Il Consiglio d’Egitto - Teatro Quirino (Roma)

Scritto da  Sabato, 30 Aprile 2016 

Dal 26 aprile all' 8 maggio. "Il Consiglio d’Egitto" di Leonardo Sciascia è di scena al Teatro Quirino di Roma con Enrico Guarneri, Ileana Rigano, Francesca Ferro, Rosario Minardi, Vincenzo Volo, Rosario Marco Amato, Pietro Barbaro, Ciccio Abela, Gianni Fontanarosa, Antonello Capodici e Mario Fontanarosa per la regia di Guglielmo Ferro. Testo siciliano fino al midollo, ironicamente feroce, appetitoso, per la sua critica alle faccende della Chiesa, alla corruzione nobiliare e, in generale, ai vizi dei potenti. La regia accoglie il testo dello scrittore siciliano e lo esalta con un ritmo impresso sia dalla recitazione, soprattutto nel primo atto, sia dalla scena dinamica e dall’uso sapiente delle luci, con musiche ben dosate. I costumi, importanti e classici, fedeli all’ambientazione storica, non attenuano l’attualità del testo.

 

PT Produzioni presenta
IL CONSIGLIO D’EGITTO
di Leonardo Sciascia
regia Guglielmo Ferro
scene Salvo Manciagli
costumi Riccardo Cappello

Personaggi e interpreti:
Don Vella - Enrico Guarneri
Principessa di Serradifalco - Ileana Rigano
Contessa di Regalpetra - Francesca Ferro
Avvocato Di Blasi - Rosario Minardi
Camilleri - Vincenzo Volo
Abate Meli - Rosario Marco Amato
Monsignor Airoldi - Pietro Barbaro
Conte di Regalpetra - Ciccio Abela
Ambasciatore - Gianni Fontanarosa
Hager - Antonello Capodici
Guardia - Mario Fontanarosa

 

Uno spettacolo classico per un testo moderno, soprattutto di grande modernità: la corruzione, l’arroganza del potere, la calunnia che diventa beffa per assicurarsi il buon vivere. Vizi che accomunano il Vicerè - che almeno come dice il protagonista della vicenda Don Vella, è uno solo -, i nobili parassiti che discutono su cosa significhi essere uomini e se lo si possa essere di più in base alla roba che si possiede e che pensano solo a difendere i propri patrimoni, e la stessa Chiesa fatta da uomini venali più che da uomini di Dio.

Sciascia è acuto e ironico nel tessere questo genere di partitura, con accenti sarcastici mai sguaiati, trame sottili che sottilmente svelano misfatti non eclatanti come in Todo modo e in Una storia semplice. Questo stile dirompente per la forza del contenuto ma pacato, quasi sornione per i toni con i quali è svelato, è ben sostenuto dalla regia, per cui senza colpi di scena le vicende scorrono quasi fossero “normali”, rivelando quanto la corruzione non sia più nemmeno riconoscibile perché è lo scheletro stesso della vita siciliana.

«Il capolavoro di Sciascia è una sorta di grande allegoria che, partendo da fatti realmente accaduti nella Sicilia della fine del XVIII secolo, si apre in un grande affresco nel quale prendono corpo i sentimenti estremi dell’Isola: verità tanto estreme da divenire menzogne, scissioni quasi ineluttabili di mondi apparentemente inconciliabili, ma che in realtà si sovrappongono in un unico, indissolubile, universo. Un universo nel quale tornano le antiche inquisizioni, gli antichi processi, senza più differenza o importanza tra un prima e un dopo, senza che cambi nulla, tranne la superficie delle cose, la loro crosta esteriore. L'unico che sovverta quest'ordine immutabile è l'artefice della Grande Impostura, l'Abate Vella, il quale, mentendo, crea paradossalmente l'unica dimensione di verità. Così è la menzogna, è la "favola" che lo libera alla fine attraverso la creazione di una Storia diversa da quella scritta sui libri». Con il termine favola termina infatti il lavoro.

Il personaggio è affidato al talento di Enrico Guarneri, dall’interpretazione matura e versatile: Vella ritaglia con l'accuratezza di un miniatore parti di un codice differente da quello reale, le fregia di sogni e di intuizioni, e chiuso in sé, nel suo antro di alchimista, dà vita alla sua Magna Opera. Da cabalista del popolo, come si annuncia all’inizio della scena quale interprete dei sogni, si trasforma in svelatore di un sogno più grande, immenso e meraviglioso; qualcosa che mutando l'ordine costituito, ne mina le fragili fondamenta. Poco importa se questo troverà riscontri in ciò che accadrà, visto che, in ogni caso, qualcosa è cambiato. «La vita è davvero un sogno: l'uomo vuole averne coscienza e non fa che inventare cabale; ogni tempo la sua cabala, ogni uomo la sua».

Il gioco è legato alla traduzione di un libro giudicato prezioso e legittimatore probabilmente del potere del Vicerè, dunque di tutta la nobiltà, Il Consiglio d’Egitto. In realtà il testo è scritto in arabo e l’occasione dell’arrivo di un ambasciatore dal Marocco naufragato e per caso capitato in Sicilia risveglia gli animi; o meglio, diventa l’appiglio del monsignore di turno per cercarne un traduttore, ma che sia in realtà un traditore del contenuto piegato alle esigenze della Curia e dei nobili casati. Insomma una ricerca disonesta di legittimità innanzitutto per evadere il fisco e non perdere i privilegi, acquisiti e mai conquistati. Davvero pagine di cronaca attuale, scritte da Sciascia nel 1963.

Dato che Don Vella - detto l’abate, anche se mai forse lo diventerà - sembra conoscere l’arabo venendo da Malta, per compiacerlo con lusinghe è incaricato della traduzione, rimaneggiata con una sua invenzione. Lo scaltro personaggio che ha però mangiato la foglia - capendo di essere raggirato - si farà aiutare nella sporca missione da Camilleri, altro “parrino” maltese e alla fine in qualche modo pur di smascherare chi ha sempre mangiato senza guadagnarsi il pane, si smaschererà a suo turno. In un gioco di compiacenze e invidie, vengono a galla tutti i nodi a poco a poco, come a dire che nessuno è senza peccato.

Regia classica e pulita, bei costumi, ricchi con ricostruzione filologica che non tolgono nulla all’espressione del testo né virano mai verso l’estetismo. Nondimeno la scena asseconda il piacere dello sguardo, con una bella scenografia, lineare e dinamica che si muove, si scompone, vela con panneggi e dosa proiezioni di scene, dando un bel ritmo all’azione e unificandola - tendenza sempre più frequente nel teatro - così da evitare i cambi di scena, che creano fratture e tempi morti, quadri bui che l’estetica internettiana non apprezza più nella sua artigianalità artificiosa. La musica è elegante, relativamente parca, un accompagnamento che si fa sentire al momento giusto. Uno spettacolo classico di valore, come ormai difficilmente si ha il privilegio di vedere sui nostri palcoscenici.

 

Teatro Quirino - via delle Vergini 7, 00187 Roma
Per informazioni e prenotazioni: botteghino 06/6794585, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: da martedì a sabato ore 21, domenica ore 17, giovedì 28 aprile e mercoledì 4 maggio ore 17, sabato 7 maggio ore 17 e ore 21
Orario botteghino: dal martedì alla domenica dalle 10 alle 19
Biglietti: martedì - mercoledì - giovedì - venerdì - sabato pomeriggio platea € 30 (ridotto € 27), I balconata € 24 (ridotto € 22), II balconata € 19 (ridotto € 17), galleria € 13 (ridotto € 12); sabato sera - domenica platea € 34 (ridotto € 31), I balconata € 28 (ridotto € 25), II balconata € 23 (ridotto € 21), galleria € 17 (ridotto € 15)

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Paola Rotunno, Ufficio stampa Teatro Quirino
Sul web: www.teatroquirino.it

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