Il giardino dei ciliegi - Teatro Quirino (Roma)

Scritto da  Sabato, 07 Novembre 2015 

Dopo il recente trionfo al Teatro Aleksandrinskij di San Pietroburgo, salutato da sette minuti di applausi, giunge a Roma Il Giardino dei ciliegi di Cechov con la regia di Luca De Fusco, in scena dal 3 al 15 novembre al Teatro Quirino. Uno spettacolo raffinato, dove la stilizzazione consente una modernizzazione accettabile della vicenda di una famiglia nobile decaduta sullo sfondo del fermento pre-rivoluzionario russo, che diventa metafora di ogni rivoluzione, abbracciando sia il tempo che passa e la vecchiaia che avanza, sia un cambiamento di paradigma privato o collettivo. Il clima della storia è sospeso in una dimensione quasi fiabesca e universale (forse questo il senso della traduzione in napoletano e di un’ambientazione che potrebbe essere mediterranea). Interpretazione corale convincente.

 

Teatro Stabile di Napoli e Teatro Stabile di Verona presentano
IL GIARDINO DEI CILIEGI
di Anton Čechov
traduzione Gianni Garrera
con Gaia Aprea, Paolo Cresta, Claudio Di Palma, Serena Marziale, Alessandra Pacifico Griffini, Giacinto Palmarini, Alfonso Postiglione, Federica Sandrini, Gabriele Saurio, Sabrina Scuccimarra, Paolo Serra e Enzo Turrin
scene Maurizio Balò
costumi Maurizio Millenotti
luci Gigi Saccomandi
coreografie Noa Wertheim
musiche originali Ran Bagno
adattamento e regia Luca De Fusco

 

Dopo il felice debutto al Napoli Teatro Festival 2014 e i successi riscossi nei teatri italiani - da Merano a Bolzano, Verona, Genova, Perugia -, nonchè reduce dalla trionfale accoglienza al Teatro Aleksandrinskij di San Pietroburgo a settembre scorso, approda al Teatro Quirino di Roma Il Giardino dei ciliegi di Cechov con la regia di Luca De Fusco.

Nella bella traduzione di Gianni Garrera, la pièce è interpretata da Gaia Aprea, nel ruolo della protagonista Ljiuba, Paolo Cresta (Jaša), Claudio Di Palma (Lopachin), Serena Marziale (Dunjaša), Alessandra Pacifico Griffini (Anja), Giacinto Palmarini (Trofimov), Alfonso Postiglione (Pišcik), Federica Sandrini (Varja), Gabriele Saurio (Epichodov), Sabrina Scuccimarra (Šarlotta), Paolo Serra (Gaev) ed Enzo Turrin (Firs). Le scene sono di Maurizio Balò; i costumi di Maurizio Millenotti; le luci di Gigi Saccomandi; le coreografie di Noa Wertheim; le musiche originali di Ran Bagno. Lo spettacolo è una produzione del Teatro Stabile di Napoli.

La traduzione per chi, come chi scrive, non conosce il russo può essere condivisa come “bella” per la sua efficacia che non snatura il testo letterario, non lo forza ma ne esalta la modernità, il linguaggio quotidiano; anche nella declinazione napoletana, scelta del regista, si avverte un intreccio non sempre percettibile che diventa non una semplice contaminazione, o giustapposizione o, ancora, un collage, quanto un’assonanza, un richiamo, una dissolvenza armonica. La lingua come visione del pensiero sembra spiegare che la vicenda, anche se contestualizzata, può essere letta come metafora del dramma di una società attraversata dal cambiamento radicale, con vittime e nuovi vincitori, come ogni rivoluzione che si rispetti.

Nel dolore c’è un senso stralunato, ben reso dalla protagonista nel suo isterismo giocoso. In effetti soprattutto nel primo atto non c’è enfasi drammatica quanto un senso fiabesco, sospeso, nel quale i personaggi si muovono come burattini, manichini che danzano - dimensione in crescendo nel secondo atto - come se fuggissero e si rifugiassero nel loro mondo di sogni, un po’ di bambini, in quell’infanzia dorata che ha vissuto l’aristocrazia dell’Ottocento per affrontare la scoperta della realtà con un’altra fuga. E’ Parigi nel primo atto, metafora di trasgressione e lusso ed è il treno, simbolo della nuova Russia che odora però ancora di un gioco da bambini.

E il biancore che ci avvolge, delle scene, delle luci e dei costumi, elemento di distinzione che con un sofisticato sistema di illuminazione scalda la tonalità con la luce gialla delle candele, quando gli abiti si avvicinano ai toni dell’avorio, si uniscono al cuoio; oppure si raffredda in un livore violaceo o azzurrino, con il pallore che copre i volti e un velo impercettibile che sa di polvere e borotalco. E’ una sorta di scenografia di zucchero nella quale tutto è bianco, l’armadio, il baule, le trottole con le quali si distraggono gli interpreti ed elementi che salgono e scendono come carrozze e palloncini. E’ il bianco incantato, del sogno, della purezza dell’infanzia, della preziosità delle stoffe, cristalli e diamanti della bella società; ma è anche il colore del vuoto e della profonda solitudine, allusione ad una Russia depressa dove i servi della gleba si ribellano e provano a conquistarsi un nuovo mondo, tra mille timori, l’incapacità di stare al mondo senza lavorare e il disfacimento di una famiglia piena di debiti costretta a vendere all’asta la propria casa con il giardino dei ciliegi appunto. Se c’è stato un tempo nel quale le ciliegie erano fonte di ricchezza perché si facevano seccare, restavano morbide con la marinatura e si vestivano in confetture, ora al tempo del racconto le ciliegie restano sugli alberi e non sono più fonte di reddito.

La regia di De Fusco sembra attenta al mondo delle fiabe russe, si nutre della musica di origine ebraica di quelle immense distese e, ad un tempo, respira l’aria politica del cambiamento, dei giovani ribelli che in nome della libertà fanno a meno dell’amore, nel senso che vanno oltre, perché la proprietà privata sembra non esistere più nei sentimenti come nella vita. In fondo la Russia appartiene a tutti e così ogni russo appartiene all’altro. In alcuni dialoghi e riflessioni c’è l’eco dell’opera The Coast of Utopia di Tom Stoppard. Tra l’altro si ha l’eco anche in questa regia di una grande attenzione all’insieme e ai particolari: una sinfonia in bianco dove gli interpreti si muovono come strumenti di un’orchestra, una coreografia che muove attraverso fili invisibili gli attori sul palco in una danza continua e ancora un gusto ricercato nei costumi e nell’effetto scenico con la proiezione di video che si intrecciano con la scena, come personaggi che salgono o scendono scale per un tratto sul video e per un altro in modo tridimensionale. Uno spettacolo che merita di essere visto per apprezzare una volta in più un testo classico, e forse da rivedere una seconda volta per assaporarne i dettagli ché nulla è lasciato all’approssimazione. Senza nulla togliere agli interpreti, bravi tutti, certamente, è indubbiamente il lavoro di un regista, uno di quegli spettacoli che si ricorda per la regia, la cui mano leggera muove tutti gli aspetti del lavoro.

Protagonista della vicenda è l’aristocratica Ljiuba, di ritorno in Russia dopo una lunga residenza a Parigi per la quale parte per “distrarsi” dal dolore. Appresa la gravissima situazione debitoria e lo stato in cui versa il patrimonio di famiglia, la donna è costretta a mettere all’asta la proprietà con il suo bellissimo giardino. Il suo ritorno, come racconta, è però legato anche ad un’improvvisa nostalgia per la propria terra e per quelle origini che sono minate dal passare del tempo. Ad acquistarla sarà il ricco commerciante Lopachin, figlio di un vecchio servo della nobile casata. E’ il riscatto dei ceti deboli, è la prova generale della grande rivoluzione russa, è nello stesso tempo la dimostrazione che nessuna rivoluzione è pura: il nuovo proprietario infatti non vede l’ora di abbattere uno ad uno i ciliegi per costruire delle “villette a schiera” per tutti i nipoti. E se l’obiettivo, a ciascuno una casa, sudata con vite di tanto lavoro, un nuovo peccato si affaccia: la speculazione edilizia. E forse questo è il lato che più si presta all’interpretazione modernizzata.

Luca De Fusco affronta il testo con un approccio mediterraneo al grande repertorio russo: «Ho sempre pensato - dichiara il regista - che Il giardino dei ciliegi fosse una storia "nostra": questi nobili decaduti che vivono nell'inerzia, incapaci di reagire ai problemi posti dalla vita, questi dandy che si "sono mangiati il patrimonio in caramelle" o sono "morti di champagne", somigliano a tanti racconti sull’aristocrazia napoletana incapace di entrare nella modernità».

La voce del regista
«Andrej Konchalovskij - prosegue De Fusco - convenendo con la mia tesi, mi diceva un anno fa come sia la civiltà russa sia quella del nostro meridione hanno saltato la modernità, diventando direttamente post-moderne. Una delle cause della perenne crisi del nostro Sud fa capo proprio all’incapacità che abbiamo avuto di entrare nel Novecento, di vivere la rivoluzione industriale, di diventare moderni. Sono infatti convinto che ci sia qualcosa in comune tra la leggerezza cechoviana e quella del grande scrittore Raffaele La Capria, entrambe dedicate al racconto della decadenza di una classe egemone. I personaggi di Cechov sembrano essere feriti a morte da un’armonia perduta, per usare appunto, due celebri espressioni lacapriane.
Però questo straordinario capolavoro, l’ultimo grande testo naturalista, non è solo un affresco sociale. È anche un poema in cui si racconta della incapacità di diventare adulti, di uscire dalla dimensione del gioco, del puro piacere (si può essere infantili e sensuali allo stesso tempo), del sogno, rifiutando ostinatamente di entrare nell’età adulta e nella realtà razionale.
In questo senso Il Giardino è un grande mistero, perché se da un lato porta al limite che sfiora la perfezione l’affresco naturalista del disegno dei caratteri con un continuo concertato che somiglia più che mai alla vita, dall’altro contiene elementi assolutamente simbolici, come la stanza dei bambini, il rumore metafisico che chiude il secondo atto, il fragore degli alberi abbattuti che accompagna il finale.
Studiando la storia delle messe in scena del Giardino attraverso il bellissimo saggio di Georges Banu, si capisce che ci sono sostanzialmente due “partiti”: quello delle regie naturaliste e quello delle regie simboliste. Entrambe hanno diritto di cittadinanza partendo da un testo pieno di richiami psicologici ma anche di segnali che escono dal realismo. Io ho cercato di valorizzare entrambi gli aspetti del testo, lavorando su una interpretazione accurata dei vari caratteri, delle situazioni emozionali e psicologiche che il grande scrittore crea mirabilmente e, insieme, scavando gli aspetti simbolici.
Ho seguito il naturalismo del testo stilizzandolo ma ho provato anche a valorizzarne il versante simbolico creando spazi di sospensione, di trasfigurazione poetica, che lascino intravedere quali squarci di decadenza, di dolore, si creano sotto il chiacchiericcio apparentemente vacuo e frivolo della commedia. Spesso questi squarci hanno un sapore infantile e sono convinto che Strehler avesse visto giusto nell’attribuire molta importanza alla circostanza che il primo ambiente della commedia sia la stanza dei bambini. Il biancore della scena di Maurizio Balò sta tra le case a calce tipiche del paesaggio mediterraneo e una casa di marzapane delle fiabe.
Chi sono, in fondo, Ljuba, Gaev, lo stesso Pišcik se non dei bambini non cresciuti che considerano una “assurdità” lo scorrere del tempo? Persone che non si sono adattate ai cambiamenti della società, come personaggi dell’ultima grande commedia naturalista, che chiudono la quarta parete, come bambini che non vogliono lasciare la loro stanza dei giochi. In questa linea sospesa tra realismo e trasfigurazione poetica si inseriscono le luci di Gigi Saccomandi e i costumi di Maurizio Millenotti; cosi come le musiche originali composte da Ran Bagno e il prezioso apporto nel terzo atto delle coreografie di Noa Wertheim.
Al di là del mio disegno registico un testo come Il giardino dei ciliegi vive soprattutto di attori. Voglio perciò ringraziare quelli impegnati in questo allestimento che hanno intrapreso senza paura la mia scelta mediterranea, trasformandosi quasi in un piccolo corpo di ballo, riuscendo a restituire naturalisticamente i loro personaggi pur in un contesto simbolico.
La grandezza di Čechov sta nel suo non giudicare i suoi personaggi. Non ho quindi forzato Claudio Di Palma a diminuire la sua naturale simpatia e comunicativa attoriale per creare un Lopachin “cattivo”, e non ho cercato, con Gaia Aprea, di evidenziare i difetti di Ljuba, né, d’altra parte, di “angelicarla”. Anzi ho assecondato la carica umana dell’attrice creando un personaggio meno “aereo” e più sensuale di quello a cui siamo abituati.
Forse ho risentito l’eco dei racconti familiari che mia madre mi ha fatto per anni di vecchi zii frequentatori di casinò, della nonna giocatrice di poker. Spero di aver creato, per questo, personaggi più credibili di un universo integralmente e astrattamente russo.
Questa eco da “lessico familiare” mi rende naturale dedicare questa regia a mia madre, che mi ha sempre educato all’amore per Čechov; amore che mi ha portato a cercare di avvicinare lo scrittore a noi per amarlo ancora più intensamente». [Luca De Fusco]

Teatro Quirino - via delle Vergini 7, 00187 Roma
Per informazioni e prenotazioni: botteghino 06/6794585, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario botteghino: dal martedì alla domenica dalle 10 alle 19
Orario spettacoli: da martedì a sabato ore 21, domenica ore 17;
giovedì 5 e mercoledì 11 novembre ore 17; sabato 14 novembre ore 17 e ore 21
Biglietti: martedì-mercoledì-giovedì-venerdì-sabato pomeriggio platea € 30 (ridotto € 27), I balconata € 24 (ridotto € 22), II balconata € 19 (ridotto € 17), galleria € 13 (ridotto € 12); venerdì-sabato-domenica platea € 34 (ridotto € 31), I balconata € 28 (ridotto € 25), II balconata € 23 (ridotto € 21), galleria € 17 (ridotto € 15)
Durata spettacolo: 2 ora e 15 minuti più intervallo

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Paola Rotunno, Ufficio Stampa Teatro Quirino
Sul web: www.teatroquirino.it

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