Il Padre - Teatro della Pergola (Firenze)

Scritto da  Sabato, 27 Gennaio 2018 

Dopo Pirandello e Brecht, Gabriele Lavia torna in scena con il suo terzo allestimento de “Il Padre” di August Strindberg. Con Federica Di Martino, sua moglie nella vita e sulla scena, porta sul palco la lotta tra i sessi, la crisi della famiglia e della borghesia, in una sottile quanto spietata guerra di sopraffazione. Lo spettacolo, prodotto da Fondazione Teatro della Toscana, è andato in scena al Teatro Della Pergola di Firenze dal 16 al 21 gennaio ed è ora approdato a Roma (al Teatro Quirino, dal 23 gennaio al 4 febbraio); la tournée proseguirà poi a Bologna, Milano, Torino, Genova ed Udine.

 

Fondazione Teatro della Toscana presenta
Gabriele Lavia in
IL PADRE
di August Strindberg
con Federica Di Martino
e con Giusi Merli, Gianni De Lellis, Michele Demaria, Anna Chiara Colombo, Ghennadi Gidari e Luca Pedron
scene Alessandro Camera
costumi Andrea Viotti
musiche Giordano Corapi
luci Michelangelo Vitullo
regista assistente Simone Faloppa
regia Gabriele Lavia
scenografo assistente Andrea Gregori

 

Un trionfo di velluto rosso accoglie gli spettatori fin da prima dell’inizio dello spettacolo. A sipario ancora chiuso, drappeggi rosso fuoco scendono dall’alto fluenti ed esondano come un fiume in piena dal palco al proscenio, fino a sfiorare la platea. E’ il colore del sangue, della violenza, scenario dei sentimenti orribili di sopraffazione e di lotta di potere che saranno al centro di una tragedia scritta, come lo stesso autore affermò, “con l’ascia e non con la penna…”.

“Il Padre” di Strindberg, che Friedrich Nietzsche definì “un capolavoro di dura psicologia”, è un’opera strettamente autobiografica, tutta incentrata sull’interiorità del protagonista, ovvero sulla parabola verso l’inferno dell’animo che egli subisce ad opera di una moglie fredda e spietata. Una discesa agli inferi del tormento più doloroso, che lo porterà alla pazzia e poi alla morte. Strindberg scrisse quest’opera durante il periodo di separazione dalla moglie Siri von Essen. Lei era una baronessa, lui figlio di una serva, condizioni che hanno ispirato i protagonisti di un’altra grande opera di Strindberg, “La Signorina Giulia”, altro memorabile allestimento di Lavia, in cui diresse Monica Guerritore, nel 1992. Al centro delle tematiche della ricca produzione drammaturgica dello scrittore svedese ci sono sempre il divario sociale e la crisi della borghesia, il conflitto tra i sessi e la lotta di potere. E un distintivo carattere autobiografico, come ebbe modo di affermare lui stesso: “Io conosco male solo me stesso, di cosa debbo parlare se non di quello che conosco, sia pur male?”.

Lavia considera il drammaturgo svedese “un gigante”, un autore di straordinaria levatura intellettuale che è stato grande in tutto: teatro, poesia, letteratura; con una vivida passione per la pittura, la scultura, la scienza. Una personalità così poliedrica, un genio così complesso, non poteva non intrigare la sensibilità artistica di Lavia, che ha dedicato alle opere di Strindberg diversi allestimenti teatrali.

In questo terzo allestimento de “Il Padre” (lo portò in scena anche nel 1977 e nel 1989), Lavia opta, rispetto alle precedenti edizioni, per una realizzazione molto più complessa per quanto riguarda tutta la macchina scenica. Definisce questa nuova messinscena “l’edizione del velluto”, una suggestione ripresa dallo stesso autore che, parlando da regista del suo “Padre”, osservava: “Nel teatro di oggi un padre esacerbato non può uscire dalla stanza e sbattere la porta, perché ballano il soffitto, le pareti, le finestre”. Perché è tutto di carta dipinta. E, allora, pensando alla messa in scena del suo “Delitto e delitto” disse: “Penso ad uno spettacolo tutto avvolto di velluti neri”. Qui i velluti sono rossi, e avvolgono gli arredi del salotto borghese del Capitano Adolf (Gabriele Lavia) e di sua moglie Laura (Federica Di Martino). Arredi che “sprofondano”, posti in posizione sbilenca a rappresentare la perdita di equilibrio nel naufragio delle certezze.

Il nodo drammaturgico, da cui prende forma l’intenso tessuto narrativo, è apparentemente semplice. Un Capitano di Cavalleria, perfettamente calato nel suo ruolo istituzionale di marito e padre dominante - a causa di dissidi con la moglie per quanto concerne l’educazione della figlia - affonda in una crisi senza ritorno. Da questo espediente drammaturgico prenderà avvio il lento e drammatico calvario esistenziale del Capitano, che vedrà un ribaltamento dei ruoli e della detenzione del potere.

Laura, moglie fredda e spietata, instilla nell’uomo il dubbio della paternità e, in un perfido e violento percorso verso l’annientamento spirituale del coniuge – lungo il quale cercherà la complicità degli altri personaggi - riuscirà a compiere quello che Strindberg stesso definisce un “omicidio psichico”. Una violenza subdola, lucida e determinata che alimenterà nell’uomo l’incertezza della paternità. Un dubbio che il Capitano arriverà ad implorare di dissipare persino chiedendo l’ammissione della non-paternità, amara e tragica certezza che potrebbe restituire almeno un senso di pace rassegnato. Ma Laura affonda la sua insidia nel mantenere il dubbio, perché il dubbio, più di un’amara certezza, rode e corrode: Berta, la figlia, potrebbe essere nata da un adulterio, oppure no. Il Capitano, logorato dall’incertezza del non essere e consapevole della “certezza dell’incertezza”, arriverà a soccombere. Non prima di aver tracciato un percorso a ritroso nel limbo della sua interiorità, nel “Pireo” - come direbbe Lavia -, in una regressione infantile che lo vedrà perdere, insieme alle certezze, la forza del comando e l’equilibrio psichico. Come un Lear shakespeariano. Tornerà ad essere un bambino, bisognoso di cure e delle attenzioni della Balia, che non lo ha mai abbandonato neppure da adulto. Fragile e insicuro, avvolto dai velluti rossi della scena che - ormai svuotata degli arredi - rappresenta simbolicamente l’utero materno, perderà completamente il potere e la ragione, determinando così la sua sconfitta e consegnando alla moglie la forza del comando.

Nel punto focale dell’inversione dei ruoli, che arriva lenta e inesorabile, Lavia opera un illuminante tratto scenico quando il Capitano, ormai privato di ogni potere e impazzito per “l’infondatezza” dei sospetti (“Se almeno fossero fondati ci sarebbe una certezza su cui trovare fondamento”) chiederà di indossare lo scialle della moglie in un simbolico richiamo al mito di Ercole e di Onfale che, scambiandosi i vestiti, invertiranno i loro ruoli.

Ormai bloccato nella camicia di forza, in preda a un delirio che alla fine lo renderà sottomesso e piangente, morirà accasciato sul suo baule in un estremo ultimo tentativo di osservare le stelle attraverso il caro telescopio… Il baule, oggetto scenico-simbolo, dove il Capitano ha posto gli strumenti dell’adulto appassionato di scienza e i giochi da bambino, a rappresentare - anche con elementi scenici (peraltro provenienti da altri precedenti spettacoli) - la dicotomia della complessa personalità del Capitano.

La scenografia (una meraviglia di Alessandro Camera), i costumi (bellissimi e sofisticati, di Andrea Viotti), i movimenti e gli oggetti scenici creano un quadro di insieme perfettamente armonico, cedendo e concedendo allo spettatore fascinazioni estetiche come raramente accade. Sottolineati da discreti ma incisivi passaggi musicali (di Giordano Corapi) si susseguono quadri narrativi dove appaiono impeccabili la composizione, il movimento e la prossemica, e capaci di donare un colpo d’occhio che cattura un’attenzione costante e appaga il senso estetico. Merito di una regia lucida e sapiente.

Gabriele Lavia, oltre all’impeccabile impronta registica, offre allo spettatore un’interpretazione magistrale, tratteggiando con maestria un personaggio intenso e controverso, che rimarrà certamente impresso nella memoria di chi avrà avuto la fortuna di assistere a questo spettacolo; delinea con reale adesione emotiva i passaggi degli stati d’animo del suo personaggio. Mostra, senza riserve, una “spudorata” maturità interpretativa nel dosare con indiscusso talento ed evidente sapienza i tratti evolutivi del Capitano Adolf: duro e dispotico nelle prime scene, fragile e indifeso verso il finale.

Federica di Martino è un’ottima co-protagonista che ben sostiene il divario con il personaggio del Capitano: quanto più lui si mostra aggressivo e autoritario, tanto più lei risulta elegante, composta. Riesce nel non facile compito di mostrare una violenza compassata, un’aggressività latente che mai esplode, ma implode nei tratti di una posturalità dai gesti lenti e nella voce, a cui attribuisce un registro pertinente e un tono volutamente senza emozioni. Esprime, racchiusa e avvolta da un elegante abito e da uno scialle, la forza che si riconosce nella certezza di maternità.

Ottima la prova di tutti gli attori del cast: Anna Chiara Colombo (Berta, la figlia), Gianni De Lellis (il Pastore), Michele Demaria (il Dottore), Luca Pedron (l’Attendente), Ghennadi Gidari (Nöjd) e Giusi Merli (la Balia), seppure per quest’ultima sia apparso fuori contesto un eccesso caricaturale del suo personaggio.

Gabriele Lavia ha dedicato a Strindberg, oltre a numerosi allestimenti teatrali, anche un capitolo del suo libro “Se vuoi essere contemporaneo leggi i classici”. Scrive che quando in un’intervista chiesero al drammaturgo quale fosse la cosa che desiderasse di più al mondo, Strindberg rispose: “Scrivere un bel testo di teatro e vederlo rappresentato”.

Possiamo ben dire, senza rischio di sbagliare, che se questa sera Strindberg fosse stato presente in sala, avrebbe visto realizzato pienamente il suo desiderio. E con grande soddisfazione.

Il Teatro è la cosa più bella…!” Sono le ultime parole del Capitano, che egli pronuncia nella scena finale prima di morire costretto nella sua camicia di forza.

“Questo” Teatro è la cosa più bella. È quello di un grande, straordinario Maestro, profondo conoscitore dell’arte teatrale.

È con le braccia ancora legate e strette che Lavia il Terribile (felice definizione della raccolta di foto di scena di Tommaso Le Pera), il Mattatore, il Regista, l’Interprete, l’Intellettuale, l’Attore… raggiunge il centro del palco per accogliere gli applausi sinceri del pubblico. Alla seconda uscita, finalmente liberato dalla costrizione alle braccia, l’Uomo-Lavia si lascia andare, grato e soddisfatto, persino allegro, allo scambio di ringraziamenti con il pubblico che gli tributa applausi ed ovazioni.

 

Tournée dello spettacolo
Roma, Teatro Quirino - dal 23/1 al 4/2/2018
Bologna, Arena del Sole - dall’ 8 all’ 11/2/2018
Milano , Teatro dell’Elfo - dal 15 al 25/2/2018
Torino , Teatro Carignano - dal 27/2 al 11/3/2018
Genova, Teatro della Corte - dal 13 al 18/3/2018
Udine, Teatro Nuovo - dal 21 al 23/3/2018

 

Teatro della Pergola - Via della Pergola 30, 50121 Firenze
Per informazioni e prenotazioni: telefono 055/0763333, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 20.45, domenica ore 15.45
Biglietti: intero platea 30€, palco 22€, galleria 16€; ridotto Over 60/ Under 26 platea 26€, palco 19€, galleria 14€; ridotto Soci Unicoop Firenze platea 22€, palco 17€, galleria 13€; ridotto Abbonati Teatro della Toscana platea 17€, palco 13€, galleria 9€
Durata spettacolo: 2 ore, con intervallo

Articolo di: Isabella Polimanti
Grazie a: Matteo Brighenti, Ufficio stampa Fondazione Teatro della Toscana
Sul web: www.teatrodellapergola.com

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