Il mercante di Venezia - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Giovedì, 23 Ottobre 2014 

Dal 21 ottobre al 2 novembre. In seguito al successo di "Romeo e Giulietta" (produzione Teatro Eliseo 2011, con Riccardo Scamarcio e Deniz Ozdogan), è nata una nuova compagnia, la Popular Shakespeare Kompany, che ha avuto il suo battesimo ufficiale con lo spettacolo "La Tempesta" all’interno del Festival Shakespeariano di Verona nel 2012. La compagnia si impegna ogni anno a mettere in scena un classico, con l’intento di continuare ad offrire al pubblico grandi testi, con modalità produttive nuove, che trasformino la crisi in occasione di rinnovamento e creatività. Quest’anno, insieme a Silvio Orlando, la compagnia ha affrontato "Il Mercante di Venezia", una delle opere più note di Shakespeare.

 

Produzione Veronica Mona con Oblomov Films S.r.l. e Compagnia Enfi Teatro presentano
IL MERCANTE DI VENEZIA
di William Shakespeare
regia Valerio Binasco
con Silvio Orlando
e la Popular Shakespeare Kompany
(in o.a.) Andrea Di Casa, Fabrizio Contri, Milvia Marigliano, Simone Luglio, Elena Gigliotti, Nicola Pannelli, Fulvio Pepe, Sergio Romano, Barbara Ronchi, Roberto Turchetta, Ivan Zerbinati
musiche originali Arturo Annecchino
scena Carlo de Mari
luci Pasquale Mari
costumi Sandra Cardini

 

Luci soffuse e intime. Musica mai invasiva a far da sottofondo come in un lounge bar alle vicende dei protagonisti e alla atmosfere rarefatte di una Venezia shakesperiana molto anni '50-'60. La maggior parte dei personaggi maschili si presenta indossando giacca, cravatta e cappello, ossia la divisa dei signorotti dell’alta borghesia mercantile che perdono il loro tempo a ciarlare, bere drink o a ridere delle loro crudeli bravate. Un enorme e misterioso muro color oro fa da sfondo alla messa in scena; e qui le congetture si sprecano (chi scrive una recensione può trovare tutto e il contrario di tutto in uno spettacolo, anche l’inverosimile): è una sorta di muro del pianto? Mancano però le fessure in cui solitamente gli ebrei infilano le loro preghiere. Oppure è un muro che determina la separazione tra i cristiani (Antonio, Bassanio) e l’ebreo (Shylock, il ricco giudeo, tacciato di essere un usuraio)? E se fosse, invece, un muro che riguarda ogni singolo personaggio e la sua impossibilità ad aprirsi a qualsiasi cosa diversa dal proprio microcosmo infarcito di regole e pregiudizi religiosi e razziali? O meglio ancora un muro che determina i confini tra un luogo e un altro, una città e un’altra, una religione e un’altra, uno Stato e un altro Stato, rimarcandone le diversità e le reciproche ostilità? Avrete capito che ci troviamo di fronte a una versione del Mercante di Venezia del tutto innovativa, che ne estremizza il significato e lo interpreta in un modo diverso e provocatorio.

I seguaci di Shakespeare (o per meglio dire una frangia dei seguaci di Shakespeare, quella con la puzza sotto il naso) potrebbero aver da ridire - e probabilmente lo avranno già fatto - su quest’ennesimo rifacimento di un’opera del celebre drammaturgo inglese. Va sottolineato però che, soprattutto in quest’ultimi anni, si sono viste versioni di ogni sorta dei classici scespiriani che spesso, senza un preciso perché, ne snaturavano il messaggio originale, sfiorando il ridicolo, invece di proporre una lettura diversa dell’opera in questione (impresa che definire impossibile è poco, anche se il teatro è bello proprio perché osa, se lo fa con ragione di causa). Dati perciò i mille scempi perpetrati negli anni su opere come "Re Lear", "Otello" o "Romeo e Giulietta", sono sorti forti pregiudizi sulle rivisitazioni shakespeariane, pregiudizi che talvolta rasentano un’ottusità degna di un integralista religioso, perché non aperta a nulla di nuovo anche se ben fatto, come nel caso del Mercante di Venezia di Valerio Binasco.

Valerio Binasco è un kamikaze. La sua versione del Mercante di Venezia è un salto nel buio, in cui il pericolo di schiantarsi a terra e rimanerci secco era dietro l’angolo. Ma Valerio ha dalla sua il fatto di non essere un profanatore di Shakespeare che saccheggia l’autore inglese a casaccio credendo di rivoluzionare il teatro italiano, ma un sensibile e ottimo conoscitore del più grande drammaturgo della cultura occidentale. La sua rivisitazione del Mercante di Venezia è particolarmente suggestiva e, benché cambi sostanzialmente il senso originario dell’opera, ne ha un profondo rispetto e si prefigge questo obiettivo sapendo bene cosa sta facendo.

L’ambiguità di senso del testo è sempre stata nota ai più. Le accuse di antisemitismo mosse ai personaggi sono una vecchia storia che da sempre attanaglia i critici teatrali. Binasco ha preso l’opera di Shakespeare, tenendo ben a mente quest’ambiguità e trasformando il mercante di Venezia, il signor Antonio, in un moralista cristiano presuntuoso e razzista, Bassiano in uno scaltro arrivista, Porzia e Nerissa in due oche giulive totalmente asservite al potere maschile quando loro conviene e tutto il gruppo di amici di Bassiano in degli spocchiosi e destroidi figli di papà. Il risultato è una spietata critica contro i dogmi sociali e religiosi occidentali. Come dice lo stesso Binasco una lotta impari tra gli uguali (i cristiani) e il diverso (l’ebreo, unico e solo, facente parte di una minoranza) e per questo più fragile, capro espiatorio dei mali altrui e della contorta pietas cristiana.

I buoni shakesperiani vengono defraudati del loro ruolo di buoni in quanto tali, attraverso un tono diverso di battute, più aspro e meno indulgente, che tende a sottolineare l’ipocrisia della carità cristiana, e che sembra prendere una posizione netta e critica verso il buonismo e la crudeltà del buonismo di chi si sente dalla parte dei giusti. Binasco, nelle interviste rilasciate a proposito di questo lavoro, sembra sconfessare queste intenzioni e non assumersi la responsabilità di quello che ha fatto, asserendo che sia Shylock che Antonio e company, rovescino le carte in tavola, passando dall’essere buoni all’essere cattivi, per cui intercambiabili. Non è vero. Il mercante di Venezia e la sua corte appaiono odiosi e spietati sempre, anche quando Antonio rischia di dover pagare la propria carne per amore di Bassanio (un amore omosessuale? Chi se ne frega che la cosa sia sottolineata o no). Nel processo si fa quasi il tifo per Shylock, il quale appare coerente nelle sue posizioni e più che buono “umano”; i concetti di buono e cattivo in Shylock, si vanno a far benedire, per fortuna. Il ricco ebreo è un uomo ghettizzato da tutti, attaccato al suo denaro come gli altri, ma che a differenza degli altri non mente a se stesso e alla società; lui è quello che è, loro fingono di essere quello che non sono: i buoni. La sua presunta cattiveria è una protesta estrema contro una società che lo emargina e lo biasima, ma non si autocritica perché si ritiene erroneamente dalla parte dei giusti, dei prescelti. Un eccelso Silvio Orlando rende egregiamente questo Shylock, il cui rancore, rispettabilissimo, é incomprensibile solo a quegli spettatori e quei critici vittime di quello stesso buonismo di cui si fanno portavoce i buoni non buoni che vediamo in scena.

Gli attori sono formidabili. Tutti bravi. Non ce ne è uno che prevalga sull’altro. Abbiamo un Graziano simpaticissimo perfino quando è crudele, una Porzia e una Nerissa che sembrano due opinioniste arrivate direttamente dal più becero e battagliero talk-show televisivo, plauso e inchino alle interpreti della ricca ereditiera e della sua cameriera. Lorenzo e Jessica sono due opportunisti che si atteggiano inizialmente a un Romeo e Giulietta bisognosi di cure e affetto, e proprio per questo appaiono ancora più mostruosi. L’interprete del Lancilotto Gobbo ci diverte e ci spinge a compatire questo personaggio, forse la vera vittima di un sistema in cui la classe sociale dominante travolge e umilia chiunque non ne faccia parte.

Insomma una favola nera e amara, che secondo le dichiarazioni di Binasco è una festa, dove viene esibito lo scibile umano, e perciò va vista come tale. Ma ahimè, questa più che una festa è un funerale dell’umanità dell’uomo, schiavo delle proprie leggi e del proprio personaggio e che per questo si spinge a tutto pur di raggiungere i propri scopi. Porzia, Bassanio, Antonio, Lorenzo e tutti gli altri personaggi, sono come Shylock, anzi molto peggio.

 

Teatro Argentina - Largo di Torre Argentina 52, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/684000346, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Biglietteria Teatro Argentina: telefono 06/684000311(ore 10-14/15-19 lunedì riposo), vendita on-line www.vivaticket.it
Orario spettacoli: prima ore 21, martedì e venerdì ore 21, mercoledì e sabato ore 19, giovedì e domenica ore 17, lunedì riposo
Durata: 130 minuti (primo tempo 60’ - intervallo 15’ - secondo tempo 70’)

Articolo di: Giuseppe Sciarra
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

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