Il ritratto di Dorian Gray - Teatro Oscar (Milano)

Scritto da  Domenica, 15 Febbraio 2015 

Col gusto per l’esplorazione di grandi romanzi e commedie dimenticate Annig Raimondi, come regista e attrice, porta in scena al Teatro Oscar l’opera di Oscar Wilde "Il ritratto di Dorian Gray": dal 30 gennaio al 15 febbraio con la presenza in scena anche di Maria Eugenia D’Aquino e Riccardo Magherini, la riflessione sul narcisismo e le catastrofi cui può portare.

 

Produzione PACTA . dei Teatri presenta
IL RITRATTO DI DORIAN GRAY
di Oscar Wilde
drammaturgia e regia Annig Raimondi
con Maria Eugenia D’Aquino, Riccardo Magherini, Annig Raimondi
musiche di Wagner, Kusturica e Bregovic
scene e luci Fulvio Michelazzi
assistente alla regia Carmen Chimienti
costumi Nir Lagziel

 

“Il sonno della ragione genera mostri” ha denunciato Francisco Goya. Un secolo più tardi Oscar Wilde documenta le conseguenze del sonno della coscienza: attività con cui il soggetto acquisisce consapevolezza tramite l'apparato sensoriale, doveroso sottolinearlo, della propria identità e delle sue attività interiori, nonché del mondo esterno.

Quest’opera letteraria meriterebbe già di per sé un’analisi approfondita, la regista Annig Raimondi ne offre una messinscena ricca di suggestioni e spunti di riflessione. Ispirandosi alla tradizione del teatro giapponese Bunraku, propone una ricerca alla quale attinse anche Gordon Craig con la sua Supermarionetta. Lo stesso Craig prese spunto da un articolo scritto da Wilde sul Daily Telegraph del 1892 in cui l’autore sosteneva «Le marionette hanno molti vantaggi. Non discutono mai. Non hanno opinioni grezze in merito all’arte. (…) non hanno personalità.»

Come in alcuni spettacoli di Craig non si fa uso di quinte e come nel Bunraku la marionetta è mossa da tre manovratori il cui volto è celato da un velo nero. Un’interpretazione geniale che realizza concretamente la critica mossa da Wilde ad una società dominata dall’ipocrisia, che si serve di una moralità artificiosa per privare gli individui della propria personalità («La morale moderna consiste nell’accettare i luoghi comuni della nostra epoca ed io credo che per l’uomo colto […] sia la più rozza forma di immoralità»). Ne è testimone e vittima Sybil, attrice che vive attraverso le parti che interpreta ma non regge il confronto con la realtà, proprio come una marionetta abbandonata dal manovratore. Dello stesso protagonista si dice che di lui si sarebbe potuto fare tutto: un Titano o un burattino. Avrei voglia di aggiungere: e noi abbiamo il coraggio di tagliare i nostri fili? Riusciamo almeno a vederli?

Uno dei temi che emergono in maniera preponderante è dunque quello dell’influenza, descritta dallo stesso autore come il morbo supremo che deturpa il genere umano. In questa chiave di lettura a mio parere andrebbe interpretata la questione del narcisismo: l’individuo si specchia nella società ma la società che lo influenza si specchia in lui, come dichiara la personificazione del Fiume nella leggenda «Quando si chinava sulle mie acque io vedevo il riflesso delle mie acque nei suoi occhi». Narcisismo usato dunque come maschera, come è persino dichiarato nello scritto di Wilde. Effettivamente più che dal suo aspetto, il protagonista è ossessionato dalle conseguenze degli orrori della sua anima. Questa ambiguità potrebbe rientrare nei paradossi proposti da Wilde attraverso il personaggio di Wotton, che in realtà celano una profonda indagine filosofica. Dorian ha fame di vita, la sua sete di conoscenza riverbera quello Streben, quella volontà di ricercare e tendere sempre verso qualcosa di più alto, che rischia di condannare anche Faust. La questione estetica a mio avviso prevale sull’edonismo; estetica nel senso etimologico del termine, di aisthesis, sensazione, quindi nella direzione dell’indagine sensibile della realtà. La bellezza, in qualità di categoria estetica, è, riporto la definizione proposta da una nota enciclopedia, la qualità di ciò che appare bello ai sensi e all’anima. È purtroppo evidente che da un certo momento in poi si è ritenuto di doverla indagare solo attraverso il senso della vista, potrebbe essere una conseguenza dell’oculocentrismo sul quale la cultura occidentale è fondata ma ciò non toglie che altri quattro sensi, se non di più, siano stati resi opachi.

La scena si apre su una doppia cornice: quella del proscenio, ed una posizionata sul palcoscenico che delimita l’abitazione di Dorian o più precisamente la stanza in cui ha relegato il dipinto; Dorian ci si presenta come espulso da questa cornice accompagnato dal rumore di uno strappo prolungato, una lacerazione che assume immediatamente connotazioni interiori. In scena Lord Wotton, con il quale è spesso stato identificato l’autore, il pittore Basil, che rappresenta effettivamente Wilde e Dorian Gray, che rappresenterebbe sempre a detta dell’autore, il modo in cui lui vorrebbe essere. I tre personaggi/manovratori sono accompagnati da quattro teste femminili appoggiate su un tavolo, che oltre a rappresentare le marionette dei tre personaggi in questione e di Sybil Vane, contribuiscono ad attualizzare ancor più la questione dell’identità, sorge spontanea l’associazione con i manichini, i quali impongono taglie e tipi standardizzati in cui tutti i corpi e metaforicamente le anime devono fare in modo di rientrare.

I tre personaggi sembrano proporre tre modalità di racconto e recitazione: Lord Wotton incline alla narrazione, spesso rivolto verso la Quarta Parete, Basil profondamente ancorato alla verità e un Dorian quasi schizofrenico, ulteriore elemento di genialità che evidenzia molteplici riflessioni. Oltre alle voci degli attori in scena, sono presenti delle narrazioni e dei dialoghi registrati che potrebbero in questo senso essere interpretati in qualità di allucinazioni uditive di Dorian. In merito a questo elemento è importante sottolineare l’influenza del Libro Giallo, che spesso è stato identificato con "A rebours" di Huysmans, sull’esistenza del protagonista, il quale confessa di aver avuto l’impressione che contenga la storia della sua vita ancor prima che l’abbia vissuta: difatti pur pronunciando le stesse parole la voce è autonoma, talvolta sovrapposta alla voce dell’attrice, talvolta la anticipa e talvolta la segue (si noti che la voce era un altro elemento importante nel teatro di Craig). Dorian ci appare sin dal principio logorato internamente, quasi mentalmente disturbato e affaticato, tiene in mano la testa finta attraverso cui può parlare, celandosi il viso. Siamo quindi già nel vivo della sua battaglia interiore, di un profondo squilibrio. A tal proposito alcune teorie rintracciano il bello nell’armonia delle parti, ma le parti da considerare sono forse quelle che compongono la nostra umanità, ivi incluse le imperfezioni, le zone buie contrapposte alla luce, la crudeltà complementare alla bontà; lo stesso Wilde ci dice che definire è limitare, allora forse la soluzione è trovare un’integrazione invece che una separazione, integrazione di tutte le caratteristiche umane, dell’anima con il suo corpo, profondamente inscindibili come dimostrato in più occasioni all’interno del testo; altrimenti il rischio è questa dissociazione schizofrenica in primis da se stessi, del resto «Ognuno di noi ha in sé il cielo e l’inferno». «Pareva a Dorian Gray che la vera natura dei sensi non fosse mai stata compresa, o fosse rimasta selvaggia e bruta solo perché il mondo aveva cercato di opprimerla o mortificarla […] invece che cercar di farne il motivo di una nuova spiritualità». La spiritualità dei sensi è un tema rintracciato anche nel famoso libro giallo, dichiarato immorale, ma anche in questo caso Wilde ci avverte che la società condanna i libri che «rivelano al mondo la sua vergogna».

Ulteriore riflessione peculiare: Wilde nella prefazione dichiara l’inutilità dell’arte, che nel testo diviene più pregnante della vita stessa; esiste una corrente di pensiero che identifica il ritratto che invecchia al posto di Dorian con il manifesto del conflitto tra vita come arte e arte come vita. Inoltre dato che «non v’è nulla che l’arte non possa esprimere» l’autore parrebbe suggerire la possibilità di sublimare in essa quegli impulsi che se negati finiscono per fermentare nella nostra anima e intossicarci. Il richiamo è dunque ad una vita meno artificiosa, alla verità, pur dotata di tutti i suoi paradossi. Notevole la condensazione drammaturgica delle parole di Wotton, che esprime: «La vita non è data dalle intenzioni […] ma è il profumo del lilas blanc che ti assale all’improvviso».

Il tema simbolico dell’amore puro e profano è suggerito dal meraviglioso preludio del Tannhäuser wagneriano ma oltrepassa i confini dell’arte. Si dice infatti che Wilde passeggiasse spesso per Piccadilly Circus con un giglio in mano: il giglio rappresenta la purezza di un amore quanto la sua mancanza (ad esempio in Dumas). Arte e vita hanno confini molto labili, lo stesso Wilde fu condannato in processo con capi d’accusa reperiti nel suo libro. Ulteriore importante considerazione, Dorian e Wilde sono capri espiatori, nomi tra le vittime anonime della società, magistralmente rappresentate dalle maschere bianche che cadono al sollevarsi del panno dal quadro, e che emergono prepotentemente dalla superficie del quadro stesso.

Da sottolineare anche la particolarità poliglotta: sono inserite battute in lingua inglese ed in lingua francese; inoltre gli intermezzi musicali di Bregovic e Kusturica che contrappuntano l’opera richiamano il gusto per l’esotismo e proiettano l’opera in una dimensione di universalità.

In tema di identità Wilde, come già accennato, ha dichiarato che le persone lo hanno spesso associato a Wotton (interpretato da Riccardo Magherini) ma lui si identifica con Basil e avrebbe voluto essere Dorian: in questo senso è peculiare la scelta di assegnare questi ultimi due ruoli ad interpreti femminili (rispettivamente Maria Eugenia D’Aquino e la stessa Annig Raimondi), seppur in abiti maschili.

Cercando di tirare le somme di questa lunga riflessione, vorrei aggiungere un ringraziamento a coloro che, come Annig Raimondi, propongono spettacoli che pongono allo spettatore parecchi interrogativi, anche in merito all’interpretazione di così tanti elementi pregnanti; a tal riguardo mi sembra opportuno concludere con le parole di Wilde: «Ogni arte è a un tempo epidermide e simbolo. Coloro che vogliono andare sotto l’epidermide lo fanno a proprio rischio. Coloro che vogliono intendere il simbolo lo fanno a proprio rischio».

 

Teatro Oscar - via Lattanzio 58, 20137 Milano
Per informazioni e prenotazioni:
telefono 02/36503740, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 17
Orario biglietteria: dal lunedì al sabato ore 16-19 e 19.30-21, domenica dalle 15.30 a inizio spettacolo
Biglietti: intero €24; ridotto e convenzioni €18; under 25/over 60 €12; Cral e gruppi €10 (minimo 10 persone); gruppi scuola €9; prevendita €1,50

Articolo di: Sara Gaia Chiara Tagliagambe
Grazie a: Giulia Colombo, Ufficio stampa iagostudio
Sul web: www.pacta.org

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