Il mercante di Venezia - Piccolo Teatro Strehler (Milano)

Scritto da  Ilaria Guidantoni Giovedì, 14 Novembre 2013 

Dal 5 al 24 novembre. Testo rivisitato e corretto? Ma non troppo. Quanto basta per dimostrare l’attualità del Bardo, la sua universalità e la sottolineatura sul fronte dell’avidità, della spregiudicatezza legata al denaro che la traduzione contemporanea esaspera e concentra. Testo modernizzato, inflessione dialettale compresa, ma non stravolto né involgarito come troppo spesso accade a Shakespeare. La scena resta essenziale e si fa silente per lasciare emergere la recitazione; la musica enfatizza, ammicca, aiuta come se si scendesse nel tono di lettura, con un effetto didascalico che non disturba. Il maschile domina certamente e forse la scelta di staccare così tanto lo stile dei personaggi femminili dai ruoli maschili è voluta. Certamente è sui personaggi maschili che punta il regista, involgarendo e ridicolizzando un po’ le donne. Decisamente bravo Silvio Orlando nell’ebreo russo dei tempi d’oggi, cinico e assolutamente credibile.

 

 

 

 

 

 

Produzione Oblomov Films presenta
in coproduzione con Fondazione del Teatro Stabile di Torino
e in collaborazione con Estate Teatrale Veronese
IL MERCANTE DI VENEZIA
di William Shakespeare
con Silvio Orlando
e la Popular Shakespeare Kompany
(in ordine alfabetico) Andrea Di Casa, Fabrizio Contri, Milvia Marigliano, Simone Luglio, Elena Gigliotti, Nicola Pannelli, Fulvio Pepe, Sergio Romano, Barbara Ronchi, Roberto Turchetta, Ivan Zerbinati
regia Valerio Binasco
musiche originali Arturo Annecchino
scene Carlo de Marino
luci Pasquale Mari
costumi Sandra Cardini
regista assistente Nicoletta Robello
foto di scena Ida Cassin

 

 

Dopo l’edizione ronconiana del 2009, sale sul palcoscenico del Teatro Strehler, dal 5 al 24 novembre, un nuovo Mercante di Venezia, diretto da Valerio Binasco, con Silvio Orlando nei panni di Shylock. Tra le opere di Shakespeare, è forse la più ambigua e complessa; vi si intrecciano conflitti sociali e culturali, valori come legalità e giustizia, passioni e intrighi amorosi, ma anche temi di grande attualità come l’intolleranza per lo straniero, l’emarginazione del “diverso”. E’ a mio parere l’opera più politica – più del Riccardo III o dell’Otello – e più moderna, la cui nota universale non necessariamente si presta a banalizzazioni quali quelle di “Giulietta e Romeo” o di “Amleto”. Lieto fine per l’amore che resta in secondo piano, rispetto agli altri drammi del Bardo, e in questa regia ancor di più.


Nel Mercante il ruolo dello straniero è incarnato dall’usuraio ebreo Shylock, personaggio in relazione al quale il regista afferma che “si è parlato (e si è taciuto) molto dell’antisemitismo di questo testo”. “Ho riflettuto a lungo. Poi sono giunto a queste conclusioni: per quel che mi riguarda, è una storia sulla persecuzione della diversità. Mi trovo dunque completamente d’accordo con Auden (Wystan Hugh Auden, poeta britannico naturalizzato americano, tra i più importanti studiosi di Shakespeare) quando dice: “Nel Mercante di Venezia le differenze religiose sono tratteggiate in modo fatuo: non è un problema di fede, ma di conformismo. L’essenziale, riguardo a Shylock, non è che un eretico o un ebreo, ma che è un outsider”. Outsider, qui, vuol dire qualcosa di più, di diverso. Vuol dire proprio straniero. Estraneo”. Testo crudele che oggi trova la sua drammatica verità dell’assurdo in quello che la scena contemporanea ci presenta. La violenza verbale non è taciuta e il pregiudizio regna sovrano, ‘ricambiato’ da entrambe le parti, con sfumature diverse e ancor valide. I ‘cristiani’ si chiamano ‘gentili’, si ritengono la religione superiore e fanno proseliti – nel Duemila in buona compagnia dei musulmani – mentre gli ebrei, i ‘pagani’ sono perfino fieri dei loro ‘difetti’. Da un certo punto di vista avvincente la spregiudicatezza di Shylock davanti alla corte quando dice che i sentimenti non sono che capricci e non c’è una ragione per la quale sente di doversi giustificare. Dalla sua parte c’è la legge, dal punto di vista formale, e insieme - finché c’è denaro - il mercato che prima o poi a tutti serve e per il quale sono pronti in fretta a scendere a patti con il diavolo.


Attualizzando la messa in scena, Binasco ambienta l’opera nel nord est di oggi: una Venezia luogo di confine e luogo di affari, dove i mercanti prosperano e i giovani ricchi chiacchierano al bar, tra risate, pettegolezzi e battute. E dove spicca ancora più macroscopico il divario con Shylock, così serioso, che pensa solo a far soldi. “Dentro al Mercante c’è un mostro. Ma non è Shylock. È il denaro”, prosegue Binasco. “È l’affaticarsi degli uomini contemporanei per accumulare, governare, amare e odiare, reinventare il denaro”. È il denaro che determina i destini dei protagonisti, che connota la loro cifra morale. Perfino Porzia, dalla sua incontaminata Belmonte, dovrà affrontare questioni di soldi e cavilli giuridici per salvare Antonio, che forse non se lo merita ma appartiene al “clan” giusto.


L’ambientazione per i costumi e gli oggetti sembra piuttosto quella del Novecento ‘classico’ ma il tono e i discorsi, il fraseggio, appaiono quelli di oggi. La scena e i costumi non sembrano essere centrali, volutamente. Raffinata e discreta la parete unica con quell’effetto mosso e luminoso tra il rosso scuro e l’oro, come una quinta sufficientemente neutrale per diventare la casa di Porzia, l’entrata della casa di Shylock, la strada e la piazza, ma anche l’osteria e l’ingresso della dimora di Antonio: lo spazio mobile nel quale concentrare lo sguardo sui personaggi e l’azione, perché in fondo tutto il mondo è un grande palcoscenico come dice all’inizio il mercante di Venezia. In questo sono complici e conniventi, Antonio e Shylock, che prendono dal mondo e dal mare, ma anche dagli uomini, quello che serve loro; con una differenza, Antonio crede nell’amicizia e per questa si impegna. Shylock è pronto a disconoscere la sua stessa unica figlia nel momento in cui non è più disposta a servirlo.


Il denaro e più ancora l’orgoglio e il senso del potere, di condurre la giostra, grazie ai soldi, dicono dell’universalità e dell’attualità, tragica, del testo.


Ritmo e resa ottimi. Unica caduta quel cinguettare, sfacciatamente frivolo e grossolano dei due personaggi femminili, forse un po’ starati rispetto all’insieme.


Accanto a Silvio Orlando, sono in scena gli attori della Popular Shakespeare Kompany, una ventina di artisti, riuniti da Valerio Binasco, che hanno trovato in Shakespeare e nella messa in scena delle sue opere un punto di riferimento in questa crisi epocale.


Grande interpretazione di Silvio Orlando che, malgrado il ruolo caricaturale per certi aspetti, non scade mai nel macchiettistico ma si veste nell’espressione e negli abiti del passare delle situazioni con grande disinvoltura. Il suo accento russo lo disegna e lo incarna con realismo in alcune realtà odierne; mentre la scelta del dialetto veneziano e la modernizzazione della lingua con la rima, che diventa un gioco più che un vezzo poetico, colorano di ironia senza sciupare il testo, come accade spesso in tanti testi e interpretazioni di Goldoni o anche dello stesso Shakeaspeare.


Un lavoro che al di là del pregio risulta davvero gradevole e di grande godibilità.

 

 

 

Piccolo Teatro Strehler - Largo Greppi 2, Milano
Per informazioni e prenotazioni: servizio telefonico 848.800.304 (max 1 scatto urbano da telefono fisso)
Orario spettacoli: martedì e sabato ore 19.30; mercoledì, giovedì e venerdì ore 20.30 (salvo mercoledì 20 novembre ore 15 e 20.30); domenica ore 16.00; lunedì riposo
Biglietti: platea 33 euro, balconata 26 euro
Durata: 2 ore e 25 minuti con intervallo

 

 

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Valentina Cravino, Ufficio stampa Piccolo Teatro di Milano
Sul web: www.piccoloteatro.org

 

 

 

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