Il sogno dell'arrostito - Teatro della Contraddizione (Milano)

Scritto da  Mercoledì, 23 Dicembre 2015 

Dopo il debutto a Officina Teatro - S. Leucio, la compagnia AstorriTintinelli porta “Il sogno dell'arrostito” al Teatro della Contraddizione di Milano. Sul palco un uomo e una donna, due compagni, due militanti politici, si trovano a dar vita ad un comizio. Due figure perdute, sopraffatte dalla routine, l'una tendente al suicidio, l'altra alla ricerca di una speranza, l’uno rappresenta la forza delle parole, l’altro la forza del lavoro. Entrambi credono nell’utopia e nel riscatto per un mondo diverso, ma mentre il tempo scorre, quasi senza accorgersene, tradiscono i loro stessi ideali.

 

Astorritintinelli Teatro presenta
IL SOGNO DELL'ARROSTITO
di e con Alberto Astorri e Paola Tintinelli
testi di Astorri, Tintinelli, Frongia
ideazione, suoni e spazio scenico AstorriTintinelli
in coproduzione con Armunia Castiglioncello e Officina Teatro (CE)
col sostegno di ERT (Emilia Romagna Teatro Fondazione)


Che cos'è un dispositivo, un dispositivo di potere? Se lo sono chiesti Foucault, Deleuze, Agamben, dipingendo un sistema complesso di leggi e istituzioni ingabbianti, ma anche di oggetti che ci usano, di un linguaggio che ci parla, di gesti che non muoviamo ma da cui siamo mossi; idee e ideologie che si confondono, dove le prime finiscono irrimediabilmente al servizio delle seconde.

Dalla filosofia al teatro, la coppia Astorri-Tintinelli mette in scena questo dispositivo, sottolineando il passaggio dal sogno a un “credo” fideistico riempito di vuoto.

L'uomo - Alberto Astorri - è un militante politico che potrebbe appartenere a qualunque fazione, un “compagno”, ma di chi non lo sa nemmeno lui. Vorrebbe “bucare la membrana che separa la vita dai discorsi sulla vita”, ma, dicendolo, non sa di essere già schierato dalla parte del linguaggio, di quei comizi la cui bandiera è un niente ogni volta diverso, una quisquilia da eleggere a grande ed effimero ideale con cui arrostire i cervelli. Il no, la rivoluzione, le idee, la creatività, diventano concetti vuoti, puro blaterare, strumenti a servizio di un potere che impedisce l'esistenza di “una terza via tra chi lacrima e chi sanguina”.

Se lui è la parola (vuota), lei - Paola Tintinelli - è una voce che striscia nel silenzio dell'alienazione, non verbalmente ma con i battiti, i suoni, i ritmi ancestrali. Oggetti metallici, rudimentali, sfregati tra loro, tra manovelle e martellate, tra i sussurri e le urla di quei dispositivi oggettuali che danno e rubano la voce. Un'operaia, un'artigiana, un'artista, o forse semplicemente una donna con dei sogni, sfumati tra le trame della repressione, del silenzio o del troppo rumore.

Eccoli i sogni, che i due si raccontano deridendosi a vicenda, masticando le rispettive esistenze tra comizi e martellate, tra toast poco piccanti e noccioline troppo care. Lui che sogna uno scimmione con la sua faccia che tenta di tirarlo fuori dall'automobile, quasi in uno scontro animalesco interiore, al grido di “uomo, vieni fuori”, sotto la pioggia, a combattere con un'animalità dimenticata. Niente, l'uomo non esce. Lei allora racconta il suo sogno: chiudere il mondo fuori dalla stanza e involarsi, finalmente libera come non lo era mai stata, nello spazio, lontana dalla realtà, incurante dei richiami di quelli sulla Terra che si ostinano a volerla lì. Niente, lei non torna.

L'incomunicabilità dei sogni è la massima espressione di un' incomprensione linguistica - ed esistenziale - che il duo Astorri-Tintinelli evidenzia fin da subito: il verbo sparire che alla prima plurale si coniuga allo stesso modo del verbo sparare (“spariamo”) o il fatto di essere mobili, con la doppia accezione di mobilità e di oggetto d'arredamento (peculiarmente immobile).

La compagnia gioca ironicamente sull'incomprensione reciproca dei due personaggi, che sembrano parlare lingue diverse, vivere in mondi diversi, ma rappresentano in realtà la doppia faccia di quella “Ballata degli impiccati” di De Andrè, che si inceppa sul giradischi proprio nel punto del morire a stento, “ingoiando l'ultima voce”.

E allora qual è, se esiste, la voce degli arrostiti? La nostra voce di oggi, sospesi tra alienazione e ideologie?

Ci rispondono le voci raccolte e registrate da Astorri e Tintinelli, partiti a bordo del loro Pulmino dei Sognatori alla volta dell'Emilia Romagna. Ci risponde una frase di Federico Tavan, poeta friulano recentemente scomparso a cui lo spettacolo è dedicato: “ridatemi l'altalena voglio toccare il cielo con il culo”.

Ma soprattutto ci rispondono loro, Alberto Astorri e Paola Tintinelli, ballando a fine spettacolo sulle note della canzone “Mai più resistenza” di Gianfranco Manfredi. Saltellando fuori dalla gabbia dorata del linguaggio, in una terza via tra sangue e lacrime, fatta di sguardi che non hanno bisogno di parole ma che sono puro corpo danzante.

“Se ci sarà ricostruzione, che sia di nuova percezione”.


Teatro della Contraddizione - via della Braida 6, 20122 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/5462155, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacolo: 10-13 // 17-20 dicembre 2015, ore 20.45
Biglietti: 15 euro (intero), 12 euro (ridotto)

Articolo di: Francesca Ruina
Grazie a: Giulia Soleri, Ufficio stampa Teatro della Contraddizione
Sul web: www.teatrodellacontraddizione.it

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