Il fu Mattia Pascal - Teatro Parioli Peppino De Filippo (Roma)

Scritto da  Venerdì, 21 Novembre 2014 

La nuova stagione del Teatro Parioli Peppino De Filippo si apre dal 13 al 23 novembre con “Il fu Mattia Pascal”, nella versione teatrale di Tato Russo, dal romanzo di Luigi Pirandello, con protagonista lo stesso Tato Russo. Scoprire la propria vera identità al di là delle convenzioni che ci hanno formato. Insomma viaggiare a ritroso dei sé o dei risultati di sé abbandonando la scorza delle apparenze per tentare una scoperta definitiva del proprio io. Questo il viaggio di Mattia Pascal, nell’abisso della contraddizione tra essere e apparire.

 

T.T.R. il Teatro di Tato Russo presenta
Tato Russo in
IL FU MATTIA PASCAL
versione teatrale di Tato Russo
dal romanzo di Luigi Pirandello
con Tato Russo, Katia Terlizzi, Renato De Rienzo, Salvatore Esposito, Marina Lorenzi, Giuseppe Mastrocinque, Adriana Ortolani, Carmen Pommella, Francesco Ruotolo, Davide Sacco, Caterina Scalaprice e Massimo Sorrentino
scene Tony Di Ronza
costumi Giusi Giustino
musiche Alessio Vlad
regia Tato Russo

Pirandello "giocava" spesso e volentieri con le sue opere trasferendole da teatrali a narrative, da narrative a soggetti cinematografici o trasformando novelle in piéce e le piecé in liriche, come ne La favola del figlio cambiato. Tutta la sua opera - costruita e costituita da sinergie d'avanguardia tra diverse forme d'arte, ove in qualche modo entrano anche la pittura e la poesia se consideriamo l'opera figurativa e lirica dei figli Fausto e Stefano - è riconducibile a questa forma di ripetibilità e riscrivibilità da un genere all'altro.

Questa continua riformattazione, ora in un verso letterario, ora in un campo drammatico o cinematografico, dei soggetti che gli frullavano per il capo, è comunque diretta, originale e viva espressione della problematica centrale, storica, dell'era moderna: l'identità. Sull'argomento si sono spesi fiumi di parole e scritti ai quali possiamo qui comodamente rimandare.

Tuttavia Il fu Mattia Pascal, a differenza di altre novelle ed altre narrazioni letterarie e romanzesche, non ha mai ispirato l'Agrigentino ad una rielaborazione teatrale: scritto sotto forma di romanzo a puntate per la rivista "Nuova Antologia" nel 1904 e pubblicato integralmente nello stesso anno, l'opera - peraltro fortemente drammatica in senso pirandelliano - è rimasta al di qua del palcoscenico.

Naturalmente il personaggio di Mattia Pascal è presente come un'ombra in tutta l'opera teatrale pirandelliana. La crisi dell'uomo borghese che "smette" la sua identità quotidiana, si strappa di dosso i suoi panni borghesi ed indossa un'altra maschera, camuffandosi il volto, adottando un altro nome ed un'altra personalità, penso che rappresenti il vertice della filosofia dell'autore siciliano. Qualcosa deve però aver bloccato Pirandello alla riscrittura scenica del suo capolavoro letterario: e non certo la pigrizia, data la complessità e la molteplicità dei suoi lavori in continua fermentazione ed elaborazione.

Azzardo, ma è solo un'ipotesi, che probabilmente la struttura letteraria dell'opera costruita come un flashback richiedesse la presenza di un narratore - in questo caso Mattia Pascal stesso che rivive la sua storia narrandola.

Proprio su questo punto, cioè la struttura letteraria del racconto, a mio avviso si inceppa la fantasia teatrale di Pirandello che, forse e sottolineo il condizionale, si trova alle prese col personaggio che rivive se stesso sotto mentite (o più veritiere) spoglie (chi "finge" di più, Mattia o il suo doppelgaenger Adriano Meis?).

Non che Pirandello, pratico tra l'altro nell'uso della struttura romantica del Teatro-nel-Teatro, non abbia avuto a disposizione i mezzi per una rappresentazione scenica della struttura metateatrale del narrante-narrato. Ce ne dà ad esempio prova ne La signora Morli una e due (anche qui ispirata alla sua novella del 1909 La morta e la viva) in cui il personaggio reale e la sua rappresentazione scenica si scontrano in sala. Ma allora, perché La morta e la viva diventa dramma e Il fu Mattia Pascal invece resta sulla carta?

Ne parlo poiché sono convinto che proprio su questo punto, cioè la teatralità della narrazione, si inneschi il lavoro drammaturgico sul romanzo pirandelliano di Tato Russo. Il quale naturalmente ha ben presenti i precedenti tentativi di rappresentazione del romanzo: mi riferisco all'adattamento di Tullio Kezich del 1974 (debuttò a Genova con Albertazzi protagonista e Squarzina regista), un'operazione senz'altro riuscita e di successo che però a mio parere covava quel pericolo di letterarietà che lo stesso Kezich in qualche modo ammetteva a suo tempo: non tutti i romanzi - asseriva Kezich - funzionano sulla scena e non tutti gli adattamenti rispecchiano adeguatamente il loro precedente letterario.

Qui sta la differenza: mentre Kezich è un "adattatore" - competente senz'altro, ma comunque "uno del mestiere" - Tato Russo è un drammaturgo che si inserisce nell'opera pirandelliana non col bisturi e l'ago del chirurgo esperto come Kezich, ma col fibrillatore delle emozioni e suggestioni "pirandelliane". Tato Russo non "adatta" né tantomeno "riduce" il capolavoro pirandelliano, ma si infila nella testa del genio come una sonda spia e trasforma il cervello che sta studiando, appunto la mente dell'Autore Pirandello, sovrapponendola narrativamente al Mattia Pascal che racconta la sua storia.

La versione di Tato Russo ha il merito di approfondire e sviluppare quella che a prima vista potrebbe sembrare la "semplice" struttura pirandelliana del romanzo, in cui il narratore Mattia Pascal evoca il flashback della sua vicenda. Perché c'è ben altro. In realtà Tato Russo è conscio, come ben sapeva Thomas Mann che nel Doctor Faustus accenna alle tre temporalità della narrazione (quella del "narrato, quella del "narratore" e quella dello scrittore che lo fa narrare), del fatto che in effetti i narratori del e nel romanzo sono due, non uno. Così come, nell'opera originale, ci sono due premesse. Perché due premesse, qualora l'Io narrante fosse unico?

La prima premessa è un vero e proprio manifesto ante litteram del pirandellismo (il termine filosofico sarà coniato dal critico Adriano Tilgher nei primi anni Venti) in cui Pirandello fingendosi Mattia Pascal espone il suo caso, tanto "strano e diverso" da doverlo per forza narrare. Mentre invece la seconda premessa aggiusta il tiro sull'effettivo narratore (anche se a sua volta narrato dall'autore) del romanzo, il quale ci spiega (ma ecco che già siamo entrati nella finzione narrativa) non il presupposto teorico, ma la situazione del romanzo stesso. Quindi: due premesse - due narratori.

Ritengo che su questa riflessione metaletteraria si basi il gran bel lavoro drammaturgico di Tato Russo che fa partire lo spettacolo proprio da una testa vuota: un raggio di luce sulla sua nuca e la voce del prologo. Un effetto che serve proprio a confondere le strutture ridisegnando secondo questa triplicità di piani (narrato, narrante e narratore) il progetto complessivo.

L'inizio è così di fulminate efficacia, teatrale e letterario al contempo, un'invenzione di una semplicità e di una forza impressionanti. Fin dall'incipit abbiamo chiaro il progetto di Tato Russo: Pirandello ci sta raccontando la storia di Mattia Pascal che, come in un gioco di specchi e immagini riflesse, ci sta raccontando la sua storia. Insisto su questo punto perché è da qui che esplode la teatralità del romanzo pirandelliano. Del resto Pirandello, dapprima rappresentando l'Autore in scena nella trilogia del Teatro-nel-teatro e poi visualizzando l'interno stesso della sua mente in cui si dibattono i Sei Personaggi (una inedita versione cinematografica del dramma prevede proprio la raffigurazione del cervello dello scrittore) rende manifesto questo complesso meccanismo narrativo.

Trovato il filo rosso conduttore della drammaturgia pirandelliana è così semplice per Tato Russo inserire con rapidi tagli di luce, come evocazioni di un racconto drammatico, i personaggi della storia che assumono il ruolo di spettri, fantasmi come ne I Giganti della montagna, terribilmente reali proprio perché spettrali e senza alcunché di "realistico" e di conseguenza "naturalistico" - un pericolo, quello del naturalismo, al quale invece l'operazione di Kezich non sfuggiva del tutto.

Lo spettacolo affascina il giovane pubblico interessato non solo alla struttura "classica" dell'opera letteraria a fini di studio, ma anche per quella mescolanza di elementi sperimentali e metateatrali, surreali e metafisici che denotano la drammaturgia di Tato Russo, in questo caso ottimo interprete, dalla sottile ironia, leggi umorismo in senso pirandelliano, del personaggio Mattia Pascal.

 

Teatro Parioli Peppino De Filippo - via Giosuè Borsi 20, 00197 Roma
Per informazioni e prenotazioni:
telefono 06/8073040, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario botteghino: dal martedì al sabato 10.00-14.00/15.00-22.00, domenica 10.00-14.00/15.00-19.00
Orario spettacoli: dal giovedì al sabato ore 21, domenica ore 17
Biglietti: platea €25,00 - galleria €20,00

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Maurizio Quattrini, Ufficio stampa Teatro Parioli Peppino De Filippo
Sul web: www.teatropariolipeppinodefilippo.it

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