Il Gabbiano (à ma mère) - Teatro Quirino (Roma)

Scritto da  Sabato, 30 Marzo 2019 

Dal 19 al 31 marzo. Un affascinante incontro fra due protagonisti assoluti del teatro italiano, Massimo Ranieri e Giancarlo Sepe, che per la prima volta insieme mettono in scena uno dei testi teatrali tra i più noti e rappresentati di sempre: “Il gabbiano” di Anton Čechov. La storia di Treplev, scrittore incompreso, del suo amore per Nina, il suo rapporto di odio/amore con la madre Irina, un’anziana e famosa attrice.

 

Teatro Diana, Rama 2000 presentano
Massimo Ranieri in
IL GABBIANO (À MA MÈRE)
da Anton Čechov
adattamento e regia Giancarlo Sepe
con Caterina Vertova, Pino Tufillaro, Federica Stefanelli, Martina Grilli, Francesco Jacopo Provenzano
musiche Harmonia Team
disegno luci Maurizio Fabretti
scene e costumi Uberto Bertacca

Personaggi e interpreti:
Il figlio Massimo Ranieri
Irina Arcàdina Caterina Vertova
Boris Trigòrin Pino Tufillaro
Nina Federica Stefanelli
Mascia Martina Grilli
Kostja Francesco Jacopo Provenzano

 

Quando le ondate di diverse maree - la metafora sottintende culture, stili, modi di fare teatro - si incontrano, scontrano, accavallano e confondono nel mare magnum dell'arte, ebbene gli spruzzi di schiuma bianca si levano in alto, pur tuttavia qualche schizzo finisce negli occhi. Doveva e non poteva essere altrimenti in questo caso: dall'incontro di un artista "strutturato" e ben definito come Massimo Ranieri e di uno sperimentatore spericolato sempre sul filo del rasoio come Giancarlo Sepe ci si aspettava, così è stato, una marea a corrente alternata, un flusso continuo di acque ora nel secchio del protagonista dello spettacolo, ora nel catino dell'altro, il regista-drammaturgo. Il risultato è un spettacolo avvincente, dirompente, a fasi alterne in sospensione tra commedia e recital, balletto e videoarte: un Cechov pirandelliano masterizzato con Aznavour.

Dicevo del flusso di questa marea che poi si confonde e si mischia con un altro flusso distorcente, lo spazio-tempo: l'enorme tastiera del pianoforte, che occupa in larghezza buona parte del palcoscenico del Quirino trasformandosi nel teatrino dell'anima calpestato da reminiscenze del passato di Kostantin, il giovane scrittore che incontra se stesso - nella versione di Sepe - a distanza di decenni e rivive nella maturità ardori giovanili, illusioni, sentimenti ed amori, simboleggia questa alterazione dello spazio-tempo che l'opera di Cechov non esplicita, ma intrinsecamente contempla nel tono malinconico della narrazione drammatica. Proprio come se l'opera fosse scritta da un narratore esterno che di nascosto osserva e si osserva all'interno del testo. O dietro di esso, come diceva Verga. Ricordo una sceneggiatura che Pirandello fece dei suoi Sei personaggi: una visione citava l'autore stesso col suo cervello in mano e all'interno di esso i suoi personaggi.

Letto così prende senso e corpo lo sdoppiamento drammaturgico del personaggio, il giovane Kostja interpretato con la giusta disperazione da Francesco Jacopo Provenzano e il maturo alter ego del gigantesco Massimo Ranieri che musicalizza da par suo la malinconia céchoviana nelle chanson dei poeti e cantautori francesi maledetti cari all'esistenzialismo francese. Qui l'espediente drammaturgico dell'inserimento dei brani risulta macchinoso e forzato: non basta alludere nelle note di regia ad un rapporto di amicizia e collaborazione dello stesso Cechov con un musicista francese, tale Marcell, famoso nella Russia del tempo. Ranieri è un interprete radioso del genere, tuttavia si sente odore di colla nell'aggregazione dei diversi momenti e generi.

Spicca l'Irina Arcàdina di Caterina Vertova, madre che si strappa il figlio Kostja dal seno per dedicarsi all'arte drammatica, al teatro, per poi venir da questi ripagato con la stessa moneta dell'aspirazione drammaturgica non surrogata e supportata dal "tocco" del genio. Pino Tufillaro è un Boris Trigòrin inguaribilmente egocentrico ed edonista, scrittore velleitariamente aspirante all'immortalità letteraria e dall'immeritato successo a buon mercato, mentre la Mascia di Martina Grilli e la Nina di Federica Stefanelli esprimono alla perfezione la maledizione dell'arte con l'angoscia di chi si sente inadeguato e mosso da una vocazione traballante.

Le musiche di Harmonia Team e il disegno luci di Maurizio Fabretti sulle scene e costumi suggestivi di Uberto Bertacca seguono e ripercuotono le onde di questa alterazione e dilatazione dello spazio-tempo che trasforma i personaggi in marionette, tanti pupi in mano al Demiurgo-Drammaturgo che li agita come ombre prigioniere di un inferno interiore.

 

Teatro Quirino - via delle Vergini 7, 00187 Roma
Per informazioni e prenotazioni: botteghino 06/6794585, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orari spettacoli: da martedì a sabato ore 21, domenica ore 17, giovedì 21 marzo e giovedì 28 marzo ore 17, mercoledì 27 marzo ore 19, sabato 30 marzo ore 17 e 21.
Biglietti: martedì, mercoledì, giovedì, venerdì e sabato pomeriggio platea € 30 (ridotto € 27), prima balconata € 24 (ridotto € 22), seconda balconata € 19 (ridotto € 17), galleria € 13 (ridotto € 12); sabato sera e domenica platea € 34 (ridotto € 31), prima balconata € 28 (ridotto € 25), seconda balconata € 23 (ridotto € 21), galleria € 17 (ridotto € 15)
Durata spettacolo: due ore, compreso intervallo

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Paola Rotunno, ufficio stampa Teatro Quirino
Sul web: www.teatroquirino.it

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