Il senso di colpa - Teatro Trastevere (Roma)

Scritto da  Domenica, 06 Marzo 2016 

Cinque donne rinchiuse in una cella del carcere femminile di Londra, oggi. Prigioniere dei propri incubi, di un senso di colpa che le ha condannate; vittime del giudizio degli altri che pesa come una sentenza finché il senso di colpa crea colpe reali. Un viaggio nei comportamenti in luoghi confinati e situazioni estreme, testo crudele e improvvisamente tenero, una meditazione insolita sulla potenzialità femminile e la sua fragilità. Una grande interpretazione, partecipata, forte e non enfatica. Il testo è originale, di Federica Colucci, per la regia di Bruno Governale.

 

IL SENSO DI COLPA
scritto da Federica Colucci
regia di Bruno Governale
con Federica Colucci, Cristiana Mecozzi, Roberta Misticone, Francesca Nobili, Elisa Panfili

 

Cinque giovani donne sono protagoniste di un incubo quasi kafkiano anche se non è immediatamente evidente e dichiarata la condanna senza reato: una stoccata alla giustizia, ai processi rinviati, ai giudici corrotti, alle carceri inadeguate (cinque detenute in una cella da quattro tanto una è abituata a dormire per terra) - piano piano sono dettagli che emergono - anche se l’autrice si concentra sul profilo psicologico e comportamentale delle donne. Ne risulta un noir femminile, donne dall’apparenza forte, dalla vita spregiudicata, cadute vittime di padri, mariti, di una società che non le ha protette, con la sua assenza (come una madre che non c’è) o con una presenza invasiva (nel caso del padre e di un fratello che intrattengono con la sorella un rapporto morboso). Eppure sono figure con il vuoto dentro, in qualche modo rassegnate a seguire il loro destino con una reazione del tutto personale: chi vive nell’attesa di uscire e la paura di sfiorire; chi ha paura di andarsene e soffre di abbandono ogni qual volta una compagna se ne va; chi tira fuori l’aggressività, matura passioni forse non proprio autentiche per non soccombere; chi pensa di conservare uno sorta di status facendosi chiamare Lady, non si sa di che cosa; e chi, infine, attraverso il proprio isterismo che assomiglia ai capricci di una bambina si fa maltrattare ma non riesce a crescere e ad accettare la realtà.

I caratteri si mescolano e più che figure distinte sono profili che in fasi e in situazioni diverse possono essere all’interno della stessa donna. Interessante in un ambiente senza privacy la ricerca, soprattutto nella notte che nasconde, di un proprio piccolo mondo nascosto agli altri o nel quale è più facile fingere porte con serrature chiuse. La discrezione del buio aiuta qualcuna a esprimere la tenerezza verso una compagna più debole, un’altra a manifestare la passione e a godere quel poco che è possibile in quelle circostanze. L’accusa è per tutte di omicidio, un’assoluzione, un ergastolo: ognuna però non conquisterà la propria libertà, al contrario, una volta uscita dalla prigione troverà un epilogo tragico perché la soluzione e la libertà sono dentro di noi. La colpa si può espiare infatti mentre liberarsi dal senso di colpa spesso è impossibile. Così c’è chi tenta ma, guarda caso, viene fermata dall’ergastolana che non ha nulla da perdere se non attuare “finalmente” la colpa che non ha commesso. Un viaggio nell’orrore del profondo intriso di simboli, un testo ricco da sviscerare.

La regia è pulita ed essenziale come la scena incorniciata dalle sbarre, due letti a castello e un wc: tutto è plumbeo, giocato sui toni del nero e del grigio antracite, mentre le donne sono coperte di bende chiare e indumenti che ricordano quelli intimi, quelli della notte ma anche la malattia, la lacerazione. Lo spazio è occupato interamente dalle voci, dal testo, dalla disperazione dei loro gesti, indolenti o violenti che svelano i loro problemi sessuali, di droga, familiari e molto altro ancora. Un’interpretazione molto forte, isterica che riesce a modularsi senza diventare claustrofobica, né eccessivamente enfatica. La regia gioca su una partitura estremamente agile creando anche dei primi piani confessionali e sfrutta la potenza del teatro rispetto al cinema per cui in luoghi diversi ma contemporanei succedono azioni distinte, come nella vita. Indovinata la scelta musicale, volutamente distonica, dalle ninna nanne, alle canzoncine per bambini, ai successi dei cantautori italiani. Così la leggerezza della colonna sonora accompagna le loro vite pesanti come i loro nomi: sono Giulietta, Ofelia, Cordelia, Desdemona e Lady Macbeth, quelli di una tragedia che si consuma lenta e inesorabile, nella quale la ruota tragica fa ricadere le colpe dei padri sui figli.

Federica Colucci, di origini napoletane, dopo aver ricevuto una formazione classica nella cittadina di Lucca realizza ben presto di doversi trasferire per andare in contro al proprio sogno. Da lì a poco Federica consegue una laurea in Teatro al Dams di Bologna e fa di Roma la sua nuova casa dove continuare la sua formazione presso EUTHECA - European Union Academy of Theatre and Cinema. L’attrice con ormai una consolidata formazione vede realizzarsi il suo sogno attraverso la collaborazione a numerosi spettacoli teatrali. L’entusiasmo e l’amore per il teatro hanno condotto Federica alla scrittura e la messa in scena del suo terzo spettacolo.

Bruno Governale, figlio d’arte, nato a Milano e trasferitosi già da adolescente a Roma, intraprende la carriera da attore fin da giovanissimo. Frequenta la scuola La Scaletta diretta da Giovan Battista Diotajuti con Antonio Pierfederici, e studia anche con Ennio Coltorti. Lavora come attore polivalente in teatro, cinema, radio, televisione e doppiaggio collezionando varie esperienze di regia tra le quali: L’orso di Anton Cechov, Cecè di Luigi Pirandello, Marchette attoriali di autori vari.

 

Teatro Trastevere - via Jacopa de’ Settesoli 3
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/5814004, cellulare 329/0755869
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 18

Articolo di Ilaria Guidatoni
Grazie a: Ufficio Stampa Chiara Menchini
Sul web: www.teatrotrastevere.it

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