Il cubo nero della colpa - Teatro di Documenti (Roma)

Scritto da  Martedì, 27 Dicembre 2011 
Il cubo nero della colpa

La tragedia intrisa di orrore e sangue delle violenze perpetrate durante la dittatura militare in Argentina rivive nel claustrofobico e lancinante testo teatrale di Daniel Fermani, portato in scena con magistrale intensità e profonda compenetrazione emotiva dalla regista Laura Sales e dalla compagnia dei giovanissimi e talentuosi Los Toritos. Affinchè su questo dramma vergognoso e sulle migliaia di vittime innocenti annientate in nome della bramosia di potere dai numerosi regimi autoritari che hanno infangato la storia dell’umanità non cada mai il velo  semplicistico e mistificatorio dell’oblio.

 

La Casa de Asterion presenta

con il patrocinio di Amnesty International sezione italiana

IL CUBO NERO DELLA COLPA

di Daniel Fermani

regia di Laura Sales

con Martina Ubaldi, Giulia Felli, Chiara Bruni, Aurora Salvucci, Federica Massara, Lidia Angelini, Andrea Luceri e Mario Farina

 

L’arte diviene strumento privilegiato di testimonianza storica, di catarsi dello spirito per cementare il ricordo dell’incubo e cercare di ricostruire il futuro sulle fondamenta dei valori basilari della democrazia, del rispetto dei diritti umani, della memoria di ciò che è accaduto e non dovrà assolutamente tornare a ripetersi. L’autore argentino Daniel Fermani, da sempre sensibile interprete dei laceranti eventi del suo martoriato paese, torna ad affondare il suo sguardo lucido ed appassionato tra le pieghe più sordide e nascoste dei sette anni che hanno lasciato un segno dolorosamente indelebile: tra il 1976 ed il 1983 il golpe militare di Jorge Rafael Videla Redondo destituì la presidenza legittima di Isabelita Peron instaurando un governo totalitaristico che impose il proprio dominio scatenando il terrore con un programma feroce e minuzioso di sterminio di ogni forma di opposizione; repentini sequestri illegali, migliaia di persone – anche incolpevoli cittadini estranei all’agone politica, semplicemente sospettati di non assecondare i dettami del potere tirannico – improvvisamente sparite nel nulla (tristemente passati alla storia come desaparecidos), l’atroce pratica dei voli della morte mediante i quali i detenuti, dopo essere stati pesantemente sedati, venivano gettati ancora vivi nell’oceano da aerei militari. I dettagli di queste pagine di mostruosa disumanità furono divulgati solo decenni dopo allorchè la democrazia tornò ad innalzare la propria voce facendo cessare le sopraffazioni, e crollò il velo di oscurità sapientemente innalzato dalla comunità internazionale schiava di grette connivenze economiche con la casta militare argentina; le efferatezze compiute da personaggi totalmente asserviti al regime come i generali Adolfo Scilingo e Alfredo Astiz sono ora tristemente note e le condanne all’ergastolo per crimini contro l’umanità stanno decretando un primo concreto riconoscimento dell’oscurità di questo decennio da cui il paese sudamericano sta ancora faticosamente cercando di risollevarsi.

Daniel Fermani, continuando a perseguire con fermezza l’idea che questa oscura parentesi storica non vada cancellata dalla memoria ma costantemente rievocata per darne testimonianza alle nuove generazioni e contribuire alla costruzione di una coscienza civile solida e coraggiosa, torna a confrontarvisi da un punto di vista drammaturgico con l’atto unico “Il cubo nero della colpa”, presentato con il patrocinio della sezione italiana di Amnesty International, con la direzione registica di Laura Sales; l’opera ha debuttato a fine ottobre presso il SeminTeatro di Roma ed è stata recentemente riproposta nella cornice fortemente evocativa del Teatro di Documenti, ambientazione perfetta per una pièce che con magistrale equilibrio coniuga la propria finalità originaria di denuncia con un testo di rara efficacia espressiva ed un potere di suggestione emotiva che colpisce lo spettatore nel profondo.

Protagonista è un uomo solo, in ginocchio al centro dello spazio scenico, bendato e ignaro della propria identità e condizione attuale; in un gioco di ombre e sussurri, nel fondersi di ricordi sfocati e visioni da incubo, attorno a lui si dispiegano sei voci di donna, dapprima eteree ed angeliche, pian piano sempre più aggressive, inquietanti ed accusatorie. Le sei vestali tracciano attorno all’uomo, apparentemente indifeso e spaesato, sottili geometrie che progressivamente lo rinchiudono in una gabbia claustrofobica, in un labirinto esistenziale senza fili di Arianna che concedano possibilità di scampo, nel cubo nero opprimente della sua colpa. Col dipanarsi dell’intreccio narrativo si comprende infatti che l’uomo è stato uno dei gerarchi della dittatura militare argentina, o più in generale uno dei carnefici con le mani lorde del sangue delle vittime di un generico regime politico totalitario - la connotazione geografico-temporale è lasciata volutamente sfumata in modo da conferire universalità al messaggio di forte impatto di cui il testo drammaturgico di Fermani si fa veicolo. Le sei donne sono state dilaniate dalla sua ferocia: è stata strappata loro la verginità, oppure le loro famiglie sono state massacrate e le loro case spogliate, ogni speranza di un futuro sereno definitivamente annientata, abbandonata nei fondali marini o sotto l’arida terra, sepolture senza nome che non conosceranno neppure il sollievo delle lacrime delle persone amate.

Mentre la ragnatela intessuta dalla preghiera di queste sei implacabili sacerdotesse si stringe sempre più saldamente attorno alla gola del protagonista, ecco sopraggiungere, maestoso e  ieratico nella sua eleganza, un secondo uomo che si scoprirà simboleggiare il Tempo: nel suo ruolo di unico giudice supremo delle umane vicende, farà in modo che il sacrificio degli innocenti non sia dimenticato e coperto dalla polvere degli anni e al contempo esprimerà la propria condanna senza appello nei confronti dell’efferato persecutore. Un verdetto che non si concretizzerà banalmente in una sentenza di morte, secondo una primitiva e sterile lex talionis, ma in una forma di punizione ben più impegnativa e severa: tornare alla vita con la consapevolezza bruciante della propria colpa, con la necessità di stravolgere radicalmente la propria esistenza innescando un’inversione di polarità, un nuovo sistema di valori, una rigenerata condotta morale.

Originale, intensa e per certi versi sorprendente la regia di Laura Sales: il testo doloroso,  fortemente poetico e connotato da un’impostazione di matrice espressionista di Daniel Fermani viene tradotto in un allestimento scenico con evidenti richiami alla tragedia classica che gli conferiscono un’aura di profonda sacralità e sospensione emozionale in attesa del disvelamento conclusivo della verità, dell’agnizione relativa all’identità del misterioso uomo protagonista. Costumi all’insegna di un’azzeccata scelta minimalista con la netta predominanza cromatica del nero e poche pennellate di rosso e bianco, una scenografia ridotta all’essenziale che trova nella sala principale del Teatro di Documenti il proprio ideale e più suggestivo coronamento, pochi dettagli che non distolgono l’attenzione dello spettatore dal vorticoso flusso di coscienza innescato dai sei angoscianti spiriti femminili. Particolarmente efficace l’associazione di ciascuna di queste fantasmagoriche presenze ad uno strumento musicale, il cui delicato contrappunto sonoro esalta nei momenti più salienti della narrazione il vigoroso lirismo, scevro di manierismi e dritto al cuore dell’emozione, dei passaggi recitati. Nonostante la giovanissima età degli interpreti in scena (gli attori della compagnia Los Toritos, nata e cresciuta nel cuore di Roma ed impegnata in un coraggioso progetto di ricerca e sperimentazione teatrale), la loro compenetrazione e adesione alla drammaturgia di Fermani e al tormentato patrimonio storico-civile che la sostanzia è più che evidente e palpabile. Ne scaturisce una prova recitativa di primissimo livello, matura, solida ed appassionata: un plauso particolare va rivolto all’eccellente Andrea Luceri, capace di sostenere il peso soverchiante delle innumerevoli sfumature del suo personaggio nel devastante viaggio interiore dalle tenebre del dubbio alla sconvolgente scopertà della verità, e alle talentuose ed incisive Aurora Salvucci e Martina Ubaldi.

L’opera si chiude sulle note della struggente “Fragile” di Sting, con la proiezione di un filmato con cui Amnesty International traccia un resoconto dell’attuale situazione mondiale relativamente al rispetto dei diritti umani e delle primarie garanzie democratiche. Allo spettatore viene consegnato, in un’ora di raffinata e potente arte teatrale, il germe della riflessione, l’occasione di affondare il proprio sguardo su una tragedia storica di proporzioni immani, la necessità di conservarne memoria e di battersi ogni giorno affinchè cinica indifferenza e gretto egoismo cedano il passo a una radicata e consapevole coscienza civile.

                                                                                                                

Teatro dei Documenti – via Nicola Zabaglia 42, 00153 Roma

Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/5741622, 320/9640077

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Ufficio Stampa Compagnia Los Toritos

Sul web: www.teatrodidocumenti.it

 

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