Il vizio dell’arte - Teatro Elfo Puccini (Milano)

Scritto da  Mercoledì, 19 Novembre 2014 

Fosse facile comprendere se l'approccio all'arte - da artista o da semplice fruitore - sia più un vizio o più una virtù. Ma poi in fondo, chi se ne frega? L'essenziale, l'unica cosa realmente importante, è vivere l'emozione, quel trasporto unico che solo un buon prodotto creativo è in grado di regalare, sia esso una poesia di Wystan Auden o una composizione per pianoforte di Benjamin Britten. Oppure Il vizio dell'arte, in scena in questi giorni all'Elfo. Si parva licet, la premiata ditta Bruni-De Capitani sforna, stagione dopo stagione, delle rappresentazioni che un giorno diventeranno classici, al pari di Funeral blues e Death in Venice. Per il momento, in attesa della gloria postuma che arriverà senz'altro, si godono da vivi il successo di pubblico. Sono tanti quelli che seguono le loro peripezie sul palco, e crescono di anno in anno: Il vizio dell'arte ha superato perfino come numero di spettatori (paganti e non, i conti si fanno poi alla cassa) The History Boys, che a suo tempo fu un trionfo all'apparenza irraggiungibile.

 

IL VIZIO DELL'ARTE
di Alan Bennett
traduzione di Ferdinando Bruni
uno spettacolo di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
costumi di Saverio Assumma
musiche dal vivo Matteo de Mojana
con Ferdinando Bruni (Fitz (Wystan Hugh Auden)), Elio de Capitani (Henry (Benjamin Britten)/ Boyle), Ida Marinelli (Kay, l'aiuto regista / May), Umberto Petranca (Donald (Humprey Carpenter, il biografo), Alessandro Bruni Ocaña (Tim (Stuart)), Vincenzo Zampa (George, attrezzista), Michele Radice (Neil, l'autore), Matteo de Mojana (Tom, pianista)
luci di Nando Frigerio
suono di Giuseppe Marzoli
voce registrata di Giorgio Gaddi
sassofono di Luigi Napolitano
produzione Teatro dell'Elfo
con il Patrocinio di Regione Lombardia
si ringrazia la rassegna Garofano verde

 

Questo spettacolo racconta di un mai avvenuto incontro tra Auden e Britten nei primi anni Settanta, quando entrambi si appropinquavano alla morte. La trama, di per sé, poteva già essere interessante. Ma quel diavolo di Alan Bennett ha reso ancor più intrigante il tutto: ci ha messo dentro la storia di una compagnia teatrale in procinto di mettere in scena, al National Theatre, un'opera che parla di Auden al crepuscolo della vita. Un Auden avvinghiato da un paio di voglie: la prima, più terrena e impellente, di soddisfare gli impulsi sessuali con giovani escort; la seconda, più spirituale, di rivedere il finale de La tempesta di Shakespeare, che proprio non lo convince. Ma il gioco meta-teatrale mica finisce qui: anche gli spettatori in sala vengono coinvolti in prima persona; vengono chiamati - seppur in maniera garbata, non invasiva - a essere parte del gioco.

Il teatro nel teatro è una tecnica che in tanti, in troppi, utilizzano. Ma, come già dicemmo parlando di Assassine, questa benedetta quarta parete c'è chi la sa sfondare e c'è chi no: Il vizio dell'arte riesce appieno nell'impresa. Sicuramente con Bennett le spalle erano già ben coperte, ma è la bravura dei professionisti dell'Elfo a fare la differenza. Vogliamo ribadire ancora una volta il talento superlativo di Bruni e De Capitani? Volendo sì, ma dopo tanti anni di sodalizio pure i sassi si sono accorti che sono due geni. Soffermiamoci invece sui “comprimari” - che poi in realtà è molto offensivo definire tali, perché si tratta di protagonisti a tutti gli effetti. Ida Marinelli in particolare, nei panni dell'aiuto-regista disincantata ma non cinica, è una chiave di volta: senza di lei, Il vizio dell'arte sarebbe stato un prodotto meno riuscito. Poi c'è Michele Radice che interpreta l'autore del testo che andrà in scena: istrionico in Brutto e Mattia ai Filodrammatici, qui all'Elfo lo abbiamo visto più trattenuto per esigenze di copione, ma sempre un fuoriclasse è. Umberto Petranca vince e convince nel doppio ruolo dell'attore impulsivo e dell'aspirante biografo - tenace, più che petulante - di Auden. Per Vincenzo Zampa - consentitemi l'imperdonabile prima persona in un articolo - ho sempre un occhio di riguardo: mi mette allegria il solo guardarlo; mi fa venire in mente il Carlo Delle Piane bambino, dei film con Fabrizi e Totò: stesso misto di candore e furbizia, stessa simpatia istintiva. Un unico, piccolo appunto critico riguardo al monologo finale di Alessandro Bruni Ocaña, quando si rivolge con foga al pubblico: mentre nel ruolo del “marchettaro” era perfetto, quella predica millenarista sul finire dello spettacolo non era del tutto convincente, forse andrà un po' rivista in futuro.

Trucco e parrucco ok; musiche brechtiane (ma di alta qualità, mica da tre soldi). E la Sala Shakespeare dell'Elfo, come sempre, è da sogno. Se poi riempi il palco con mobilio inglese di gusto, il tentativo di avviluppare lo spettabile pubblico in un incantesimo riesce del tutto.

Complimenti agli chef. Tra elfi e mostri deformi (il riferimento è allo shakespeariano Calibano, attorno a cui ruota la trama, n.d.r) la creatività, in Corso Buenos Aires 33, è sparata sempre a mille. Perfezionisti come pochi. E quando sbagliano, direbbe Conte, lo fanno da professionisti.


Teatro Elfo Puccini (Sala Shakespeare) - corso Buenos Aires 33, 20124 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/00660632, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 20.30, domenica ore 16.30
Biglietti: intero 30.50 €, ridotto 16 €, martedì 20 €

Articolo di: Francesco Mattana
Grazie a: Veronica Pitea, Ufficio stampa Teatro Elfo Puccini
Sul web: www.elfo.org

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