Il carnevale dei truffati - Teatro della Cooperativa (Milano)

Scritto da  Mercoledì, 24 Giugno 2015 

Dal 15 al 27 giugno. Il destino può riservare strani incontri, come quello tra il commissario Luigi Calabresi e l’anarchico Giuseppe Pinelli, che nell’aldilà si trovano a camminare fianco a fianco. Un confronto surreale e grottesco a cui si aggiungono le voci, ora amare ora rassegnate, di altre vittime del terrorismo e della lotta armata. Lo scenario cambia quando improvvisamente irrompe sulla scena, attraverso un singolare collegamento video, un dio ironico e anticonvenzionale, un vero e proprio deus ex machina impersonato da Paolo Rossi, che decide di rispedire questa strana coppia sulla Terra, ai giorni nostri, a Milano. Renato Sarti e Bebo Storti sono i protagonisti de "Il carnevale dei truffati" di Piero Colaprico, in scena al Teatro della Cooperativa di Milano.

 

Produzione Teatro della Cooperativa presenta in prima nazionale
IL CARNEVALE DEI TRUFFATI
di Piero Colaprico
collaborazione drammaturgica Renato Sarti, Bebo Storti
con Renato Sarti (nel ruolo di Giuseppe Pinelli), Bebo Storti (nel ruolo di Luigi Calabresi)
in video Paolo Rossi (nel ruolo di Dio)
regia Renato Sarti
scene e costumi Carlo Sala
foto Marina Alessi

 

Ci vorrebbe uno che, in tempi ragionevolmente certi, si prendesse la briga di porre fine alla farsa poco entusiasmante della quale noi italiani, nostro malgrado, siamo spettatori compartecipi. Perché davvero da troppe decadi il nostro Paese è un “carnevale dei truffati”, con l’aggravante che le vittime principali di questa truffa colossale sono i più giovani. La verità sulla strage di Piazza Fontana, su Brescia, l’Italicus, Ustica e molto altro ancora spetterebbe innanzitutto ai ragazzi, che hanno il diritto - e anche il dovere - di poggiare il proprio futuro su pavimentazioni solide, e non su basculanti piattaforme fatte di misteri irrisolti, di enigmi della storia che rimangono tali solo perché un robusto manipolo di sciagurati ha tutto l’interesse a non rivelare come siano andate realmente le cose.

Pasolini quarant’anni fa diceva “Io so”, ed era la saggezza di un poeta, dotato della rara capacità di osservare la materia che gli scorreva di fronte agli occhi nella sua nuda essenza. Piero Colaprico, autore della pièce Il carnevale dei truffati in scena in questi giorni al Teatro della Cooperativa, non è un poeta bensì un giornalista di quelli bravi. Con la passione e l’abnegazione che appartiene solo ai cronisti migliori, Colaprico ha approfondito le pagine più oscure della recente storia patria. E poiché a rimanere troppo coinvolti emotivamente nel rosario di vittime innocenti si rischia di finire imbrigliati nelle sabbie mobili della disperazione, ha privilegiato la chiave della narrativa vivace, brillante, anche distensiva in un certo senso. Però attenzione, questo spettacolo non è un divertissement nel senso in cui lo intendeva il filosofo Pascal, ovvero un giochettino per distrarre la gente dai pensieri importanti della vita. Al contrario, Colaprico - e con lui i protagonisti Renato Sarti e Bebo Storti - fanno propria la lezione di Gianni Rodari, il quale si domandava “vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo?”. Naturalmente gli spettatori di Il carnevale dei truffati non sono degli infanti, ma il concetto è il medesimo: l’ignoranza riguardo ai capitoli più controversi del nostro passato prossimo è endemica tra gli adulti, e non è certo terrorizzandoli con toni vibratamente moralistici che apprenderanno qualcosa. Meglio il sorriso, la grammatica della comicità come “cavallo di Troia” per entrare nei cuori delle persone, e indurli a una maggiore consapevolezza.

Non è affatto un testo cinico Il carnevale dei truffati, al massimo può risultare urtante per gente come il bibliotecario cieco del Nome della rosa, che considerava pericolosissimo il riso, e attraverso un espediente conduceva alla morte chiunque si accostasse a un testo di Aristotele che parlava di comicità. Pur senza arrivare agli estremi di quel frate, il senso dell’umorismo è una merce rarissima, e non pochi potrebbero storcere il naso vedendo il commissario Calabresi e l’anarchico Pinelli in versione “culo e camicia”, che scorrazzano per il paradiso in un ping-pong di battute taglienti ma affettuose, stile Don Camillo e Peppone.

Del resto la scelta è stata ardita, non lo si può negare. Anche qualche persona dotata di sale in zucca potrebbe, legittimamente, giudicare eccessivamente spregiudicata la scelta di muoversi con disinvoltura in un terreno delicato, che ancora oggi tocca molti nervi scoperti, come l’autunno caldo.

A chi si scandalizza, diciamo questo. Primo: il teatro deve essere anche pugno in faccia, il palcoscenico è uno dei pochi luoghi sulla terra in cui ci si può consentire delle libertà espressive e bisogna consentirsele. Non è che sul palco si possa fare proprio tutto, ma di sicuro è più che lecito mollare qualche benefico sganassone al gentile pubblico in sala (tanto più che poi, “celentanescamente”, Il carnevale dei truffati è una carezza in un pugno).
Secondo: prima di criticare questo spettacolo bisogna vederlo, altrimenti si torna ai tempi del cardinale Poletti, che nel ’77 sollecitò l’intervento della Commissione di Vigilanza e dei dirigenti Rai per bloccare il Mistero buffo di Dario Fo. Poletti verosimilmente non si era sintonizzato su Raidue, altrimenti lui per primo avrebbe compreso l’assoluta innocuità di quei pezzi di grande teatro.

Non c’è un solo passaggio del testo di Colaprico - e nemmeno delle improvvisazioni in scena di Sarti e Storti - che meritino le ire censorie. Anzi, bisogna dire grazie a queste persone perché, dopo anni di veleni e di recriminazioni provenienti da schieramenti ideologici contrapposti, era ora che Calabresi e Pinelli venissero rappresentati in posa dialogante, liberi da ogni forma di rancore.

Questo spettacolo è dunque una lezione di educazione civica in un’epoca, la nostra, in cui il civismo sembra essere diventato un surplus, o addirittura una fastidiosa palla al piede. È una pièce che contribuisce - nel suo piccolo - a liberare il lavandino delle nostre vite otturato dalle ideologie, che tanto bene avrebbero fatto se usate con cautela e circospezione, e invece purtroppo sono state in prevalenza utilizzate per menare fendenti alla cieca.

Tutta la verità sulla strage di Piazza Fontana non è ancora stata scritta, ma su un punto possiamo stare tutti tranquilli: Pinelli era totalmente innocente, e la faccenda del suicidio dalla finestra della questura è una barzelletta tragica. Non lasciamoci quindi fuorviare dalla parlata romanesca con cui Storti disegna il suo Calabresi: non è “volemose bene” il motto di questo spettacolo, e non è nemmeno il perdono verso i colpevoli delle bombe il fine che si propongono gli allestitori. È piuttosto il desiderio di seppellire con una risata i furori di entrambe le parti. I morti no, non vanno sepolti con una risata, perché come insegna l’Antologia di Spoon River - donata a suo tempo dal vero Pinelli al vero Calabresi - essi “dormono sulla collina”, e sarebbe particolarmente irriverente turbare il loro riposo con gli sghignazzi.

Ne abbiamo viste troppe dal ’69 al 2015, e il paesaggio antropologico di oggi è peggiore rispetto ad allora. Pinelli e Calabresi a un certo momento dello spettacolo dal Paradiso vengono riportati giù in terra, ed è con un misto di stupore e costernazione che assistono a questo evidente deterioramento del globo. Però non si abbattono. E questo è un altro insegnamento di Il carnevale dei truffati: nonostante tutto, bisogna perseverare nel provare a ironizzare sul marcio che ha messo radici attorno a noi. È un tentativo, beninteso, ma sarebbe vergognoso se ci privassimo pure della possibilità di sbertucciare coloro i quali propalano, con una naturalezza da mettere i brividi, il male nel mondo.

E il Dio interpretato da Paolo Rossi non può, e non deve, urtare la suscettibilità di nessuno. C’è forse qualcosa di moralmente stigmatizzabile nel suo presentarsi come un post hippie? È un gran pasticcione, vero, ma se vogliamo dirla tutta ha dalla sua il fatto di essere molto meno iracondo dello Yahweh dell’Antico Testamento. Forse non caccerebbe neanche di malo modo i mercanti dal Tempio, come fece il figliolo: preferirebbe incenerirli, in senso metaforico, con un calembour. Il Creatore interpretato dal “Lenny Bruce dei Navigli” è un brontolone che se proprio deve alzare le mani al massimo dà qualche “schicchera” sulle orecchie, e dopo un po’ se ne pente pure. Si può intravedere, seppur alla lontana, qualche elemento blasfemo in questo personaggio? Neanche per sogno. Bisognerebbe portare i bambini del catechismo alla Cooperativa, altroché.

Questo è Il carnevale dei truffati: due attori che si conoscono da una vita - Sarti e Storti - forniscono il proprio talento e il proprio affiatamento rodato negli anni al servizio di un pubblico che vuole sentire la loro storia. Divertente senz’altro. Commovente anche, ma senza strappare lacrimucce, perché di araldi della lacrima facile se ne vedono fin troppi in giro, e nessuno di loro apporta vantaggi all’umanità.

L’Italia va a catafascio - anzi, a “scatafascio”, per citare un programma di fine millennio delle reti Mediaset, dove mattatore assoluto era Paolo Rossi e Bebo Storti compariva nel cast - ma c’è chi, a teatro, “spaccia” un po’ di intelligenza e di buon gusto. I pusher della Cooperativa non cercano medaglie e onorificenze ma interlocutori attenti e ricettivi seduti in platea. È una missione. È ciò che più di ogni altra cosa dà un senso alla loro vita.

 

Teatro della Cooperativa - via Hermada 8, Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/64749997
Orario spettacoli: dal 15 al 27 giugno ore 20.45, domenica 21 giugno riposo
Biglietti: intero 18 € - ridotti 15/9 €

Articolo di: Francesco Mattana
Grazie a: Ufficio stampa Maurizia Leonelli
Sul web: www.teatrodellacooperativa.it

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