Il ritorno a casa - Piccolo Teatro Grassi (Milano)

Scritto da  Serena Lietti Lunedì, 25 Novembre 2013 

Dal 20 novembre all’1 dicembre. Harold Pinter scrive Il ritorno a casa nel 1964: uno dei testi più rappresentati e corrosivi, uno dei primi della maturità artistica del drammaturgo, la cui opera inizia in quegli anni ad essere riconosciuta a livello internazionale. L’arrivo di una donna in una famiglia di soli uomini, misogini e brutali, rompe gli equilibri e provoca il disgregamento della famiglia. Il dramma, caustico e feroce, racconta il disfacimento di legami fondati sull’ipocrisia e sulle cancrene che dolori ed esperienze interne ed interiori hanno maturato nel tempo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana, Spoleto56 Festival dei 2Mondi presenta
IL RITORNO A CASA
di Harold Pinter
traduzione Alessandra Serra
regia Peter Stein
scenografia Ferdinand Woegerbauer
costumi Anna Maria Heinreich
luci Roberto Innocenti
assistente alla regia Carlo Bellamio
con (in ordine di apparizione) Paolo Graziosi, Alessandro Averone, Elia Schilton, Rosario Lisma, Andrea Nicolini, Arianna Scommegna

 

 

Peter Stein sceglie una messa in scena classica per la propria versione de Il ritorno a casa di Harold Pinter. Entrando in sala diventiamo - volenti o nolenti (anche nei momenti più scomodi, resi davvero tali) - spettatori di ciò che accade tra quelle “quattro mura” nella periferia londinese degli anni Sessanta descritte da Pinter. Il vuoto e l’intensa tonalità di rosso del piano superiore ci impressionano fin da subito come alterità sensualmente e violentemente misteriosa che sovrasta il quotidiano, e sarà proprio lassù che avverrà l’emblema della degenerazione familiare con il quasi-rapporto tra cognati.


Notevoli tutti gli attori in scena: Paolo Graziosi nei panni del padre, Max, di cui riesce a risaltare le debolezze dell’età e la prepotenza di un carattere intrattabile e violento, Alessandro Averone nel ruolo di Lenny, uomo viscido invischiato in affari poco onesti, Rosario Lisma in Joey, aspirante boxeur un po’ ritardato, Elia Schilton nelle vesti dello zio Sam, unica figura sensibile e mansueta e Andrea Nicolini nei panni di Teddy, che torna dall’America dopo diversi anni di assenza per presentare alla propria famiglia la moglie Ruth, interpretata da un’impeccabile Arianna Scommegna.


Lo spettacolo fa emergere l’ambivalente potenza della famiglia, nido in cui tornare e gabbia da cui fuggire, e mette in risalto la potenziale deformità di ogni rapporto umano, in agguato sotto la patina quotidiana. Rete di relazioni non risolte, fulcro da cui si generano – per contiguità o reazione – i tratti di ogni individuo, la famiglia condiziona la persona che siamo e, d’altro canto, si impone come primo nucleo di rapporti in cui emergono conflitti e attrazioni, potenzialmente disastrosi. Pinter porta all’estremo questi aspetti, descrivendo la malattia di una famiglia specifica e conducendoci in una dimensione quasi surreale, in cui l’arrivo di una donna in un gruppo di uomini scatena le ossessioni sessuali di ciascuno e disgrega relazioni fondate su sofferenza e violenza. La messa in scena di Stein è cruda, affidata a una recitazione ruvida, lasciando che la parola e i silenzi emergano in tutta la loro durezza, impiegando con intelligenza il sarcasmo del linguaggio pinteriano. Le azioni e i corpi talvolta si cristallizzano in potenti immagini, in grado di fotografare istanti, espressioni, tensioni.


D’altra parte il quadro da cui emerge la vicenda - quella specificità della storia narrata - sembra in qualche modo spiegare la bassezza degli avvenimenti: periferia londinese, madre fedifraga (morta) e padre macellaio, figli abbandonati a una vita senza pretese. Di fronte a noi un gruppo di uomini che si muovono lungo direttive meramente istintuali, in un meccanismo di stimolo e risposta quasi bestiale. Teddy fugge da questa dimensione, trasferendosi in America e cercando di salire qualche gradino più su (è dottore in filosofia), ma non si parla tanto d’intelligenza - come sottolinea lui stesso - quanto di uno sguardo distaccato sulla vita, uno sguardo critico, una riflessione esterna, oggettivizzante. Tuttavia Teddy rimane impantanato in quel rassicurante “proprio campo”, sterile nella sua veste formale e accademica, in un intellettualistico ruolo passivo, in una pseudo-apatia sconcertante e - paradossalmente rispetto alle proprie affermazioni - rimane travolto dalle dinamiche familiari, senza riuscire a controllarle.


Vero ruolo dominatore avrà invece sua moglie, Ruth, che da iniziale vittima (o potenziale tale, giacché in fondo fin dal principio appare donna sicura e impenetrabile) si trasforma sempre più apertamente in carnefice di quel mondo maschilista che voleva ridurla a mero giocattolo e che finisce invece per consegnarle il trono del capofamiglia, in un’immagine finale potentissima di figure striscianti, attratte e sottomesse dalle potenzialità del femmineo ch’essa racchiude nella sua statuaria austerità (madre, moglie, puttana…). E a noi resta una sensazione di disagio che non dà soluzioni né visioni univoche.

 

 

 

Piccolo Teatro Grassi - via Rovello 2, Milano (M1 Cordusio)
Per informazioni e prenotazioni: 848800304
Orario spettacoli: martedì e sabato ore 19.30; mercoledì, giovedì e venerdì ore 20.30; domenica ore 16.00; lunedì riposo
Biglietti: platea 33 euro, balconata 26 euro
Durata: 2 ore e 55 minuti compreso intervallo

 

Articolo di: Serena Lietti
Grazie a: Valentina Cravino, Ufficio stampa Piccolo Teatro
Sul web: www.piccoloteatro.org

 

 

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