Il fu Mattia Pascal - Teatro Quirino (Roma)

Scritto da  Sabato, 17 Novembre 2018 

Dal 6 al 18 novembre. Il capolavoro letterario di Pirandello suscita sempre interesse e viene riproposto al Teatro Quirino da Daniele Pecci in una versione necessariamente riduttiva ma scorrevole, che apre interrogativi sulla possibilità della trasposizione sulla scena di opere narrative senza intaccarne la complessità e le potenzialità.

 

Arca Azzurra Teatro, La Contrada Teatro Stabile di Trieste e ABC Produzioni presentano
Daniele Pecci
con Rosario Coppolino e con Maria Rosaria Carli in
IL FU MATTIA PASCAL
di Luigi Pirandello
adattamento di Daniele Pecci
e con Giovanni Maria Briganti, Adriano Giraldi, Diana Höbel, Marzia Postogna e Vincenzo Volo
scene Salvo Manciagli
costumi Françoise Raybaud
musiche Massimiliano Pace
regia Guglielmo Ferro

Personaggi e interpreti:
Mattia Pascal - Daniele Pecci
Don Eligio / Anselmo Paleari - Rosario Coppolino
Batta Malagna / Pantegada - Adriano Giraldi
La vedova Pescatore / la signorina Caporale - Diana Höbel
Romilda Pescatore / Adriana Paleari - Marzia Postogna
Pomino / giovinetto al casinò Giovanni - Maria Briganti
Terenzio Scipione - Vincenzo Volo
Pepita / La donna del casinò - Maria Rosaria Carli

 

Cominciamo con le molteplici note positive della serata. Al primo posto metto il pubblico, giovane, serio, composto, attento - direi quasi appassionato, comunque felice di stare insieme e di stare a teatro. Qualche vecchia arpia con l'immancabile telefonino zittita e rimproverata da una ragazza che vuole sentire la commedia. Era ora!

La seconda nota positiva è nella suggestiva scenografia di Salvo Manciagli: una gigantesca biblioteca i cui scaffali si aprono e chiudono creando spazi della memoria e vuoti di coscienza e innescando i flashback e le relative dimensioni spazio-temporali.

Last but not least sono da citare le felici interpretazioni di Rosario Coppolino, impegnato in un doppio ruolo e, naturalmente, Daniele Pecci che - soprattutto nel secondo tempo - si sostanzia nell'alter ego di Mattia Pascal, alias Adriano Meis, passando dalla letteratura recitata alla recitazione e all'immedesimazione nel personaggio.

Quest'ultima affermazione necessita però di un preambolo. Come si sa Pirandello aveva un "certo" dono drammaturgico, voglio dire la non comune capacità di passare - sulla scia del suo conterraneo Verga - dalla novella al dramma, dalla commedia al cinema, dalla filosofia al teatro. Basta sfogliare il Meridiano Mondadori a lui dedicato per rendersi conto dei passaggi che l'Agrigentino praticò gettando un ponte tra letteratura e drammaturgia, tra pagina scritta e palcoscenico, adattando, stravolgendo e riversando continuamente e sinergicamente le sue opere da un contenitore all'altro.

Operazione che non praticò invece coi suoi romanzi. Vero è che considerò “Uno, nessuno e centomila” come una sorta di monologo, peraltro riassorbito continuamente in altre opere teatrali come problematica della "maschera sociale". Ma d'altra parte non poté non considerare “Il fu Mattia Pascal” e “Si gira!” come destinati alla narrativa in senso stretto proprio per il loro forte e totalizzante impianto letterario. E se tentò una riscrittura di “Si gira!” ebbene non andò ad implicare la questio drammaturgica, ma rimase sul versante dell'opera letteraria dando vita al "nuovo romanzo" del 1925 “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”.

In considerazione (e rispetto) di questa scelta di Pirandello di lasciar stare i romanzi come romanzi ho sempre guardato con qualche sospetto i disparati e disperati, me lo si consenta, tentativi di vari "adattamenti" degli stessi, rendendomi semplicemente conto che se l'autore li avesse ritenuti possibili, avrebbe provveduto in proprio.

E tuttavia “Il fu Mattia Pascal” è stato invece ripetutamente vittima di strappi dalla libreria alla sala teatrale: suvvia signor Pirandello, si faccia da parte, ci pensiamo noi a dimostrarle che lei si è sbagliato e che Mattia Pascal non è un prodotto della sua penna, ma un personaggio che aspira alla ribalta! Ci hanno provato in tanti a piegare la "ragion narrativa" di Pirandello a quella teatrale, avvicinandosi ma mai cogliendo in pieno il bersaglio: basta andarsi a rileggere le note di regia dei vari esperimenti sempre volte a spiegare, a piegare, a strapazzare e in qualche modo a inquinare con elementi spuri il piano letterario dell'autore.

E il fatto si ripete in questa versione firmata dallo stesso Daniele Pecci - a proposito, mettiamoci d'accordo: la pagina online del Quirino cita erroneamente Pirandello come autore dello spettacolo, la brochure della compagnia indica invece Daniele Pecci e il regista Guglielmo Ferro alla voce adattamento, il comunicato stampa solo Daniele Pecci. I quali, Pecci e/o Ferro, comunque ampliano nel "loro" testo di scena il personaggio di Don Eligio che deve reggere e sostenere per tutto il primo atto la rievocazione di Mattia Pascal dandole una forma per quanto possibile dialogica e quindi teatrale. Don Eligio Pellegrinotto compare infatti nella "Premessa seconda (Filosofica)" che si conclude dopo due-tre pagine con un "cominciamo". Don Eligio ha dunque una funzione più che letteraria, direi meta-letteraria ed entra in contatto col manoscritto solo perché ne è inizialmente lo stimolatore, quindi il depositario.

Ma c'è un problema. E' soprasotto la consecutio temporum. Infatti il romanzo comincia dalla fine (di qui il senso del pirandelliano "cominciamo") nella narrazione. Ma il Mattia Pascal di un'elaborazione teatrale, in quanto personaggio, entra in scena, "comincia", proprio in quel punto del romanzo - drammaticamente parlando - a "vivere" la sua storia come nel film di Monicelli interpretato da Mastroianni, “Le due vite del fu Mattia Pascal”. Smette insomma di essere l'Io narrante per trasformarsi in Io vivente. E' questo il passaggio necessario dal romanzo al dramma. Il romanzo si racconta, il dramma lo si vive. Non mi soffermo sul rapporto letteratura/cinema, do per scontato che si sappia che il cinema si avvicina - differentemente dal teatro - come forma narrativa per immagini alla letteratura.

In mancanza di questo discrimine drammatico si rischia di confondere la sequenza temporale degli eventi e trasformare la forma narrativa (ripeto Mattia Pascal è l'Io narrante "a posteriori" della sua storia nell'opera pirandelliana) in una rappresentazione teatrale coi verbi al passato di ciò che agli occhi dello spettatore deve ancora avvenire.

Per tutto il primo tempo, ecco la conseguenza, i personaggi che compaiono dal buio come reminiscenze della memoria creano confusione tra i piani narrativi e teatrali col risultato che il racconto di quello che deve ancora accadere (teatralmente) viene spacciato come avvenuto (narrativamente) finendo per disperdere e dissipare il senso del primo e la forza del secondo. Del resto Pirandello sa benissimo che il teatro di narrazione ha dei limiti. E lo dice chiaramente in molti scritti, ne cito uno a caso (“L'azione parlata, Saggi e Interventi”, Meridiano Mondadori pp. 448-451):

L'arte è vita... E questo prodigio può avvenire a un solo patto: che si trovi cioè la parola che sia l'azione stessa parlata, la parola viva che muova, l'espressione immediata, connaturata con l'azione, la frase unica, che non può essere che quella, propria a quel dato personaggio in quella data situazione: parole, espressioni, frasi che non s'inventano, ma che nascono, quando l'autore si sia veramente immedesimato con la sua creatura fino a sentirla com'essa si sente, a volerla com'essa si vuole.

Bisogna insomma per Pirandello:

trovar la parola che, pur rispondendo a un atto immediato della situazione su la scena, esprima la totalità dell'essere della persona che la profferisce: ecco la somma difficoltà che l'artista deve superare. Ma quanti oggi sanno superarla?

Rivolgo l'interrogativo pirandelliano agli autori di questo "adattamento" che chiamerei piuttosto "riduzione", una sorta di sinossi per un reading, non una piéce teatrale compiuta. Del resto nel primo atto ne risente la recitazione di Daniele Pecci, che resta sospesa come quel calciatore che non sa se passare la palla o tirare in porta. E' insomma in sospensione drammatica tra la forma del reading narrativo che toglie forza all'immedesimazione nel personaggio e la catarsi. Un risultato che però Pecci vuole a tutti i costi raggiungere e quindi si impegna in toni melodrammatici che stridono, eh sì stridono molto con l'asciutta e tagliente autoanalisi di Mattia Pascal che sarà pure uno sfigato, ma non è un piagnone, bensì uno che eleva ad astrazione filosofica il suo disperato "essere nel mondo".

Vero è che Daniele Pecci si riscatta nel secondo tempo, quando cioè nella casa romana dei Paleari il mistero di Mattia Pascal alias Adriano Meis diventa finalmente "teatro", anche se rimane nell'ambito di una commediola borghese che in realtà il capolavoro di Pirandello sfiora sì, ma per criticarlo e dissolverlo. Del resto la filosofia di Pascal-Meis porta, anzi serve proprio, a questa frantumazione della coscienza borghese, non a raccontare una storiella! E vi riesce rappresentando una scala di valori umani dal derelitto fratello all'Anselmo Paleari mitomane, all'interno di uno zoo umano (vedi l'appendice "zoologica" del romanzo) in cui il protagonista pirandelliano si muove come un domatore nella gabbia delle bestie feroci.

Il risultato è un Bignami del romanzo di Pirandello, utile e gradito dal giovane pubblico.

 

Teatro Quirino Vittorio Gassman - via delle Vergini 7, 00187 Roma
Per informazioni e prenotazioni: botteghino 06/6794585, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orari spettacoli: da martedì a sabato ore 21, domenica ore 17, giovedì 8 e giovedì 15 novembre ore 17, mercoledì 14 novembre ore 19, sabato 17 novembre ore 17 e ore 21
Biglietti: martedì / mercoledì / giovedì / venerdì / sabato pomeriggio platea € 30 (ridotto € 27), prima balconata € 24 (ridotto € 22), seconda balconata € 19 (ridotto € 17), galleria € 13 (ridotto € 12); sabato sera / domenica pomeriggio platea € 34 (ridotto € 31), prima balconata € 28 (ridotto € 25), seconda balconata € 23 (ridotto € 21), galleria € 17 (ridotto € 15)
Durata spettacolo: 2 ore, incluso intervallo

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Paola Rotunno, ufficio stampa Teatro Quirino
Sul web: www.teatroquirino.it

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP