Il cielo è cosa nostra - Teatro Sala Uno (Roma)

Scritto da  Lunedì, 20 Giugno 2016 

Può un rutilante atto unico tracimante ironia e nonsense essere la chiave azzeccata per interrogarsi sulle pallide speranze che rimangono al nostro misero mondo dinanzi alla costante e mortifera minaccia terroristica? E queste flebili possibilità possono essere affidate a dei mitologici cavalieri spagnoli, fondatori in tempi remoti di mafia, camorra e ‘ndrangheta e oggi, da un' aldilà mai così vicino, ancora registi di innumerevoli umane disavventure? Presupposti quanto meno bizzarri ed originali per "Il cielo è cosa nostra", commedia decisamente pulp firmata da Francesco Colombo e portata in scena dall'istrionica compagine dei Ghepards (Alessandra de Rosario, Jessica Granato, Riccardo Marotta, Pietro Pace e Daniele Paoloni), che ha debuttato al Teatro Sala Uno di Roma, innescando sul palcoscenico un'insolita battaglia senza esclusione di colpi, colma di continue trovate ad effetto.

 

IL CIELO E' COSA NOSTRA
di Francesco Colombo
con Alessandra de Rosario, Jessica Granato, Riccardo Marotta, Pietro Pace e Daniele Paoloni

 

Osso, Mastrosso e Carcagnosso. Chi saranno mai questi misteriosi personaggi dagli improbabili nomi in rima? La loro leggenda affonda le radici nelle viscere del nostro infuocato meridione, addirittura sino al XV secolo, quando questi tre mitici combattenti spagnoli, membri di una fantomatica associazione cavalleresca fondata a Toledo nel 1412, per sfuggire ai ferri spagnoli si imbarcarono su di una barchetta a vela, finendo per approdare all'isola di Favignana. Lì lavorarono per 29 anni negli oscuri meandri della fortezza di Santa Caterina, per codificare le "regole sociali" che subito dopo avrebbero fieramente promulgato: Osso rimase in Sicilia andando a fondare la Mafia, Mastrosso finì per insediarsi a Napoli dove gettò le fondamenta della Camorra, mentre Carcagnosso si trattenne in Calabria dando luce alla n'drangheta. Ecco dunque svelata l'identità dei nostri tre loschi protagonisti, antenati iniziatori di un albero genealogico non dei più raccomandabili.

Facciamo immediatamente la loro conoscenza, incontrandoli mentre si aggirano attraverso un palcoscenico tempestato di buste da lettera. Si tratta delle missive ricevute nell'aldilà da questo terzetto di bizzarri manigoldi (portati in scena da Daniele Paoloni, Jessica Granato e Alessandra de Rosario), foriere delle richieste a loro rivolte da uomini smarriti in cerca del loro ultraterreno supporto e salvifico intervento. Tutto fila liscio, fintanto che un indifeso ragazzino non chiederà loro accoratamente di intercedere per impedire l'ennesimo attentato di matrice jihadista: la loro entrata in campo sarà allora improcrastinabile, non tanto per un moto improvviso di bontà d'animo, quanto perché indispettiti da questi nuovi malvagi del terzo millennio, irrispettosi delle gerarchie al punto da organizzare una simil strage senza consultare la loro intramontabile triade del terrore!

Avrà allora inizio un tourbillon di digressioni nonsense, dimentiche di qualunque rigida consecutività logica e temporale: si succederanno con un ritmo al fulmicotone improbabili provini ad aspiranti don Vito Corleone, catture rocambolesche di attentatori da torturare a proprio piacimento e repentine improvvisate di altri forse ancor più pericolosi "poteri occulti", quelli manovrati con sapienza dalle trame politiche di un Giulio Andreotti che strizza l'occhio a decenni di satira pungente e al divo sorrentiniano.

Tra passaggi all'insegna di un'ironia genuina e trascinante (uno su tutti proprio l'inquietante incedere del mitologico Presidente del Consiglio, decisamente più arguto e temibile di qualsivoglia Osso, Mastrosso o Carcagnosso) e altri ancora da mettere maggiormente a fuoco per affinarne l'efficacia drammaturgica (in alcuni frangenti il ritmo della narrazione frena bruscamente, ad esempio in occasione del grottesco provino cinematografico sopra citato), "Il cielo è cosa nostra" accompagna il pubblico in un viaggio colorato all'insegna della leggerezza e del disimpegno; ci si interroga tra le righe su come sia assurdo tentare di porre fine a una spirale di violenza con ancor più efferata violenza e su quali siano le asperità connaturate al mestiere d'attore, ma senza pretese di offrire soluzioni o ricette infallibili, piuttosto con un'attitudine guascona e scanzonata che ben si confà alla giovane compagnia dei "Ghepards".

Infine ci piace dedicare una nota conclusiva ai due interpreti che più distintamente spiccano in questa chiassosa baraonda di personaggi, ovvero Jessica Granato, che coniuga con piacevolezza sensualità e ironia in una miscela deliziosamente calibrata, e soprattutto l'istrionico Riccardo Marotta, straripante simpatia in ogni occasione (lo avevamo già apprezzato nella scorsa stagione in "La prova del topo", andato in scena con successo al Teatro Studio Uno e successivamente al Roma Fringe Festival), carismatico portatore di una rara capacità di instaurare un'immediata empatia con il pubblico.

 

Teatro Sala Uno - piazza di Porta San Giovanni 10 (dietro la Scala Santa), Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/86606211, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: da mercoledì 25 a venerdì 27 maggio, ore 21
Biglietti: 15 € interi, 10 € ridotti, tessera associativa obbligatoria (2 euro)

Articolo di: Andrea Cova
Grazie a: Ufficio stampa Erika Morbelli
Sul web: www.salaunoteatro.com

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