Il Bosco - Teatro Delfino (Milano)

Scritto da  Sabato, 21 Marzo 2015 

Per Ruth e Nick, i protagonisti della pièce "Il Bosco", l’interrogativo di fondo è la possibilità degli uomini di essere liberi e di riuscire ad amare. La risposta provano a darla i due personaggi, che si sono allontanati dal frastuono della città per qualche giorno, rifugiandosi nella pace di una casa sul lago, completamente immersi nella natura. I due sono convinti che il silenzio li aiuti nella scoperta reciproca, come se il caos cittadino impedisca agli individui di ascoltarsi. Nick e Ruth sono alla ricerca di autenticità e credono di trovarla nell’aria pura, nel silenzio del bosco, nel volo degli uccelli... Il “Bosco” è uno dei piu’ impressionanti, lucidi e spietati ritratti che ci sia dato leggere sulla vita di coppia, sui fantasmi dello stare insieme, sull’atroce distanza (che può farsi lancinante, tragica) tra chi si ama, tra chi (cerca) di amarsi.

 

Compagnia Teatri Della Plebe e PianoInBilico presentano
IL BOSCO
di David Mamet
con Silvia Giulia Mendola, Alberto Onofrietti
regia Antonio Mingarelli

 

C'è una bella differenza tra uno spettacolo verboso e uno spettacolo verbale: il primo aggettivo è un insulto, il secondo è un complimento. La verbosità implica un parlarsi addosso e un citarsi addosso, viceversa la verbalità si traduce in un ponte dialettico, percorribile e scorrevole, col gentile pubblico in sala. Il bosco di David Mamet, nella versione allestita al confortevolissimo Teatro Delfino (poltrone “a doppio taglio”, nel senso che se in cartellone capita un testo tedioso, il rischio di scivolare nel sonno in quel comodissimo scranno c'è tutto), appartiene senz'altro alla seconda categoria.

Al termine della recita la platea era un po' divisa, e va benissimo così. Dio benedica questi frazionamenti perché vogliono significare una cosa sola: la lobotomia parietale del pubblico è a uno stadio ancora non troppo avanzato, nonostante si viva ormai da più di un lustro nella società del consenso obbligato, nella quale si è costretti a dispensare applausi un po' ovunque. Pure nelle camere ardenti.

Eppure la trama in sé non dà l'impressione di essere così disturbante: una coppia come tante si concede alcuni giorni di tregua in mezzo alla natura, intonsa e incontaminata. All'inizio anche loro appaiono intonsi e incontaminati, ma piano piano il motore dei rancori reciproci comincia a carburare, finché si arriva ad un punto in cui La guerra dei Roses al confronto sembra un filmino parrocchiale.

Niente di nuovo sotto il sole, giusto? E invece quando si parla di amori turbolenti le orecchie degli spettatori, puntualmente, diventano antenne in grado di captare qualunque segnale presente nell'aria. Silenzio assoluto al Delfino: i presenti hanno ascoltato ogni virgola di questa storia che trasudava disincanto da ogni poro del copione. Il disincanto però è roba per Mamet e per qualche cinicone sconfitto dalla vita: il resto dell'umanità continua a sognare la coppietta tubante di Raymond Peynet. E quando si ritrova davanti agli occhi due fidanzatini che se le danno di santa ragione la gente comune rimane turbata, si pone delle domande che prima magari non si era mai posta.
Questo è solo uno degli elementi che ha spiazzato lo spettabile pubblico del teatro in zona Mecenate. Ce ne sono degli altri, meno immediatamente decodificabili.

Ad esempio l'idea di stare in un bosco, anche solo per quarantotto ore, per molti è un'ipotesi spaventosa, da horror movie. Siamo tutti bravi a gorgheggiare inni all'ecologia, e a riprometterci di tirar fuori dalla soffitta il Manuale delle Giovani Marmotte col proposito di avventurarci tra faggeti e cerreti, ma la verità è che in linea generale siamo diventati un'umanità di cacasotto: interconnessi ai quattro lati del globo, l'ipotesi di stare da soli con noi stessi ci terrorizza ben più del babau. Atterrisce i più, sebbene in pochi abbiano l'onestà intellettuale per ammetterlo.

E questo è il secondo motivo del disagio provato in platea. Il terzo è più d'élite, e riguarda esclusivamente chi conosce personalmente i protagonisti dello spettacolo Silvia Giulia Mendola e Alberto Onofrietti. Chi ha dimestichezza con loro sa che nella vita sono una coppia solida, a prova di bomba H. Allora vedere lei in scena che schiaffeggia lui crea un effetto piuttosto destabilizzante: un po' come se Vianello prendesse a calci la Mondaini, qualcosa di simile. Ma sì, naturale che in quel momento era Ruth a percuotere Nick, nondimeno lo spettatore che frequenta entrambi gli attori ha assistito a qualcosa di insolito. Qualcosa che comunque mai, e poi mai, si replicherà nella vita reale.

Ad ogni modo, alla faccia di chi è uscito scosso dalla sala, Il bosco diretto da Antonio Mingarelli vince e convince. E vince - e convince - proprio in virtù del fatto che strattona il pubblico; è un testo che si insinua con passo felpato nella routine degli spettatori, e rischia di destrutturare l'armonia delle coppie. Qui si parrà la nobilitate di queste ultime: se è sufficiente uno spettacolo di novanta minuti per sfarinare la relazione, costoro non diano la colpa né a Mamet né agli allestitori della pièce né ai gestori del Delfino. Più semplicemente, il loro amore colossale alla prova dei fatti si è dimostrato un colosso dai piedi d'argilla, dunque se la vedano coi consulenti matrimoniali. Altrimenti, ognuno per la sua strada.

 

Teatro Delfino - via Dalmazia 11, 20138 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 333/5730340, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: ore 21, domenica ore 16
Biglietti: intero 18€, ridotto 12€, convenzioni 10€ (prevendita online maggiorazione 10%)

Articolo di: Francesco Mattana
Sul web: www.teatrodelfino.it

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