Il Lavoro di Vivere - Teatro Franco Parenti (Milano)

Scritto da  Giovedì, 27 Novembre 2014 

Sino al 21 dicembre, al Teatro Franco Parenti di Milano, va in scena "Il Lavoro di Vivere", di Hanoch Levin. Lo spettacolo ha un duplice vantaggio: farci scoprire questo drammaturgo israeliano di grande spessore poco conosciuto in Italia e presentarci un lavoro intenso, dove la compostezza, la pulizia e il rigore della regia di Andrée Ruth Shammah esaltano la recitazione asciutta, divertita e graffiante di Carlo Cecchi in una quotidianità che si fa metafora.

 

Produzione Teatro Franco Parenti presenta
IL LAVORO DI VIVERE
di Hanoch Levin
traduzione dall'ebraico e adattamento di Claudia Della Seta e Andrée Ruth Shammah
con Carlo Cecchi, Fulvia Carotenuto e Massimo Loreto
uno spettacolo di Andrée Ruth Shammah
con la collaborazione per l’allestimento scenico di Gianmaurizio Fercioni
per le luci di Gigi Saccomandi
per i costumi di Simona Dondoni
musiche di Michele Tadini



Hanoch Levin nasce alla periferia di Tel-Aviv nel 1943 in una famiglia profondamente religiosa di ebrei chassidici. Riceve un’educazione rigida in una terra, quella di Israele, attraversata da frizioni, scissioni e prove di forza tra arabi e ebrei, che culminano nel 1967 con la Guerra dei sei giorni. In questo periodo Levin inizia a lavorare in teatro e nei suoi testi deride, condanna, provoca, denuncia il mondo politico, la guerra, il pathos dell’esercito israeliano. Sposterà poi l’attenzione verso testi mitologici, in particolare concentrandosi su riletture di Eschilo ed Euripide. Un terzo filone della sua opera è costituito da commedie che hanno al centro il singolo nel microcosmo della famiglia, del vicinato o del villaggio. Come in "Il Lavoro di Vivere", una commedia che si svolge in una camera da letto.

Il pubblico entra nella piccola sala del Teatro Parenti ed ha l’impressione quasi di spiare tra le veneziane, che qualche spettatore si ostina a tirar su, quella coppia di mezza età, stesa lì, sul letto matrimoniale. Lei dorme e russa. Lui sdraiato, indolente, si abbandona ad un monologo, sprezzante, rabbioso, cinico. La sua vita si è consumata, ma non il suo dolore per aver passato 30 anni di vita coniugale con una donna ormai “scaduta”, invecchiata, in vestaglia, un cumulo di carogne.

Il linguaggio è una girandola, un fuoco di artificio di insulti che creano un susseguirsi di immagini denigratorie e lasciano sfogo al cinismo di Yona che ancora non capisce chi abbia potuto fabbricare, quando era giovane, quell’incrocio nel futuro, quella colla invisibile che l’avrebbe legato per una vita alla moglie Leviva, così volgare, ordinaria e prevedibile. Ed in effetti, arriva ad anticipare al pubblico divertito molte delle frasi che Leviva, svegliatasi, dirà al marito: lei, così onesta, che ha sacrificato la propria vita per la famiglia; non è stata menzogna, come impreca Yona perchè lei ci ha creduto davvero; lui non può adesso lasciarla sola ed andarsene a cercare una nuova casa, un nuovo frigo, un nuovo letto, una nuova donna. Yona, stizzito, annoiato e un pizzico guitto, arriva perfino a prevedere la minaccia di suicidio di lei, che puntualmente arriva. Quello che però non prevede è il cambiamento repentino della donna.

Dopo l’implorazione, la commiserazione di se stessa e la minaccia di suicidio, arriva l’accusa e un ritorno crudele alla realtà: Yona è un mediocre, con sogni sì, ma con l’incapacità di realizzarli. Un topo che si è mosso nella fogna della vita, una perla sì, ma di fango e polvere. E anche il suo ingombro fallico sta invecchiando come lui. L’arrivo del vicino Gunkel, acido e solo, con addosso la paura di morire, che piange sulla sua vita senza abbracci, amplifica il freddo della notte gelida e del temporale che fuori imperversa.

Ci vorrà un altro cambiamento della donna, la sua comprensione materna per l’alterità misera e mediocre del marito per placare le ansie di lui. Che però, ironia della sorte, poco dopo la riconciliazione, sarà costretto a lasciare, per un forte dolore al petto, letto, camera, moglie e… vita!

Spettacolo denso, incisivo. Lo spietato microcosmo di una camera matrimoniale diventa metafora della bassezza della vita umana, retta da bisogni fisiologici (il culo è culo, il pene, pene) e priva di felicità. La confessione esistenziale di Yona, tra il compiaciuto, l’impietoso e il cinico, regala momenti di vero teatro, quello che dà piacere al pubblico e agli attori stessi.

 

Teatro Franco Parenti (Sala 3) - via Pier Lombardo 14, 20135 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono biglietteria 02/59995206, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: lunedì riposo, martedì ore 21,mercoledì ore 20, giovedì ore 18.30, venerdì ore 21, sabato ore 20, domenica ore 16
Biglietti: intero €32, over 60 €18, under 25 €15, convenzionati €22,50

Articolo di: Raffaella Roversi
Grazie a: Francesco Malcangio, Ufficio stampa Teatro Franco Parenti
Sul web: www.teatrofrancoparenti.it

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