Il sindaco del Rione Sanità - Teatro Quirino (Roma)

Scritto da  Domenica, 25 Gennaio 2015 

Dal 20 gennaio al 1 febbraio in scena al Teatro Quirino di Roma uno dei testi più profondi di Eduardo De Filippo, che pone l'accento sull'eterno conflitto tra bene e male; nel ruolo del protagonista un superbo Eros Pagni, che interpreta Don Antonio Barracano adattandolo alle sue caratteristiche recitative, mantenendone inalterati il significato e il carisma.

 

Produzione Teatro Stabile di Napoli, Teatro Stabile di Genova presenta
IL SINDACO DEL RIONE SANITÀ
di Eduardo De Filippo
regia Marco Sciaccaluga
scene Guido Fiorato
costumi Zaira de Vincentiis
luci Sandro Sussi
musiche Andrea Nicolini

Personaggi e interpreti:
Antonio Barracano - Eros Pagni
Armida - Maria Basile Scarpetta
Geraldina - Angela Ciaburri
Gennarino - Marco Montecatino
Amedeo - Luca Iervolino
Fabio Della Ragione - Federico Vanni
Arturo Santaniello - Massimo Cagnina
Rafiluccio Santaniello - Orlando Cinque
Rita - Francesca De Nicolais
Immacolata - Dely De Majo
O’Cuozzo - Rosario Giglio
O’Palumiello - Pietro Tammaro
O’Nait - Gennaro Apicella
Catiello - Gino De Luca
Pascale - Gennaro Piccirillo

 

Doppia sfida per "Il sindaco del Rione Sanità", in scena a Roma, al Teatro Quirino, fino al 1 febbraio. La sfida del regista, Marco Sciaccaluga, che da bambino si era approcciato al teatro di Eduardo assistendo alla rappresentazione di questo testo, rimanendone folgorato, e la sfida di Eros Pagni, attore teatrale di grande esperienza e levatura, che da non napoletano ha splendidamente interpretato il ruolo che fu di Eduardo. Per entrambi si tratta di una sfida ampiamente vinta, perchè lo spettacolo funziona molto bene, commuove ed a tratti strappa qualche sorriso, trasmettendo sensazioni ed emozioni contrastanti, ma sempre alimentando, di momento in momento, il desiderio di seguire il racconto per saperne di più, malgrado la lunghezza della rappresentazione, articolata in tre atti e quasi tre ore di spettacolo.

Fatta eccezione per il prologo, inserito dalla regia perchè i fatti assumessero la connotazione di racconto, in una sorta di flashback temporale, la sceneggiatura resta fedele all'originale, anche se l'atmosfera che si respira è più cupa e surreale della messa in scena di Eduardo. Questo probabilmente è dovuto sia alle scelte scenografiche, minimaliste e di ottimo impatto visivo, sia al tappeto musicale, chiamato a sottolineare momenti ed episodi salienti, che risuona ora come una litania, ora come un mantra, fino al tragico epilogo.

Eros Pagni, nei panni di Antonio Barracano, non perde il confronto con il Maestro De Filippo perchè non ha la pretesa di imitarlo; la sua interpretazione è schietta, intensa e assolutamente vera. Le vibrazioni e l'emotività del suo Antonio contagiano chi gli è accanto in scena - alzando il livello della già ottima compagnia - e chi lo osserva in sala, annullando e ponendo in secondo piano la sua poca dimestichezza con il dialetto napoletano, a differenza del resto della compagnia, di chiara matrice partenopea.

Dalla sua casa di villeggiatura in campagna, Don Antonio domina la scena e la vita del quartiere Sanità e di tutta Napoli: a lui si rivolgono i guappi, i delinquentucci e i balordi, ma anche le vittime di soprusi, quei poveri disgraziati che non sanno a che Santo votarsi per risollevare le proprie sorti. In una parola, gli "ignoranti". Tutti sono devoti alla sua autorità, sicuri che il senso di giustizia di quell'uomo possa mettere ordine laddove c'è disordine, risolvendo i loro problemi.

E Don Antonio stesso, che inizialmente ci appare come un boss camorrista duro e poco incline alle chiacchiere inutili, convive da sempre con questo senso di giustizia molto personale, con il suo urgente bisogno di trovare una soluzione ad ogni dissapore, di mettere a posto le cose, di far riappacificare le persone, anche se per ottenere questo è necessario usare mezzi poco ortodossi. Affiancato dal dott. Della Ragione (il bravissimo Federico Vanni), da trent'anni al suo servizio, che gli è devoto non tanto in nome di un ideale in cui non crede più, ma per immutato affetto e stima, Don Antonio piano piano sembra apparirci meno boss e più incline al sentimento: ben presto scopriamo un uomo con un forte senso della famiglia, del bene, della giustizia sociale. In nome di questi valori, egli combatte, a tutela dei più deboli; il suo è un ideale, che si impone anche attraverso metafore e simboli, ma senz'altro riconducibile ad un episodio vissuto in gioventù, quando il giovane Antonio "dovette uccidere colui che gli aveva inflitto un ingiusto male", per liberarsene, per scacciare gli incubi notturni e tornare a dormire sereno, perchè "o io o lui".

Un episodio, quello che Don Antonio racconta con estrema intensità e rievoca più volte, che ha condizionato tutta la sua vita, che ha fatto nascere nel suo animo quel bisogno di giustizia a tutela dei deboli, da perseguire anche se è necessario ricorrere a metodi che ufficialmente si collocano "al di fuori della legge".

La trama scorre agevolmente, sul palco si alterna un ventaglio di tipologie umane che fa sorridere e riflettere, e Don Antonio risolve ogni questione con pacata risolutezza e ferma decisione. Fino a che non vengono tirati in ballo quei rapporti più intimi all'interno di una famiglia, proprio quei valori che Don Antonio ritiene intoccabili. Quando ad entrare in crisi è il rapporto tra un giovane squattrinato e il suo egoista genitore, quando probabilmente sarà commesso un parricidio che Don Antonio aborrisce con disgusto, la situazione velocemente ed inaspettatamente precipita. Il terzo atto, che si svolge nella casa di città, in cui Don Antonio ha fatto ritorno, è, in un certo senso, la consacrazione massima del potere di Don Antonio, che anche in una situazione "disperata", di fine imminente, riesce ad inchiodare cose e persone al risultato che si è prefissato, muovendo ad arte i fili di coloro che gli si agitano intorno, ridotti al rango di semplici marionette tra le mani di un grande burattinaio.

Convinto che si tratti "del più shakespeariano dei testi di Eduardo", Marco Sciaccaluga con la sua regia omaggia il Bardo chiudendo il rigido sipario nero con una frase tratta proprio dal "Riccardo II" di Shakespeare: "La morte è povera cosa, ma chiude una ferita mortale". Idealmente, sia Riccardo che Antonio sono simboli di un re che cade, di un potere che crolla, di un voler ambire ad un mondo "che sia un po' più quadrato".

Il sogno di Re Riccardo come il sogno di Don Antonio, quella speranza di una "giustizia che sia veramente giusta", e che per essere tale non necessariamente deve andare a braccetto con la legge.

 

Teatro Quirino - via delle Vergini 7, 00187 Roma
Per informazioni e prenotazioni:
botteghino 06/6794585, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario botteghino: dal martedì alla domenica dalle 10 alle 19
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 20.45, giovedì 22 e mercoledì 28 gennaio ore 16.45, tutte le domeniche ore 16.45
Biglietti: martedì-mercoledì-giovedì platea € 30 (ridotto € 27), I balconata € 24 (ridotto € 22), II balconata € 19 (ridotto € 17), galleria € 13 (ridotto € 12); venerdì-sabato-domenica platea € 34 (ridotto € 31), I balconata € 28 (ridotto € 25), II balconata € 23 (ridotto € 21), galleria € 17 (ridotto € 15)

Articolo di: Stefania Ninetti
Grazie a: Paola Rotunno, Ufficio Stampa Teatro Quirino
Sul web: www.teatroquirino.it

TOP