Il cielo sopra il letto - Teatro Eliseo (Roma)

Scritto da  Sabato, 04 Gennaio 2020 

Dal 17 dicembre al 5 gennaio. Ad accompagnare l’intero periodo natalizio ed il crinale di separazione con il nuovo anno, l’Eliseo propone uno dei testi più apprezzati e rappresentati del pluripremiato drammaturgo inglese sir David Hare. “Il cielo sopra il letto” (titolo originale “Skylight”, la cui premiere londinese risale al 1995, insignito nel ‘96 dell’ Olivier Award for Play of the Year e nel ’97 del New York Drama Critics' Circle Award for Best Foreign Play) è un dramma intimista, vibrante ed inquieto che scaglia sul palcoscenico, nude e senza rassicuranti mediazioni, le dolorose contraddizioni di un rapporto di coppia da tempo naufragato. Luca Barbareschi ne cura la ricercata regia, nonché la traduzione e l’adattamento, oltre a interpretare il protagonista maschile, l’imprenditore Saverio; al suo fianco una quanto mai carismatica ed emozionante Lucrezia Lante della Rovere, nei panni della caparbia insegnante Elisabetta. Una scelta inconsueta, in un panorama festivo romano affollato di musical per famiglie e commedie tradizionali, ma assolutamente apprezzabile, in linea con l’interessante e variegata stagione disegnata dallo stesso Barbareschi per Eliseo e Piccolo Eliseo.

 

Produzione Teatro Eliseo presenta
Lucrezia Lante della Rovere, Luca Barbareschi e Paolo Marconi in
IL CIELO SOPRA IL LETTO
Skylight
di David Hare
traduzione e adattamento Luca Barbareschi
scene Tommaso Ferraresi
costumi Federica De Bona
luci Pietro Sperduti
musiche Marco Zurzolo
regia Luca Barbareschi

Personaggi e interpreti:
Luca Barbareschi - Saverio
Lucrezia Lante della Rovere - Elisabetta
Paolo Marconi - Edoardo

 

Coerentemente con l’assoluto realismo che contraddistingue la narrazione, la pièce concentra il proprio orizzonte in un unico luogo - l’appartamento modesto, dai confort decisamente essenziali, di Elisabetta nella estrema periferia romana del Corviale, simbolo di degrado e della colpevole cecità delle istituzioni - e in una singola tormentata notte, lungo le cui ore burrascose i protagonisti tenteranno di riannodare le fila di un rapporto amoroso apparentemente cessato da tempo ma ancora costellato di una passione mai sopita, di promesse infrante mai risolte e di contrapposizioni ideologiche forse insanabili. Particolarmente efficace nella sua eleganza minimale, la scenografia concepita da Tommaso Ferraresi: in primo piano un salotto con una sola consunta poltrona, un instabile appendiabiti, un semplice tavolino in legno ed un angolo cottura affollato di utensili che hanno accompagnato la preparazione di infiniti frugali pasti solitari; in fondoscena, separato da una parete con un sofisticato gioco di trasparenze, un secondo ambiente ospita un letto disadorno e una vasca da bagno dove trovare un minimo ristoro dalle fatiche del quotidiano. Un ambiente domestico, privo di fronzoli, che ben descrive l’indole riflessiva e pragmatica della protagonista femminile.

Vediamo Elisabetta (Lucrezia Lante della Rovere) fare ritorno a casa dopo l’ennesima giornata iniziata all’alba tra lezioni di sostegno, il consueto interminabile tragitto in autobus e lo strenuo lavoro in un istituto scolastico oppresso dal disagio sociale di una periferia romana difficile, fin troppe volte balzata agli “onori” della cronaca. Da numerosi anni Elisabetta ha rinunciato all’ipotesi pur concreta di una carriera universitaria, sacrificandola sull’altare di un’ideologia progressista di attenzione alla marginalità, vicinanza al prossimo in difficoltà e consapevole anticonformismo; rifugiarsi nel suo algido appartamento al termine di ogni giornata, per correggere i compiti dei suoi studenti di fronte a un frettoloso piatto di spaghetti, non rappresenta una forzata rinuncia, ma una scelta di vita percorsa con solitaria fierezza. In questa glaciale serata pre-natalizia il passato è pronto però a irrompere inaspettatamente nella sua routinaria esistenza, dapprima nelle sembianza del giovane, incontenibile Edoardo (Paolo Marconi): è il figlio di Saverio, l’uomo del quale era stata amante lungo numerosi anni di una tribolata relazione extra-coniugale vissuta in colpevole parallelismo con l’amicizia affettuosa intessuta con la moglie di lui Alice; un rapporto che si era drasticamente interrotto allorché questo sordido segreto era stato disvelato da missive amorose lasciate in bella vista incautamente (o forse con lucida intenzione) dal marito fedifrago ed Elisabetta, sopraffatta dal senso di colpa, aveva riparato in una frettolosa quanto definitiva fuga. A tre anni di distanza da questo drammatico epilogo Edoardo porta con sé, oltre al mai dimenticato affetto per Elisabetta che per anni era stata una amorevole presenza nel suo contesto familiare, anche una funesta rivelazione: la madre Alice è scomparsa da un anno, caduta vittima di un lento, inesorabile cancro. Il padre aveva tentato, del tutto invano, di conquistare il perdono per il tradimento perpetrato e di alleviare il più possibile le sue sofferenze (le aveva ad esempio costruito una casa immersa nel verde, con una grande vetrata di cristallo sul soffitto che le consentisse di ammirare il cielo dal letto dei suoi ultimi giorni, da cui il titolo della pièce); oggi è un uomo solo, affondato unicamente nella rapace imprenditorialità della sua catena di ristoranti, dimentico del calore dei sentimenti ed addirittura ostile anche nei confronti del figlio, facilmente liquidato come scansafatiche irresoluto. Edoardo vede in Elisabetta l’ultimo barlume di speranza per la sua famiglia, in primis per il padre imprigionato in una gabbia ottundente di rimorso e solitudine.

La visita dell’effervescente adolescente è seguita, nella stessa nottata, da quella ancor più inaspettata di Saverio (Luca Barbareschi), che darà inizio a una singolar tenzone con Elisabetta tra ironica provocazione, la tenerezza che inevitabilmente riemerge dalle macerie del loro rapporto, la passione che si affaccerà prorompente col trascorrere delle ore ed il deciso contrasto ideologico che si manifesterà ancor più fermamente. Saverio è infatti assolutamente incapace di comprendere le motivazioni della radicale scelta esistenziale di Elisabetta: l’inseguimento del successo economico e del prestigio sociale di lui si contrappone agli ideali di solidarietà ed impegno sociale e alla spartana morigeratezza di lei; il registro espressivo aggressivo e a tratti feroce e l’ostinazione autoreferenziale di lui vengono fronteggiati dalla morbida ironia e dalla pacata consapevolezza di lei. L’amore non sarà sufficiente a ricomporre la lontananza che la vita ha riservato loro; un taxi, chiamato da Elisabetta all’acme dell’esasperazione, ricondurrà definitivamente Saverio alla sua torre d’avorio di granitiche certezze, lasciando invece lei in una rasserenata, seppur amara, quiete. Mentre la neve comincia a fioccare, un tenero fuori programma riscalderà però il suo animo: nella sua prima visita Edoardo le aveva chiesto cosa le mancasse di più degli anni vissuti accanto alla sua famiglia e lei aveva rivolto il suo pensiero alle opulente colazioni che usavano gustare assieme; eccolo dunque di ritorno, all’approssimarsi dell’alba, con una sontuosa colazione trafugata al Grand Hotel, con tanto di stoviglie lussuose e di un piccolo luminoso albero di Natale. Un frammento di dolente, nostalgica tenerezza ci congeda da questi personaggi, complessi ed irrisolti, ma allo stesso tempo così fortemente umani e vicini alle vicende del nostro quotidiano.

La profondità dell’analisi psicologica con cui David Hare tratteggia i personaggi, con ricchezza di sfaccettature e attenzione al dettaglio, è davvero stupefacente; l’adattamento italiano curato da Barbareschi preserva queste caratteristiche intrinseche del testo ed al contempo ha il pregio di trasporlo in un contesto di spazio e tempo - la periferia romana del Corviale e l’attualità - più vicino alla nostra esperienza diretta. Con una drammaturgia così potente ed intensa, la direzione registica più efficace è senz’altro quella all’insegna dell’essenzialità e della semplicità, senza alcuna necessità di sorprendenti trovate ad effetto: è questa la direzione prescelta da Barbareschi che fonda la messa in scena sulla pregiatissima alchimia delle interpretazioni; se il suo Saverio viene caratterizzato con la consueta versatilità istrionica che segna la cifra attoriale di Luca Barbareschi, tra caustico umorismo e sferzate di passionalità, e molto piacevole appare anche la fresca irrequietezza del giovane Paolo Marconi nel ruolo del figlio Edoardo, è doveroso sottolineare con particolare enfasi la magistrale prova attoriale di Lucrezia Lante della Rovere. L’attrice romana accarezza le aguzze asperità e le sensuali morbidezze del personaggio di Elisabetta con estrema sensibilità e grande capacità di coinvolgimento emotivo dello spettatore.

Uno spettacolo di grande ricercatezza ed eleganza al quale auguriamo senz’altro, dopo il debutto in prima nazionale romana, un’ampia circuitazione nei teatri italiani. Così come auguriamo al Teatro Eliseo, il cui destino è oggi tristemente in bilico per questioni che nulla pertengono all’arte, di poter continuare a proporre stagioni tanto preziose e variegate come quelle regalate negli ultimi anni.

 

Teatro Eliseo - Via Nazionale 183, 00184 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/83510216, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Botteghino: lunedì ore 13/19, dal martedì al sabato ore 10/19, domenica ore 10/16
Orario spettacoli: martedì, giovedì, venerdì e sabato ore 20; mercoledì e domenica ore 17; sabato 21 dicembre doppio spettacolo ore 16 e ore 20; giovedì 2 gennaio ore 17; si replica eccezionalmente lunedì 23 dicembre ore 20 e lunedì 30 dicembre ore 17 (riposo martedì 24, mercoledì 25 dicembre, mercoledì 1° gennaio)
Biglietti: da 15 € a 35 €
Durata spettacolo: 2 ore e 15 minuti, escluso intervallo

Articolo di: Andrea Cova
Foto di: Fabio Lovino
Grazie a: Maria Letizia Maffei e Antonella Mucciaccio, Ufficio stampa Teatro Eliseo
Sul web: www.teatroeliseo.com

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