Il giardino dei ciliegi - Teatro Sala Uno (Roma)

Scritto da  Domenica, 14 Novembre 2010 
Il giardino dei ciliegi

Dal 9 novembre al 5 dicembre. Ultima opera teatrale di Anton Čechov, nonché una delle vette indiscutibilmente più alte della drammaturgia europea del Novecento, “Il giardino dei ciliegi” rivive sul palcoscenico del Teatro Sala Uno nella sua armonica contrapposizione tra la tragica ineluttabilità del destino di decadenza a cui si avviava l’aristocrazia russa e la spensierata leggerezza, stilisticamente vicina al vaudeville francese ottocentesco, con cui Čechov dipinge gli ultimi giorni trascorsi dalla raffinata e seducente contessa Ljubòv Andreevna Ranevskaja nella sua residenza di campagna, circondata da una natura che si erge a simbolo dell’incontaminata purezza dell’infanzia e a inprofanabile tempio dei ricordi più preziosi di un’intera esistenza.

 

IL GIARDINO DEI CILIEGI

liberamente tratto da A. Cechov

regia Reza Keradman

scenografia Francesco Ghisu

costumi Seti Minovi

disegno luci & foto Davood Kheradmand

musiche Gabriele Rendina

Personaggi e Interpreti

Alessandra Raichi, Ljubov’ Andreevna Ranevskaja, proprietaria terriera

Azzurra Antonacci, Anja, sua figlia, 17 anni

Giselle Martino, Varja, sua figlia adottiva, 24 anni

Massimiliano Cutrera, Leonid Andreevič Gaev,  fratello della Ranevskaja

Jerry Mastrodomenico, Ermolaj Alekseevič Lopachin, mercante

Daniel Terranegra, Pëtr Sergeevič Trofimov, studente universitario

Tony Allotta, Boris Borisovič Simeonov-Piščik, proprietario terriero

Francesca Tomassoni, Charlotta Ivanovna   governante

Alessandro Gruttadauria, Semën Panteleevič Epichodov, contabile

Valentina Morini, Dunjaša, cameriera

Reza Keradman, Firs, maggiordomo, un vecchio di 87 anni

Constantin Jopeck,  Jaša, giovane cameriere

 

L’epilogo di un percorso letterario ed umano complesso, ricchissimo ed affascinante, legato a doppio filo ad un periodo di profondi sconvolgimenti sociali che capovolsero gli equilibri della nazione russa scuotendola sin dalle fondamenta: “Il giardino dei ciliegi”, oltre a rappresentare il canto del cigno della variegata e consistente produzione drammaturgica cechoviana, assume pertanto una’altrettanto preziosa valenza di testimonianza storica e politica. Trascorsi appena quarant’anni dalla riforma dell’emancipazione dei servi che nel 1861 aveva sovvertito le gerarchie rigidamente piramidali della Russia imperiale portando da un lato l’aristocrazia terriera ad un progressivo depauperamento economico e morale e dall’altro gli ex servi della gleba a riconquistare dignità, status sociale e benessere finanziario, la pièce teatrale vide la luce nel 1904, nei mesi che preludevano al sanguinoso eccidio della Domenica di Sangue e al deflagrare della rivoluzione russa dell’anno successivo, mentre si cominciavano già a respirare i primi sentori degli ideali bolscevichi e l’incancrenita cultura russa procedeva a passi spiegati verso un cambiamento senza ritorno. Dopo una lunghissima e travagliata gestazione, l’opera fu rappresentata per la prima volta il 17 gennaio 1904 al Teatro d’Arte di Mosca sotto la direzione di Kostantin Stanislavskij, il quale però nel suo allestimento privilegiò atmosfere da tragedia senza valorizzare – e forse senza neppure comprendere appieno – la carica virulentemente ironica ma al contempo leggera e comprensiva con cui l’autore aveva tracciato un ritratto estremamente realistico dell’aristocrazia russa in inesorabile decadenza all’inizio del nuovo secolo; una scelta drammaturgica assolutamente non condivisa dall’autore, che anzi ne rimase fortemente amareggiato e che purtroppo non ebbe modo di vedere il suo adorato giardino dei ciliegi rappresentato nella primigenia forma di commedia, dal momento che di lì a qualche mese si spense a Jalta, nella penisola di Crimea, definitivamente consumato dalla tubercolosi che ormai lo affliggeva da lungo tempo.

Il giardino dei ciliegiLe vicende narrate nei quattro atti della mastodontica pièce cechoviana (sintetizzati nel libero adattamento proposto al Sala Uno in un godibilissimo atto unico della durata di un’ora e mezza) descrivono il ritorno della nobile Ljubov' Andreevna Ranevskaja, detta Ljuba, alla residenza di campagna nella quale aveva trascorso gli anni più gioiosi della sua infanzia, ricordi che saranno eternamente custoditi nelle solide cortecce dei ciliegi dello sconfinato giardino che circonda la magione, alberi che rappresentano il tesoro più amato ed inestimabile dell’intera tenuta agli occhi della seducente ed estrosa contessa. Di ritorno da un lungo soggiorno parigino segnato da una turbolenta relazione amorosa con un uomo che aveva spudoratamente approfittando delle sue ingenti ricchezze e della sua dissennata generosità, Ljuba giunge nella dimora della sua giovinezza assieme alla romantica ed esuberante figlia diciassettenne Anja, alla governante tedesca Šarlotta Ivanovna e al loro servitore Jaša; qui avranno l’opportunità di riabbracciare la figlia adottiva della nobildonna, la morigerata e razionale Varja che si è occupata delle proprietà di famiglia in assenza della madre, e Leonid Gaiev, fratello di Ljuba e al contrario di lei uomo assolutamente concreto e determinato. Ad accoglierli troveranno anche Petr Sergeevič Trofimov, studente-filosofo che in passato era stato tutore del figlio della Ranevskaja poi tragicamente annegato nel fiume che accarezza il giardino dei ciliegi, ed il pragmatico Ermolaj Lopachin, risoluto uomo d’affari ed amico di vecchia data della famiglia, il padre del quale era stato al loro servizio per decenni prima della sospirata riforma dell’emancipazione della schiavitù in Russia. Gli istanti di festosa allegria che allietano questo atteso ricongiungimento si stemperano però immediatamente a causa di un pericolo incombente e temutissimo: le risorse economiche della casata sono ormai ridotte all’osso tanto che sta divenendo per loro pressoché impossibile risarcire gli interessi dell’ipoteca che si sono visti costretti ad accendere sulle loro proprietà. Proprio per questo motivo l’unica soluzione possibile, caldamente suggerita con realismo dall’oculato Lopachin, sarebbe quella di suddividere il giardino in numerosi lotti per costruirvi dei villini da affittare durante l’estate, decisione che sicuramente sarebbe redditizia e permetterebbe loro di scongiurare la debàcle economica. Ljuba però si oppone fermamente a questa ipotesi che comporterebbe l’abbattimento dei suoi adorati ciliegi, senza comprendere che quella che le era stata offerta costituiva l’unica ancora di salvezza ancora a sua disposizione. Mentre difatti tutti quanti sembrano continuare a trascorrere le proprie giornate con leggerezza e frivolezza tra sontuosi balli, passeggiate in campagna e nascenti intrighi amorosi arriva ben presto il giorno fatidico dell’asta e la proprietà viene acquistata, a buon mercato, dall’intraprendente mercante Lopachin. Quest’ultimo, sebbene rammaricato per l’atroce sofferenza inflitta a Ljuba, è al contempo entusiasta ed esaltato per essere riuscito ad accaparrarsi la proprietà all’interno della quale suo padre aveva trascorso la propria intera esistenza come servo. E’ avvenuto dunque quel totale ribaltamento di prospettive sociali che nei primi anni del Novecento aveva segnato l’imporsi della nuova borghesia rampante del commercio e della finanza su un’aristocrazia terriera stolta e drammaticamente ancorata ad antichi privilegi ormai inesorabilmente sgretolatisi tra le loro mani adorne di gioielli. La scena finale della pièce ci presenta la famiglia alle prese con i preparativi per la partenza, per salire su quel treno che li condurrà lontani dai rassicuranti archetipi della vita passata, costretti ormai a reinventarsi una nuova esistenza; in particolare Ljuba ritornerà a Parigi con la piccola Anja e l’impetuoso Trofimov, confortata dalla giovane figlia adolescente con parole che, nel dramma contingente, intravedono un barlume di speranza per il futuro (“Il giardino dei ciliegi è stato venduto, non esiste più, è vero, è vero, ma non piangere, mamma, ti è rimasta la vita da vivere, ti è rimasta la tua anima, così buona, pura... Vieni via con me, andiamo, cara, via da qui, andiamo!... Pianteremo un nuovo giardino, più bello di questo, lo vedrai, capirai, e la gioia, una gioia tranquilla e profonda scenderà nella tua anima, come il sole al far della sera, e tu sorriderai, mamma!”). In sottofondo, a scandire il loro congedo, i colpi di scure che si abbattono implacabili sui simulacri dei ricordi, del sentimento, della nobiltà ormai caduta, quei floridi e imponenti ciliegi sui quali mai più si adagerà un candido e soffice manto di neve.

Il giardino dei ciliegiLa regia di Reza Keradman (che ha ritagliato per sé un breve cameo, interpretando il ruolo dell’anziano ed apparentemente stordito maggiordomo Firs, che invece si rivelerà custode di un’ancestrale saggezza e di una profonda forza morale) affronta il capolavoro cechoviano con sobrietà e leggerezza, tratteggiando i ritratti dei personaggi con umanità e delicatezza senza calcare eccessivamente la mano sul loro dolore. Un adattamento teatrale pertanto rispettosamente fedele alle intenzioni dell’autore e capace di condurre lo spettatore sin dai primi istanti in un’altra dimensione spazio-temporale, una campagna russa avvolta da un torpore gelido in procinto di essere bruscamente risvegliata da cambiamenti epocali, intrisi di angoscia e necessità di rinnovamento. La scenografia, curata da Francesco Ghisu, si mantiene volutamente semplice e spoglia, sfruttando la cornice di per sé suggestiva ed avvolgente del Teatro Sala Uno e focalizzando l’attenzione su pochi dettagli (delle tende luminose con sottili giochi di trasparenze, un barocco lampadario in cristallo collocato sul fondoscena, quasi una lontana reminescenza dell’aristocratica opulenza che sempre più si trasforma in un remoto miraggio, in primo piano un antico mobiletto in legno che custodisce dei preziosi libri come la residenza ed il giardino rappresentano lo scrigno dei ricordi di una vita intera) che accentuano il carattere fortemente simbolico ed evocativo della messinscena. Ad arricchire la rappresentazione gli eleganti e preziosi costumi realizzati da Seti Minovi e le musiche poetiche e toccanti che contrappuntano i momenti più salienti della narrazione, frequentemente suonate dal vivo al clarinetto dal servitore bohemienne Jaša, interpretato ottimamente da Constantin Jopeck.

Trattandosi di un’opera dal carattere fortemente corale la ricca compagnia in scena recita come un unico ensemble, organismo pulsante e denso di sentimento: tra gli interpreti in scena è però assolutamente doveroso segnalare la magistrale e carismatica performance di Alessandra Raichi nel ruolo di Ljubov’ Andreevna Ranevskaja, che riesce a restituire con vividezza e sensibilità l’intricato groviglio di passioni, stati d’animo, sofferenza e continuo struggimento tra le memorie del passato ed un insopprimibile anelito di speranza per il futuro che contraddistingue il suo personaggio. Decisamente degni di menzione anche Jerry Mastrodomenico, che infonde nel suo Ermolaj Lopachin una dinamica complessità psicologica capace di coniugare armonicamente desiderio di rivalsa sociale, incapacità di esprimere sino in fondo i propri sentimenti e generosa devozione verso il prossimo, la giovane ed estremamente promettente Azzurra Antonacci che con la sua candida purezza e fanciullesca ingenuità è semplicemente perfetta per interpretare il ruolo di Anja ed infine Massimiliano Cutrera, grave e misurato nel vestire i panni del razionale ed equilibrato Leonid Gaev. Concedeteci in conclusione un divertito applauso anche per il sempre ottimo Tony Allotta, a cui è affidato in questa circostanza il ruolo minore di Boris Simeonov-Piščik nobile proprietario terriero tanto energico nella sua costante ricerca di prestiti e munifiche elargizioni per estinguere i suoi debiti quanto sempre pronto a divertirsi tra burle, balli dell’alta società moscovita e buon vino. Un personaggio veramente spassoso.

La potenza lirica ed espressiva del romanzo di Anton Čechov rivive in tutto il suo fulgore sul palco del Teatro Sala Uno che, ancora una volta, ci regala uno spettacolo di gran pregio proseguendo il viaggio intrapreso in questa stagione alla riscoperta di grandi classici della drammaturgia europea. Vivamente consigliato agli estimatori della letteratura russa.

 

Teatro Sala Uno - Piazza di Porta S. Giovanni 10, Roma

Info e prenotazioni al nuovo numero: telefono 06/88976626, fax 06.89531154

mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. , sito internet www.salauno.it

E possibile prenotare anche tramite il sito.

Spettacoli: dal martedì al sabato ore 21 e la domenica ore 18

Prezzo biglietti: 15 – 12 –8 euro

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Maya Amenduni, Ufficio Stampa Teatro Sala Uno

Sul web: www.salauno.it

 

TOP