Il Calapranzi - Teatro Out Off (Milano)

Scritto da  Domenica, 28 Giugno 2015 

Dal 23 al 28 giugno. In un seminterrato isolato, Ben e Gus attendono l’ordine e il nome della prossima vittima. Ma l’attesa dei due sicari diventa indice di una minaccia: a poco a poco qualcosa di innominabile, di incomprensibile arriva dal sottoscala. Da un tubo interfonico e nel calapranzi l’ordine si fa ironicamente ordinazione e lo smarrimento si fa sinonimo di tensione. E’ l’inevitabile ritorsione che arriva da fuori e stravolge i piani dei due, crea conflitto, sposta, senza significato apparente, il mirino della loro aggressività, e inesorabilmente le loro paure. Le loro domande come le nostre sono destinate a non ricevere una risposta. La soluzione forse è illogica e insperata come la violenza degli uomini. "Il Calapranzi" di Harold Pinter approda al Teatro Out Off di Milano con la regia di Antonio Mingarelli, protagonisti in scena Fabrizio Martorelli e Alberto Onofrietti.

 

IL CALAPRANZI
di Harold Pinter
uno spettacolo di Antonio Mingarelli
con Fabrizio Martorelli e Alberto Onofrietti
traduzione Alessandra Serra
scene Michele Ciardulli
luci Francesco Traverso
assistente regia Sofia Sironi

 

Proporre Pinter nell’era di Pinterest? Assolutamente sì. Le “magnifiche sorti e progressive” della tecnologia di oggi imporrebbero un mondo depurato dal dubbio e dalle inquietudini, ma così non si fa molta strada: è necessario prestare ascolto a persone come il drammaturgo britannico, il quale per tutta la vita non si è mai stancato di ricordarci che l’essere umano è imperfetto per definizione, ed è costretto ogni giorno a muoversi e ad agire in una realtà di cui, pur mettendosi di buona lena, non afferrerà mai fino in fondo il senso. Che poi questa costrizione sia una condanna o un’opportunità, dipende dal temperamento dei singoli, ottimista o pessimista a seconda dei casi.

Pinter è uno scrittore popolare ma non plebiscitario. Sicuramente per uno spettatore è più facile entusiasmarsi con l’Arlecchino servitore di due padroni piuttosto che con Il compleanno, ma la cosa importante è che un giovane regista come Antonio Mingarelli, e due giovani attori come Fabrizio Martorelli e Alberto Onofrietti, perseverino nel proporre lavori che inducono alla riflessione il pubblico in sala. Perseverare è diabolico, lo sappiamo, ma se i teatranti nel loro insieme fossero un gruppo di emissari dell’arcangelo Gabriele, allora esisterebbero solo le recite parrocchiali. E sarebbe un male per tutti, anche per i parrocchiani. Il calapranzi dunque, senza esitazioni. Se poi a qualcuno cala la palpebra non è un problema: meglio calapranzi che calabrache, questo è sicuro.

Sempre questa benedetta abitudine del sottoscritto di ciurlare nel manico, aspettando un po’ troppo prima di venire al dunque. Come se la casalinga di Voghera, o di Montefiascone, conoscesse a menadito tutte le trame di Pinter. Rispettiamola, questa onesta e laboriosa massaia, rendiamola un pochino partecipe degli eventi culturali, perché ne ha tutto il diritto.

L’azione del Calapranzi si sviluppa in uno scantinato: due uomini, tali Ben e Gus, sono due sicari che attendono ordini da un misterioso superiore al piano di sopra, il quale comunica con essi attraverso un montacarichi saliscendi (il calapranzi del titolo, appunto). Si suppone che l’azione abbia luogo nel seminterrato di un ristorante, ma non è detto, e non è affatto necessario stabilirlo per seguire lo svolgimento della storia. Il loro capo è un ghiottolone, perché domanda - senza mai farsi vedere, ma solo attraverso dei biglietti poggiati nell’ascensore per merci - cibi prelibati, da far leccare i baffi. Il problema è che in quello spazio angusto loro non possiedono neppure il gas, quindi con tutta la buona volontà non potrebbero neanche fargli pervenire un modesto piatto di pastasciutta in bianco. Ma l’enigmatico signore col quale hanno a che fare non è solo un cultore della buona cucina: desidera anche che facciano fuori una persona, e specifica che questa persona entrerà dalla porta. Come andrà a finire? Bisognava andare all’Out Off entro domenica 28 giugno per scoprirlo. O forse è meglio dire per non scoprirlo, perché Pinter, in più occasioni nella sua carriera, ha avuto la generosità di regalare agli spettatori dei finali aperti, in maniera tale che poi ognuno si costruisca la conclusione della vicenda a proprio piacimento.

Piaceva la suspense al Nobel londinese, e questa caratteristica gli proveniva senz’altro dalla visione dei noir americani (non il contrario, come ha scritto un collega, ovvero che Pinter avrebbe ispirato i noir, come se in America avessero cominciato a occuparsi del genere a partire dagli anni Sessanta). Mingarelli, regista di questo allestimento proposto nel teatro di via Mac Mahon, ha voluto rispettare l’originale di Pinter. Niente da dire contro chi esercita il diritto delle libertà creative, solo che bisogna saperle maneggiare, e per arrischiarsi in esperimenti arditi è necessario avere alle spalle tanta esperienza. Antonio Syxty è uno di quelli che può permettersi le libertà di cui sopra, e difatti non c’è nulla da ridire contro la sua scelta - risalente ormai al 2005 - di trasformare il calapranzi del titolo in un televisore. Magari non era ben chiaro perché proprio un televisore, però ho la fortuna di incontrarlo qualche volta, quindi glielo chiederò personalmente, poi magari vi riferisco.

Il calapranzi è un testo politico? Domanda molto interessante, ma l’ultima persona a cui rivolgerla sarebbe proprio Pinter. Come ci spiega Guido Almansi - critico arguto e ottimo polemista, venuto a mancare parecchi anni fa - lo stesso autore per molti anni aveva affermato che la politica non c’entrava niente coi suoi lavori, ma un bel giorno, alla fine degli anni ’80, si mise in testa che i suoi testi erano una metafora della crudeltà del potere. Almansi, giustamente, si domandava: “Perché mai dovrei prestare fede al Pinter del 1988 e non al Pinter del 1965?”. Quindi le intenzioni del drammaturgo al riguardo non sono chiare per niente. Mingarelli, per non sbagliare, non si è posto il problema più di tanto: il suo obiettivo era rendere omaggio ai turbamenti, al gusto per l’assurdo dello scrittore, lasciando ai critici i retropensieri che più gli garbano. Sicuramente c’è, da parte di Antonio, la consapevolezza che Il calapranzi sia un testo politico in senso lato, ovvero sull’incomunicabilità - e sull’eccesso di dialogo, che fa rima con incomunicabilità - tra umani, però la cosa finisce lì. Nessuna lettura postsessantottina nella rappresentazione che ha avuto luogo nei giorni scorsi.

Come si diceva prima, non c’è stata da parte dei nostri amici alcuna intenzione di “svolazzare”, inventandosi cose che Pinter magari non avrebbe mai approvato (e sappiamo che non era un tipino facile, al punto che bloccò un allestimento di Visconti di una sua pièce, perché non gli piaceva affatto come il regista l’aveva realizzata). La scenografia vista all'Out Off, con quelle pareti che comunicavano un clima angusto ma tutto sommato non totalmente soffocante, avrebbe senz’altro ottenuto il placet del Nobel, perché da uomo complesso quale era, non gli interessavano le morti repentine bensì le infinite, beckettiane partite a scacchi col destino. Forse il mite Gus muore alla fine dello spettacolo per mano del ruvido Ben, ma è certo che risorge come l’Araba Fenice, perché altrimenti il compagno di stanza non avrebbe più nessuno con cui parlare a vuoto nel seminterrato.

Gli attori, Alberto Onofrietti e Fabrizio Martorelli, hanno fatto quello che dovevano fare, e lo hanno fatto bene. Magari non eravamo in presenza di una “interpretazione unica e singolare” - motivazione con la quale Santagata e Morganti ricevettero a suo tempo il Premio Ubu, per una riedizione dello spettacolo a firma di Carlo Cecchi che è passata alla storia - però stiamo parlando di due professionisti meritevoli sempre di lode. L’unico errore di Alberto in questa esperienza all’Out Off è che all’inizio, con quelle smorfie alla De Niro mentre leggeva il giornale, non ha messo in bocca a Ben la frase “sei tutto chiacchiere e distintivo”: ci stava davvero bene, sarebbe stata una pennellata in più al personaggio. Fabrizio era così ben calato nei panni un po’ effeminati di Gus che sarà proprio il caso di fare una telefonata ai Legnanesi, e segnalargli questo giovane talento. Del resto non è un caso che in passato alcune grandi attrici abbiano interpretato il più indifeso della coppia: già lo fecero Adriana Innocenti e Ivana Monti, e il risultato fu ineccepibile dal punto di vista qualitativo.

Il calapranzi è stata una palestra per tanti attori che hanno fatto strada, e sul fatto che Alberto e Fabrizio siano destinati a un radioso avvenire non c’è dubbio alcuno. Nulla osta che seguano le orme di Bebo Storti e Paolo Rossi - i quali, giovinetti, mossero i primi passi proprio con questo lavoro - oppure di Antonio Albanese, che riguardo alla sua esperienza col testo di Pinter disse: “Alex Drastico è preso pari pari da Il calapranzi. Neanche la maglia gli ho cambiato, solo che lì non faceva ridere e come Drastico sì”.

Interessante quest’ultima affermazione di Albanese. Se Ben non fa ridere, è evidente che non siamo in presenza di una commedia, come impropriamente viene definita su Wikipedia italiana (confermando così il luogo comune che Wikipedia, alle nostre latitudini, vada preso con le pinze): è difficile incasellare questo lavoro ma di certo non è una commedia, questo è poco ma sicuro.

Gli attori, nella replica alla quale ho assistito, hanno avuto alla fine della recita uno scambio di opinioni col tecnico, per via dei rumori di fondo che non si dovevano sentire. Niente di grave, ragazzi, succedono cose ben peggiori. Pensate a Robert Altman, che quando il suo Calapranzi andò in onda nel circuito Abc si ritrovò con un mucchio di interruzioni pubblicitarie, e dovette commentare, sconsolato: “Pinter già di per sé è difficile da seguire, ma infarcirlo di spot sul fast food significa renderlo incomprensibile". Oppure poteva andarvi ancora peggio: ritrovarvi magari, come partner di scena, Fabrizio Frizzi. Quest’ultimo nel ’79 stava per cimentarsi nel Calapranzi finché una mano caritatevole, con le dovute maniere, gli spiegò che non era proprio il caso di andare avanti, e che era meglio si dedicasse ad altro nella vita.

Realismo è una delle parole chiave di questo allestimento di Mingarelli. Niente surrealismo d’ispirazione magrittiana, come fece - legittimamente, perché il testo si prestava anche a quella lettura - La Rotta del Rhum, al Teatro Libero nel 2001.

Realismo e anche coraggio, perché questo Calapranzi conferma la temerarietà del Mingarelli e del suo gruppo di lavoro: nella seconda parte della stagione 2014-2015 sono passati da un Mamet che ha lasciato spaesato il pubblico a uno Shakespeare raro, fino a questo Pinter che, in quanto Pinter, è sempre una scommessa. Onofrietti poi, giusto per non farsi mancare niente, si è cimentato anche con Fragile/Kyoto insieme a Silvia Giulia Mendola, ed è stata forse la sfida più difficile in assoluto. Del resto da quando non esiste più la leva obbligatoria bisogna pur temprare il corpo e la mente in qualche maniera. Il teatro, se si tratta di temprare, è uno strumento efficacissimo. Oltre ad essere molto più utile - e anche molto più serio - del servizio militare.

P.S. Nel sito di ViviMilano, per un evidente refuso, viene riportato che Il calapranzi domenica 28 è andato in scena dalle 16 alle 23. Un brivido avrà percorso la schiena di più di un lettore. Ingiustificato: attori e spettatori hanno smontato le tende alle 17, perché era giusto così. Dalle 17 alle 23 hanno fatto altro. Hanno recitato, sia gli uni che gli altri, quel copione dolceamaro che è la vita.

 

Teatro Out Off - via Mac Mahon 16, 20155 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/34532140, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al venerdì ore 20.45, sabato ore 19.30, domenica ore 16
Biglietti: intero 18 €, ridotto under 25 12,00 €, ridotto over 65 9,00 €

Articolo di: Francesco Mattana
Sul web:www.teatrooutoff.it

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