Il vizio dell’arte - Teatro Elfo Puccini (Milano)

Scritto da  Sabato, 25 Ottobre 2014 

Dal 21 ottobre al 16 novembre. Meno male che rimane in scena per quasi un mese: "Il vizio dell'arte" di Alan Bennett, magistralmente interpretato dalle "nozze di smeraldo" che il sodalizio Bruni - De Capitani rappresentano nel teatro italiano, è un capolavoro di ironia, sagacia, malinconia e quel tanto di intellettualismo funzionale a lasciar traspirare sentimenti autentici e nostalgie di un tempo forse migliore, forse non del tutto. Tutta la squadra che ruota intorno ai due grandi attori è formidabile, e non potrebbe essere altrimenti per raccontare con intelligenza e perfezione millimetrica la figura del grande poeta inglese Auden, affiancato nella prima parte da quello che sarà il suo futuro biografo e invece immaginato, nel secondo atto, in un ipotetico incontro/scontro con l'altrettanto grande Britten.

 

IL VIZIO DELL'ARTE
di Alan Bennett
traduzione di Ferdinando Bruni
uno spettacolo di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
costumi di Saverio Assumma
musiche dal vivo Matteo de Mojana
con Ferdinando Bruni (Fitz (Wystan Hugh Auden)), Elio de Capitani (Henry (Benjamin Britten)/ Boyle), Ida Marinelli (Kay, l'aiuto regista / May), Umberto Petranca (Donald (Humprey Carpenter, il biografo), Alessandro Bruni Ocaña (Tim (Stuart)), Vincenzo Zampa (George, attrezzista), Michele Radice (Neil, l'autore), Matteo de Mojana (Tom, pianista)
luci di Nando Frigerio
suono di Giuseppe Marzoli
voce registrata di Giorgio Gaddi
sassofono di Luigi Napolitano
produzione Teatro dell'Elfo
con il Patrocinio di Regione Lombardia
si ringrazia la rassegna Garofano verde

 

Lo spettacolo inizia a luci accese, la scenografia si staglia davanti ad un nudo fondale di palco, privato di quei teloni che di solito nascondono porte di servizio, macchinari, tiranti, estintori. E' una scenografia che fagocita anche lo spazio circostante il palco, fino a toccare le prime file della platea della gremita sala Shakespeare dell'Elfo Puccini, e questo perchè il pubblico è pirandellianamente l' intruso all'interno di un marchingegno meta-teatrale: "Il vizio dell'arte" di Bennett rappresenta un'ipotetica giornata di prova de "Il giorno di Calibano", testo che la compagnia del National Theatre di Londra sta provando, cercando di "omaggiare" Wystan Auden, grande poeta britannico del secolo scorso.

In questa prima italiana il poeta è interpretato da un Ferdinando Bruni che da sempre è in ottima forma, e che in questa occasione lo è tre volte di più in quanto anche traduttore e regista del testo (insieme a Francesco Frongia). E' un testo in cui veniamo a conoscenza del grande autore inglese in tutte le sue sfumature, anche quelle più scomode, quelle che anzichè glorificarlo o mitizzarlo lo rivelano in tutti suoi tic, le sue idiosincrasie spesso anche ai limiti del patetico o del ridicolo. Non parliamo certo dell'omosessualità, mai cautamente nascosta ma "professata" con discreto orgoglio - sposò infatti la figlia di Thomas Mann solo per salvarla dalla persecuzione nazista e per permetterle l'espatrio - ma si pensa piuttosto alle manie quasi da autistico, fatte di determinate azioni da compiere in determinate ore; si svelano le bassezze più adatte ad un hooligan di periferia piuttosto che ad un lord inglese, come l'abitudine di fare la pipì nel lavandino stesso in cui poi si lavava le mani. Verità o esagerazione? Iperbole o crudo realismo senza mezzi termini? Chi può saperlo quante cose si mescolano in questo testo di Bennett che, come già in “The History Boys”, sa unire perfettamente ironia, nostalgia e quel tanto di intellettualismo funzionale a lasciar traspirare sentimenti autentici e nostalgie di un tempo forse migliore, forse non del tutto, perchè si poteva essere arrestati se omosessuali.

Nel corso di queste prove vediamo, nella prima parte, un Bruni/Auden che si confronta senza remore e senza peli sulla lingua con un giovane che fa incursione in casa sua, Humphrey Carpenter che sarà il futuro biografo del poeta, interpretato da un brillante e istrionico Umberto Petranca. Ad intervallare i momenti di cinismo e di scontrosità, la "frivolezza" esibita nei confronti della marchetta (Alessandro Bruni Ocaña) ovvero uno di quei tanti ragazzi che si prestavano a quegli uomini che, nella prima metà del '900, raramente potevano esaudire le loro voglie senza pagare.

Nella seconda parte invece Auden si scontra con Britten, il grande compositore inglese di cui fu profondo amico e proficuo collaboratore finchè divergenze di vario tipo li avrebbero separati fino alla morte. La spalla di questo secondo atto è Elio de Capitani, che fino a questo momento ha interpretato con maestria assoluta il ruolo dell'attore omosessuale che fa la macchietta della compagnia, che porta un po' di "folklore queer", per poi incarnare in maniera impeccabile un Britten placido ma interiormente turbolento perchè ossessionato dalla propria omosessualità, dalla fatica ad ammetterla: cerca di esorcizzarla attraverso la versione operistica di “Morte a Venezia” - di Thomas Mann - e cerca conferma nell'amico di un tempo, che però mette in luce tutte le oscurità, le ipocrisie e le bugie che in arte non si possono raccontare solo per salvarsi, perchè, se esercitata con totale onestà, l'arte è un vizio e non ci si può esimere dal metterci tutto se stesso.

Mentre la prima parte è un omaggio all'arte del teatro, con tutto il fascino, i rituali, le schizofrenie che il mondo degli attori comporta, la seconda parte è invece un excursus filosofico e sentimentale che si materializza attraverso il confronto/scontro tra i due artisti, un confronto tra sensibilità e concezioni estetiche così diverse e complementari, immaginate così come avrebbero potuto manifestarsi dopo venti anni di distanza, con tutto il non detto che può intercorrere tra i silenzi.

L'intera squadra è perfetta nel rendere al meglio entrambi i momenti di questa pièce: chi interpreta la parte della paziente assistente di regia (una bravissima ed energica Ida Marinelli); chi le paranoie dell'attore che ancora non ha fatto il grande salto di carriera e che a 30 anni ancora si ritrova a fare "l'attor giovane"; chi interpreta le isterie dell'autore che vede il suo testo essere bistrattato dalle manie del regista. Tutti si incastrano in una partitura musicale che ha così tante sfumature da uscirne gioiosamente frastornati. Usciti dalla sala si ha voglia di conoscere o riscoprire le poesie di Auden, per ritrovare nelle più piccole inflessioni il vero uomo che forse abbiamo conosciuto su questo palco. Un po' inferiore, forse, la voglia di rileggere "Morte a Venezia"!

 

Teatro Elfo Puccini (Sala Shakespeare) - corso Buenos Aires 33, 20124 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/00660632, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 20.30, domenica ore 16.30
Biglietti: intero 30.50 €, ridotto 16 €, martedì 20 €

Articolo di: Emanuela Mugliarisi
Grazie a: Veronica Pitea, Ufficio stampa Teatro Elfo Puccini
Sul web: www.elfo.org

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