello spettatore, disorientandolo quanto il mondo che abitiamo.

Il merito della drammaturgia ricci/forte è l’intelligibilità di una rappresentazione evocativa che lascia comunque spazio alla coscienza dello spettatore, permettendogli di riempire di senso ciò che accade sotto i suoi occhi, ma per istinto, non tramite complessi processi mentali.



Teatro India - Lungotevere Vittorio Gassman (già Lungotevere dei Papareschi) 1, 00146 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/684.000.346
Orario spettacoli: dal 19 al 21 maggio ore 21
Durata: 75 minuti

Articolo di: Sabrina Fasanella
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

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