Il giuoco delle parti - Teatro Eliseo (Roma)

Scritto da  Mercoledì, 19 Febbraio 2014 

In scena al Teatro Eliseo di Roma dall’11 febbraio al 9 marzo il classico pirandelliano “Il Giuoco delle parti”, in una originalissima rivisitazione con protagonista Umberto Orsini. In concomitanza con la messinscena è stata allestita nel foyer del teatro, ed inaugurata in occasione del debutto, la mostra “I miei primi sessant’anni di teatro: Umberto Orsini”. Una nutrita galleria di foto che ricordano momenti di vita scenica importanti, scatti fotografici al fianco di attori e attrici con cui Orsini ha condiviso successi e tappe significative della propria carriera. Molteplici, ed emozionanti ad osservarle con la consapevolezza dell’importanza artistica che rappresentano, le locandine degli spettacoli teatrali, tutti capolavori della drammaturgia nazionale e internazionale, dai più recenti ai più remoti. Un viaggio attraverso le tappe salienti del Teatro degli ultimi sessant’anni.

  

Produzione Compagnia Orsini
in collaborazione con Fondazione Teatro della Pergola presenta
Umberto Orsini in
IL GIUOCO DELLE PARTI
da Luigi Pirandello
adattamento Roberto Valerio - Umberto Orsini - Maurizio Balò
con Alvia Reale e Michele Di Mauro
e con Flavio Bonacci, Carlo De Ruggieri e Woody Neri
regia Roberto Valerio
scene Maurizio Balò
costumi Gianluca Sbicca

 

A distanza di circa quindici anni, quando fu diretto da Gabriele Lavia, Umberto Orsini - al culmine della sua sfavillante carriera artistica e in procinto di festeggiare il suo ottantesimo compleanno - torna a vestire i panni di Leone Gala.


Questa volta la regia è affidata a Roberto Valerio, giovane e talentuoso regista che proprio in quella messinscena ebbe un piccolo ruolo di attore, quello di ”un signore ubriaco”.


“La mia regia de ‘Il Giuoco delle parti’ ha inizio in quei giorni” - dichiara il regista. “Essendo impegnato solo per una manciata di minuti in scena col mio personaggio, trascorrevo la maggior parte del tempo dietro le quinte ad ascoltare tutte le sere quelle battute così articolate e così complesse che i miei colleghi recitavano ogni sera; in particolare Orsini e il suo Leone Gala catturavano la mia attenzione e facevano volare la mia fantasia”.


E la fantasia è volata, spiccando un volo alto e ambizioso, fino a scardinare la struttura drammaturgica della commedia, a sfrondare l’entità numerica dei personaggi, e rifacendosi, piuttosto, alla novella da cui la commedia stessa è tratta, “Quando si è capito il giuoco”.


Lo spunto d’ispirazione tratto dalla novella, più essenziale e genuina, ha offerto suggerimenti - lo si legge nelle note di regia - per un adattamento innovativo sia sul piano creativo che su quello dell’interpretazione.


L’adattamento, curato minuziosamente dal regista insieme allo stesso Orsini e a Maurizio Balò, ne sovverte, senza sconvolgerla, la partitura drammaturgica in un’estensione spazio-temporale che conferisce al personaggio Leone Gala, nuova identità e nuovo vigore.


I flashback del protagonista si alternano alla narrazione più fedelmente aderente alla scrittura, in un susseguirsi di scene che tradiscono la sequenza del testo, ma che ne mantengono abilmente composta e coesa la con-sequenzialità, restituendo una messinscena rinnovata e densa di nuovi spunti lirici davvero suggestivi.


Ci si chiede, osservando il protagonista in lontananza dai fatti e dai tempi, se è davvero quel personaggio che, avendo capito “il giuoco” si è svuotato di ogni sentimento, dunque cinico ed impermeabile ad ogni emozione. O se, al contrario, abbia necessità di ripercorrere il passato proprio per riuscire a liberarsene. Liberarsi dal peso dei ricordi, dal tarlo della sfida a lui tesa, dall’inganno, dal tormento dei rimorsi.


L’apertura è affidata efficacemente (così come avviene nella novella) alla scena in cui Silia si reca in casa di suo marito Leone Gala, dal quale vive separata, per raccontagli del grave oltraggio subito ad opera di alcuni uomini che, in sua assenza, sono entrati in casa e si sono approfittati di lei.


Non ci troviamo nel salotto borghese, descritto da Pirandello nella didascalia di apertura, dove Silia, inquieta ed annoiata, riceve l’offerta di alcolici dal suo amante Guido Venanzi.


La scenografia di Maurizio Balò – non a caso considerato coautore nell’adattamento - dilata nel tempo e nello spazio gli eventi, ed evoca un ambiente sinistro e opprimente. Rappresenta un ospedale psichiatrico, o un ospizio, un luogo lugubre e inquietante dove Leone Gala, a distanza di un tempo indeterminato dai fatti accaduti, è catturato violentemente dai ricordi e dai rimorsi. Un luogo dove il passato riemerge con tutti i suoi fantasmi perché “del passato non si può vedere solo ciò che è passato, ma anche ciò che è sempre presente”, un ideale riferimento all’assunto brechtiano di un’altra memorabile interpretazione recente di Orsini, La resistibile ascesa di Arturo Ui: “non sfugge al passato chi dimentica il passato”.


E’ in questo luogo che appare in apertura Silia, vestita in abito da sposa. Accompagnata dalle note della marcia nuziale, intima a suo marito - turbata ed esagitata - di doversi battere a duello. Ma è incubo, un’allucinazione della mente delirante di Leone Gala, ora rinchiuso in questo luogo sinistro, lontano nel tempo.


Questa la vera forza innovativa della riscrittura drammaturgica: continuare a far vivere Leone Gala dopo il tradizionale epilogo in cui, cupo e assorto, beve l’uovo alla coque che il fedele servo Filippo - detto Socrate - gli porge nel finale.


Socrate qui è un infermiere paziente e servizievole, che ascolta, con l’aria di chi ha ascoltato le stesse cose troppe volte, i deliri del suo assistito.


Delirante e lucido, folle e saggio, Leone Gala ripercorre con la mente gli accadimenti per imprimerseli nella coscienza, alternando il pensiero tra allucinazioni ed incubi, tra raziocinio e ricordo, puntando ossessivamente l’occhio della mente sull’inganno perpetratogli da sua moglie: un bieco pretesto, quello di volergli assegnare il carico della responsabilità di marito, per mandarlo a morte.


Leone Gala accetterà, onorando il suo ruolo, di sfidare quel Miglioriti, salvo poi riuscire ad argomentare in via inconfutabile la necessità che a doversi battere a duello debba essere il di lei amante, Guido Venanzi. Ad ognuno il suo ruolo, questo il “giuoco delle parti”, a Leone il ruolo “formale” di marito, a Venanzi il riconoscimento del suo ruolo “sostanziale”, dunque deputato al macello.


Sarà questo l’incubo ricorrente (forse permanente) di Leone Gala. Vivrà la sua inquietudine tra le mura di pareti a quadri che lasciano intravedere appena, in una trasparenza velata ma incombente, l’oggettivazione del suo tormento: un orologio che indica “le sette”, l’orario fissato per battersi a duello, e il ritratto di una coppia di giovani sposi. E’ nel toccante dialogo finale con Silia, che Leone confronta la felicità di quando erano giovani amanti - “quando ci spingevamo ai margini dei precipizi senza avere paura di cadere” - con cosa sia diventata la loro vita da quando - afferma con cruda amarezza - “il nostro matrimonio ci ha fatto cadere giù, sempre più giù…”.


Tornano in sottofondo le note della marcia nuziale, e un imponente (seppure stancamente seduto su quella sedia a rotelle che ha usato per di più nelle controscene), struggente di meraviglia, solennemente aulico, Gala/Orsini regala un epilogo davvero emozionante: “…ecco la cosa più grandiosa: avere la debolezza di un uomo e la tranquillità di un Dio”.


Una battuta, ed è il finale, che gela la platea in una palpabile emozione. Al punto da chiedersi se l’applauso, giunto diversi secondi dopo, solo alla tangibile vista della chiusura del sipario, sia da considerarsi un gesto da eseguire nella rassicurante certezza del finale, o se - come personalmente auspicherei - debba essere, invece, dettato dall’impulso spontaneo del riconoscimento del messaggio finale dell’opera. Quella manciata di secondi intercorsi tra l’enunciazione della battuta finale con la musica che lentamente saliva di volume, e l’inizio del movimento del sipario che iniziava a chiudersi davanti a un “monumento” di sapienza e talento, (a me) sono sembrati eterni.


Applausi!


Una messinscena che rimarrà impressa nella memoria, indimenticabile per l’apporto innovativo e certamente fecondo di nuove suggestioni liriche nella pure imprescindibile intenzione del significato autorale.


Un cast attoriale di autentica eccellenza. Alla magistrale interpretazione di Umberto Orsini, alla sua carismatica presenza scenica, al fluire dei suoi giusti toni vocali (e una voce bellissima!), al movimento sempre calibrato e conforme alla statura del suo personaggio, si affiancano Alvia Reale, che restituisce l’inquietudine e la sensualità di Silia col giusto vigore e adeguata forza creativa; Michele di Mauro, che nel ruolo dell’impacciato Guido Venanzi, personaggio travolto dagli eventi e dominato dagli altri personaggi, poggia sapientemente la chiave interpretativa sull’ottimo uso della voce e dell’azione scenica, nonché sugli elementi propri del carattere del personaggio.


Bravi e convincenti gli altri attori in scena: Carlo De Ruggieri nel ruolo di Socrate, Woody Neri nel ruolo di Barelli, e Flavio Bonacci in quello del dottor Spiga; tutti, con convinzione ed energia, apportano momenti di vivacità che contrappuntano gradevolmente l’evoluzione drammaturgica.


Una scelta scenografica, in questa messinscena, che rivoluziona finanche il ruolo dello scenografo. Maurizio Balò ha il merito indiscusso di essere considerato da Orsini coautore nell’adattamento. Il giusto riconoscimento a chi non ha predisposto semplicemente uno spazio scenico in base ad una didascalia che ne suggerisce i contorni, ma che - dovendo disegnare lo spazio scenografico per un’opera frutto di una riscrittura - si trovi a dover creare un luogo scenico che, in qualche modo, possa condizionare a sua volta la riscrittura stessa. Una scelta davvero vincente, di cui si percepisce nettamente la sinergia con l’avanzamento sequenziale dell’impianto drammaturgico.


Lo spettacolo è una produzione (la seconda) della Compagnia fondata dallo stesso Orsini e che porta il suo nome. Ma perché fondare una Compagnia? Quale lo scopo di tutto questo?


“La libertà di sentirsi fuori dagli schemi ma dentro un sistema distributivo senza il quale i talenti giovani che stanno con me non avrebbero visibilità. Ho attinto tanto da tutti quelli che mi hanno preceduto e vorrei lasciare questa eredità a quanti camminano con me ora e cammineranno un giorno senza di me ma carichi, come lo saranno, di una conoscenza che viene da molto lontano e che io mi sento felice di trasmettere. La crisi la si combatte con la qualità e l’arrogante consapevolezza di fare un mestiere bello e utile”. Questa l’affermazione di Orsini.


Un’affermazione di ampio respiro, lungimirante, e di grande generosità. La stessa generosità d’animo con la quale ci accoglie in camerino, sempre affabile e disponibile, amabilmente, come solo i grandi sanno fare.


Uno spettacolo, un classico magistralmente rivisitato e ottimamente interpretato, da non perdere assolutamente.

 

 

 

Teatro Eliseo - via Nazionale 183, 00184 Roma
Per informazioni e prenotazioni: (centralino) 06/488721, (botteghino) 06/4882114 - 06/48872222
Orario spettacoli: martedì, giovedì, venerdì ore 20.45; mercoledì, domenica ore 17; sabato ore 16.30 e 20.45
Biglietti: platea intero 33 €*, ridotto1 26 €, ridotto2 21 €, ridotto3 16 €; balconata intero 29 €, 24 €, 19 €, 15 €; I galleria intero 18.50 €, ridotto1 16 €, ridotto2 15 €, ridotto3 13 €; II galleria intero 13 €, ridotto1 11.50 €, ridotto2 10 €, ridotto3 9 €
Durata spettacolo: 1 ora e 40 minuti senza intervallo

* platea per le Prime: 47 €
ridotto1: convenzioni e over 60 (non valido alle Prime in platea)
ridotto2: under 30 e gruppi adulti (min 10 persone)
ridotto3: gruppi scuola (min 10 persone)



Articolo di: Isabella Polimanti
Grazie a: Maya Amenduni, Ufficio Stampa Teatro Eliseo e Piccolo Eliseo Patroni Griffi
Sul web: www.teatroeliseo.it

 

 

 

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