Il Grande Inquisitore - Atir Teatro Ringhiera (Milano)

Scritto da  Giovedì, 05 Giugno 2014 

Fedele alla sua vocazione di presentare al pubblico un teatro diretto, energico e dentro la realtà, Il Teatro Ringhiera ha scelto di chiudere la sua stagione presentando un testo di Dostoevskij, "Il Grande Inquisitore", tratto dai Fratelli Karamazov. È un testo denso, pieno di quesiti insoluti, dove il dubbio si contrappone alla fede, la libertà alla scelta. La rappresentazione di Fausto Russo Alesi è stata preceduta da una presentazione di Fausto Malcovati che ha contestualizzato questo racconto all’interno del romanzo, e commentata poi da Silvano Petrosino e Serena Sinigaglia, direttrice artistica di questa vitale realtà culturale milanese, che ne cura la regia.

  

Atir Teatro Ringhiera presenta
IL GRANDE INQUISITORE
di Serena Sinigaglia
con Fausto Russo Alesi e l’accompagnamento musicale di Gipo Gurrado
e con la partecipazione speciale di Fausto Malcovati (30 e 31 maggio), Silvano Petrosino (30 maggio) e Alberto Melloni (31 maggio) 

Fausto Russo Alesi sale su un palco, scuro, in disordine, impersonificando Alioscia Karamazov. Con voce dapprima un po’ insicura racconta al fratello Alesa della storia che sta scrivendo, anzi, comincia a leggerla. Dall’oscurità del palco voliamo in quella della Siviglia del 1500, in piena Inquisizione. La fuliggine dei roghi del giorno prima, dove decine e decine di eretici sono stati arsi vivi per volere del grande Inquisitore, è ancora sparsa per la città.

E per le vie annerite di questa città, Cristo sceglie di ritornare non secondo la Sua promessa, alla fine dei tempi, in tutta la gloria celeste, improvviso “come folgore che splende dall’Oriente all’Occidente”, ma inaspettato, silenzioso, solitario. A piedi scalzi, umile, con un sorriso sulle labbra, avanza tra la folla che lo riconosce, gli chiede il miracolo, gli bacia i piedi. C’è il cieco che gli chiede di poter vedere il mondo, e lui con un cenno fa sì che i suoi occhi tornino a vedere, la bara coperta di fiori da cui, a un suo cenno, si rialza la figlioletta appena morta. Tutto intorno a lui è amore.

Ma il grande Inquisitore lo vede e, con un cenno alle sue guardie, lo fa arrestare. La folla che lo attornia si ritrae, strisciante, avvezza ad ubbidire, come una marea malata, per lasciare che le guardie eseguano il loro compito. E quando l’oscurità avvolge la città, il grande Inquisitore si reca con una torcia ad interrogarlo. “Cosa sei tornato a fare, a distruggere l’edificio della Chiesa che noi abbiamo costruito?”, gli chiede con voce stizzita, rabbiosa, ansimante. "Se avessi voluto salvare l’uomo, continua, gli avresti dato il pane quotidiano. Tu dicevi che non si vive di solo pane e non hai voluto fare i miracoli, trasformando le pietre in pane. Non hai voluto comprare con il miracolo la loro fede in te; hai voluto che scegliessero di amarti, hai voluto dare loro la libertà di amarti, scegliendo tra il bene e il male. Ma la libertà è un bene intollerabile, per l’uomo”.

Ecco l’attualità drammatica di questo testo che tocca tutti noi ed ancora ci divide: l’uomo cerca la felicità o la libertà? Essa è un dono od un peso? L’Inquisitore sceglie di “salvare” l’uomo privandolo dal bene intollerabile della libertà perché lo vuole aiutare, lo vuole rendere felice o lo vuole punire perché non è riuscito a salvare se stesso? Era stato nel deserto, si era cibato di locuste convinto di arrivare a vincere le tentazioni. È perché lui ha fallito che ora teorizza la giustificazione del fare del bene agli uomini, redimendoli, cioè bruciandoli?

E la voce di Gregorio trema, si accanisce, come il potere che rappresenta, contro un Cristo che lo guarda in silenzio, non risponde, non si difende. Ma anzi quando l’Inquisitore, con sottile piacere, gli annuncia che sarà bruciato su un rogo di là a poche ore, tra le urla di giubilo della gente che lo aveva acclamato poche ore prima, si alza e bacia il suo accusatore.

E nel bacio c’è il calore del perdono, la prova dello stesso e quindi dell’amore divino, ed il sapore amaro del fallimento di un uomo che agli occhi servili del popolo è il Grande Inquisitore ma che nella penombra di una cella è un uomo piccolo, debole, peccatore che tremante, apre la porta della cella per lasciare che la notte del dubbio inghiotta il Cristo che, silenzioso, si allontana.

Rappresentazione densa, ricca di spunti di riflessione. Una di quelle la cui forza comunicativa non si esaurisce all’interno del teatro, ma che lo spettatore porta con sé fuori. 

 

Teatro di Ringhiera - via Pietro Boifava 17, Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/84892195, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: 30 e 31 maggio ore 20.45
Biglietti: intero 15 euro, ridotto convenzionati 12 euro/10 euro, ridotto under 26 10 euro, ridotto over 60 7,5 euro


Articolo di: Raffaella Roversi
Grazie a: Ufficio stampa Katia Angotti
Sul web: www.atirteatroringhiera.it

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