Il senso della vita di Emma - Teatro Elfo Puccini (Milano)

Scritto da  Sabato, 04 Maggio 2019 

“Il senso della vita di Emma” è uno spettacolo ricco e complesso, con testo e regia di Fausto Paravidino, con la sua stessa presenza in scena; difficile da definire, in bilico tra commedia e tragedia, sulla difficoltà del vivere, la sua evoluzione imprevedibile e sorprendente che denuncia come l’amore non basti. Il senso è l’accettazione non passiva della vita che, verrebbe da dire con il protagonista de “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, “non è né bella né brutta ma originale”. Grande interpretazione corale, forse un po’ sopra le righe e sovreccitata nella prima parte. Interessanti la scenografia e l’utilizzo dell’arte come metafora della vita, dell’arte contemporanea come sovvertimento del senso.

 

Produzione Teatro Stabile di Bolzano presenta
IL SENSO DELLA VITA DI EMMA
testo e regia Fausto Paravidino
scene Laura Benzi
costumi Sandra Cardini
maschere Stefano Ciammitti
musiche originali Enrico Melozzi eseguite da Orchestra Notturna Clandestina diretta dall'autore
luci Lorenzo Carlucci
con Fausto Paravidino, Iris Fusetti, Eva Cambiale, Jacopo Maria Bicocchi, Angelica Leo, Irene Villa
e con Gianluca Bazzoli, Giuliano Comin, Giacomo Dossi, Marianna Folli, Emilia Piz, Sara Rosa Losilla, Maria Giulia Scarcella



“Il senso della vita di Emma” è il titolo del romanzo teatrale che Fausto Paravidino ha scritto per il Teatro Stabile di Bolzano. Diretto e interpretato dallo stesso autore, lo spettacolo racconta la storia di una famiglia dagli anni Sessanta - quando i genitori di Emma si conoscono - fino ai giorni nostri. Una fitta rete di relazioni tra due famiglie di amici traccia il ritratto di alcuni decenni di vita italiana, quelli in cui è nata e cresciuta la Generazione X. Interessante l’affresco che ne emerge fino agli anni Ottanta e al mito della Londra di quel periodo che si affacciava ad una nuova ondata trasgressiva, tra proteste animaliste e arte contemporanea, agli inizi del radical-chic diremmo oggi.

L’intreccio con la politica e la società che cambiano, il momento della rivoluzione e dei grandi ideali, che cedono poi il posto al trasformismo democristiano, come categoria generale, fino alla confusione delle nuove generazioni, sono ben realizzati perché emergono dalla vita quotidiana di due famiglie, amicizie nate sui banchi dell’università e trasformatesi poi in amori. La commedia, che si evolve in un percorso amaro e pungente, senza però scivolare nella tragedia, è credibile proprio per questo equilibrio che il testo, denso di spunti e ben congegnato, e la mano della regia sono in grado di mantenere sapientemente precario…come la vita. Se l’amore è la chiave di volta, vero è che da solo non basta e la vita lo altera nel tempo con il crescere della famiglia e i disturbi che provengono dall’esterno.

E’ costruito decisamente con arte il lungo spettacolo in due tempi con il crescendo dell’azione, in modo non lineare né semplificato, e una corrispondenza di rimandi tutt’altro che scontata del secondo tempo rispetto al primo, con il progressivo emergere della figura di Emma. Indovinata la sostituzione del manichino, che rappresenta Emma da bambina nel primo atto - una bambina che a quattro anni ancora non parla, che poi si apre come una diga senza più pudore, creando un nuovo disequilibrio all’interno della famiglia -, con un’attrice in carne ed ossa nel secondo atto che si annuncia come “il senso della vita di Emma”.

Il tratto pungente e affilato con cui Paravidino modella i personaggi attraverso i dialoghi, dà vita a un racconto che parla di arte, relazioni, politica, ecologia, scelte, delineando abilmente tre storie di donne che ruotano attorno a una grande assenza. Il punto di forza del testo è la sua costruzione che non è semplicemente circolare e non si appoggia su ribaltamenti ad effetto, ma scandisce quel cambiamento impercettibile della vita che quotidianamente ci trasforma e lo fa con una riflessione sulla stessa interiorità, nella formula del teatro nel teatro, non come messa in scena ma come confessione. I personaggi raccontano in modo immaginario o reale a noi spettatori la loro storia, si pongono delle domande sulla nostra interpretazione, sulla loro chiarezza, avvertono di volta in volta il senso del pudore, fino alle battute finali nelle quali si fa esplicito il richiamo alla commedia nella quale i personaggi stanno vivendo.

L’altro elemento è costituito dall’arte, solo apparentemente con una digressione sul senso del bello e della comprensibilità dell’arte attuale, perché nello svolgimento dell’azione diventa parte integrante della riflessione sulla vita, come lo è il tema della letteratura. «Siamo all'opening di una galleria, tra i quadri c'è il ritratto di una donna: Emma. Di lei conosciamo solo la sua faccia dipinta. Quanto dobbiamo sapere del soggetto per apprezzare l'opera?» con questa riflessione Paravidino ci introduce alla storia di Emma, raccontata e agita dalle persone della sua vita: la madre, il padre, il fratello, la sorella, gli amici dei genitori, il parroco, una vicina... ma non da Emma. «Emma non parla, perché Emma è scomparsa. Emma è scomparsa volontariamente e le persone della vita di Emma si chiedono perché Emma abbia fatto come sua madre quando era incinta di lei. Allora era scomparsa, era scomparsa perché non sopportava più la sua vita, ma sapevano tutti dov'era: era da Clara e da Giorgio, i suoi amici. Emma invece nessuno sa dov'è. Sanno che non ha più il profilo Facebook né il telefono e sanno che è stata avvistata in Kosovo e che ci sono due persone che ricevono notizie di lei. Sanno che sta bene. E che, prima che cali la tela, tornerà». Tornerà per riappropriarsi della sua vita, per aderirvi anche nelle parti che non la soddisfano.

Il testo mette in luce la necessità di prendere distanza dalle cose per poterle guardare mettendole a fuoco e sull’inutilità del fuggire, se non per richiamare l’attenzione degli altri, come il silenzio di una bambina che diventa molto più eloquente della parola. All’inizio e alla fine, con un capitolo intermedio all’inizio del secondo atto, sulla scena è allestita una galleria d’arte contemporanea che introduce anche la riflessione sull’eticità dell’arte e in queste scene gli attori indossano maschere che nascondono il volto ma che, come nella tragedia antica, conferiscono e oggi amplificano l’unicità della voce, che è parola e pensiero del personaggio; allo stesso tempo enfatizzano il tema dei ruoli, dell’artista, del critico, del fruitore, ognuno prigioniero del proprio posto nella società.

Un testo originale eppure la storia di persone tutto sommato comuni, di vite con problemi e soddisfazioni equamente distribuiti, e per questo una storia credibile. Apprezzabile anche la ricostruzione del clima e dell’estetica degli anni che passano, attraverso i costumi e i pochi oggetti di scena. Tre ore che scorrono senza che ci si accorga del passare del tempo, anche se forse lo spettacolo andrebbe visto una seconda volta per distillare i tanti elementi che lo affollano, come ad esempio il tema di quanto in alcune vite sia importante lo studio e di come i libri diventino un collante di relazioni creando un mondo parallelo, come accade tra la mamma di Emma e l’amico Giorgio, attraverso le pagine dello scrittore Vasco Pratolini. Con ironia l’autore evidenzia come ai tempi della scuola lo studio - o l’evasione dallo studio - sia tutto il mondo conosciuto e poi come si perda a poco a poco anche per chi insegna lettere, sovrastata da un marito, quattro figli e una casa da mandare avanti.

 

Teatro Elfo Puccini (Sala Shakespeare) - Corso Buenos Aires 33, 20124 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/00660606, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 20.30, domenica ore 16
Biglietti: intero € 32.50, martedì posto unico €21.50, under25 e over 65 €17, under 18 €12, scuole €12

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Veronica Pitea e Giulia Tatulli, Ufficio stampa Teatro Elfo Puccini
Sul web: www.elfo.org

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