Il giardino dei ciliegi - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Domenica, 01 Marzo 2020 

Dopo il debutto alla Biennale di Venezia, “Il giardino dei ciliegi” di Alessandro Serra arriva a Roma, in scena al Teatro Argentina fino all’8 marzo.

 

IL GIARDINO DEI CILIEGI
di Anton Pavolovič Čechov
uno spettacolo di Alessandro Serra
con Arianna Aloi (Duniaša), Andrea Bartolomeo (Jaša), Leonardo Capuano (Lopachin), Marta Cortellazzo Wiel (Anja), Massimiliano Donato (Epichodov), Chiara Michelini (Carlotta), Felice Montervino (Trofimov), Fabio Monti (Gaiev), Massimiliano Poli (Simeonov-Piščik), Valentina Sperlì (Ljubov'), Bruno Stori (Firs), Petra Valentini (Varja)
regia, drammaturgia, scene, luci, costumi Alessandro Serra
produzione Compagnia Orsini, Accademia Perduta Romagna Teatri, Teatro Stabile del Veneto, TPE - Teatro Piemonte Europa
in collaborazione con Compagnia Teatropersona, Triennale Teatro dell’Arte di Milano

 

Un tappeto di corpi incantati. Mura di sughero, giochi di ombre. Ombrelli volanti, valigie, gonne svolazzanti nel vortice di un ballo. Sedie di ferro, vassoi colmi di bicchieri tintinnanti. Armadi di un legno antico. Proiezioni e giochi di prestigio. Candele e lumini. Partiture coreografiche appena accennate. Il vociare confuso, le immagini da fotografia. Questi gli elementi della grammatica espressiva individuata da Alessandro Serra per la messinscena.

Dal primissimo debutto al Teatro d’Arte di Mosca, del 1904, “Il giardino dei ciliegi” si è rivelato un capolavoro della drammaturgia contemporanea, ma allo stesso tempo con immense difficoltà di interpretazione. È celebre la disputa tra Anton Čechov, che aveva concepito l’opera come una commedia, e il duo Stanislavskij/Nemirovič-Dančenko che ne diresse la prima traduzione scenica come un testo tragico. Da allora, diversi geni dell’arte teatrale si sono cimentati nel mettere in scena Il giardino: Charles Laughton, Jean-Louis Barrault, e i più conosciuti Giorgio Stehler e Peter Brook.

Si tratta in primo luogo di un testo politico: i personaggi incarnano le classi sociali sul punto di sovvertire l’ordine costituito. Il dandismo dell’aristocrazia russa, abituata al culto del bello e alla coincidenza tra arte e vita, ha perso la sua ragion d’essere ed è giunto ormai al tramonto. Sbandierando rubli sonanti, si fa largo la piccola borghesia di ex contadini arricchiti - liberati dall’abolizione della servitù della gleba - che trasforma il denaro da vile strumento a valore supremo.

«Un valzerino allegro in una commedia intessuta di morte. Comicità garbata, mai esibita, perfetto contrappunto in un’opera spietata e poetica». È così che Serra riassume la sua prospettiva nell’affrontare “Il giardino dei ciliegi”, dopo il successo del “Macbettu” (Premio UBU come miglior spettacolo nel 2017) che gli ha permesso, a oltre quarant’anni, di raggiungere il grande pubblico. Motivo per cui, ironicamente, si definisce egli stesso ancien prodige.

Il processo creativo, durato circa un anno e mezzo, è partito da una completa riscrittura della traduzione in italiano. Serra ha effettuato un lavoro certosino di collazione tra varie traduzioni italiane, francesi, inglesi, messe a confronto con l’originale in cirillico. La finalità di quest’ingente operazione linguistica è il riscoprire una fedeltà totale e autentica al testo: «La scrittura stessa agevola questo dissolversi del centro e del focus: l’opera è cosparsa di piccoli impedimenti e fraintendimenti, anche linguistici, rotture sintattiche, pianti, canti, apnee, russamenti, borbottii e filastrocche, e poi i suoni. Tutto concorre a una partitura musicale che, scrive Mejerchol’d, è come una sinfonia di Čajkovskij».

Dello spettacolo, Serra si propone come vero e proprio autore di quella «seconda creazione» che è la messinscena di una pièce. Fa da dramaturg, da regista compositore, dirige il lavoro degli attori, cura scene, luci e costumi. E si dimostra abile costruttore di un universo immaginifico raffinatissimo ed elegante, pregno di segni lirici che muovono la fantasia e fanno volare nel mondo onirico dei giochi dell’infanzia.

Un’intelligenza logico-registica fine e sublime guida lo spettacolo perfettamente cesellato. Il principio ordinativo ammaestra il caos dilagante nel mondo cechoviano, in cui nulla accade e tutto decade. Una perfezione nello stile che nuoce forse solo a quella vita che Cechov semina nei suoi testi, tra sospensioni e luci crepuscolari, stagioni che muoiono e anni che fuggono. Con la sapiente maestria dell’artigiano che possiede i segreti del proprio mestiere, Serra si approccia alla scena e al teatro. Ma per toccare e far risuonare quella vita, bisogna trovare il coraggio di osare, di sottrarsi alla comprensione razionale e fissare gli occhi nel buio, le orecchie nel silenzio.

Cechov lo fa dire a Ljuba: «Invece delle commedie e a teatro, dovrebbe guardare dentro se stesso».

 

Teatro Argentina - Largo di Torre Argentina 52, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06.684.000.346 (ufficio promozione) - 06.684.000.311/314 (biglietteria), mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Biglietteria: telefono 06/684000311/314 (ore 10-14/15-19 lunedì riposo), vendita on-line www.vivaticket.it
Orario spettacoli: prima ore 21, martedì e venerdì ore 21, mercoledì e sabato ore 19, giovedì e domenica ore 17
Biglietti: poltrona 40€ (ridotto 32€), palchi I e II ordine 32€ (ridotto 27€), palchi III e IV ordine 25€ (ridotto 22€), loggione 12€. Le riduzioni sono riservate ai giovani fino a 35 anni e agli adulti oltre 65 anni
Durata spettacolo: 115 minuti, atto unico

Articolo di: Cecilia Carponi
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

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