Il berretto a sonagli - Teatro Sala Uno (Roma)

Scritto da  Lunedì, 27 Settembre 2010 
Tony Allotta

Dal 23 settembre al 17 ottobre. Il Teatro Sala Uno inaugura una nuova stagione all’insegna del teatro indipendente, sperimentale e ricercato con uno dei capisaldi della drammaturgia pirandelliana, “Il berretto a sonagli”, rivisitato in una chiave assolutamente moderna, accattivante e tagliente: il conflitto tra il moralismo perbenista delle apparenze sociali e la sincerità dirompente del sentimento e degli affetti umani più profondi si acuisce nella rilettura proposta dal regista Gino Auriuso, impreziosita dalla magica atmosfera di uno degli spazi teatrali più suggestivi della capitale e dalle magistrali interpretazioni dei due protagonisti, Tony Allotta ed Irma Ciaramella, capaci di infondere passione e intensità in ogni singola parola pronunciata dai loro personaggi, il modesto scrivano Ciampa e l’impetuosa signora Beatrice Fiorica, emblematici testimoni e vittime sofferenti di questo insanabile e doloroso conflitto.

 

Teatro Sala Uno presenta

IL BERRETTO A SONAGLI

di Luigi Pirandello

regia di Gino Auriuso

aiuto regia Giorgia Filanti

con Tony Allotta (lo scrivano Ciampa), Irma Ciaramella (la signora Beatrice Fiorica), Eduardo Ricciardelli (Fifì La Bella), Maria Borgese (la serva Fana)

e con la partecipazione di Roberto Della Casa (il delegato Spanò), e Ornella Grezzi (la Saracena/la signora Assunta La Bella)

costumi Francesca Serpe

luci Gill Mcbride

 

Impossibile non lasciarsi travolgere dall’impeto narrativo, dall’attualità disarmante e dalla forza espressiva di quella che rappresenta una delle vette più alte del teatro del sommo letterato agrigentino; tra le Maschere Nude, raccolta retrospettiva della sua produzione drammaturgica, indubbiamente “Il berretto a sonagli” rientra nel novero delle commedie che conservano intatta la capacità di affondare uno sguardo lucido e disincantato nella psicologia umana e nel rapporto inevitabilmente drammatico tra società ed individuo, prestandosi dunque a riproposizioni e riletture moderne capaci ancora oggi di emozionare in maniera vibrante lo spettatore inducendolo alla riflessione.Tony Allotta

Rappresentata per la prima volta nel giugno del 1917 al Teatro Nazionale di Roma dalla compagnia del capocomico catanese Angelo Musco, l’opera in due atti (condensati nella versione attualmente in scena in un unico segmento della durata di circa un’ora e mezza, scelta che ne agevola la fruizione senza interrompere il flusso emotivo dal crescente pathos che contraddistingue le vicende dei personaggi in scena) viene ambientata in un contesto storico-sociale classico nell’immaginario pirandelliano: l’intero intreccio narrativo si dipana infatti in una imprecisata provincia dell’entroterra siciliano, per la precisione tra le solide ed impenetrabili mura della dimora borghese del cavalier Fiorica. La sua sposa Beatrice, donna volitiva e pervicacemente ostinata nella sua ricerca di autenticità ed onestà morale, riceve dalla Saracena, sordida e maldicente faccendiera proveniente dai bassifondi dove il pettegolezzo più squallido è all’ordine del giorno, la conferma dei suoi sospetti: il cavaliere ha ormai da mesi intessuto una relazione clandestina con la giovane e procace moglie dello scrivano Ciampa, modesto impiegato di mezza età che lavora al suo servizio in maniera ossequiosa e indefessa. La ragione e le consuetudini sociali del primo Novecento suggerirebbero prudenza e la decisione più accorta sarebbe quella consigliata con sincero affetto dalla fedelissima serva Fana, ovvero turarsi occhi ed orecchie e fare in modo che questa scottante verità non venga divulgata, in modo tale da preservare una facciata di rispettabilità che non esponga la famiglia al vortice dello scandalo. Non sarà questa però la strada percorsa da Beatrice che, incurante non solo delle raccomandazioni della sua domestica ma anche dell’accorato invito all’equilibrio e alla ragionevolezza proveniente dallo stesso Ciampa (il quale è perfettamente a conoscenza della liaison ma, per amore della sua giovane sposa e rispetto ossequioso delle regole costituite della società, tace continuando a mostrarsi deferente nei confronti del suo datore di lavoro), cercherà in tutti i modi di svelare il tradimento e di esporre al pubblico ludibrio il marito fedifrago e la sua giovane amante popolana. La denuncia sporta in presenza del delegato Spanò non condurrà però al risultato sperato, visto che non potrà essere dimostrata pienamente la flagranza del reato; a questo punto però il vaso di Pandora è stato definitivamente scoperchiato e sarà estremamente difficile poter tornare indietro in maniera indolore: il cavaliere e la signora Ciampa sono trattenuti dalle forze di polizia in attesa di ulteriori accertamenti, la notizia è stata divulgata ed il povero ed onesto scrivano, allontanato con l’inganno da Beatrice con la scusa di un’impellente commissione da svolgere in città, al suo ritorno scopre che la sua esistenza è stata irreparabilmente sconvolta. Quali potrebbero essere gli espedienti per cercare di porre rimedio alla situazione? La soluzione più naturale che balena immediatamente in testa al disgraziato Ciampa tra i fumi del suo delirio è quella dell’omicidio riparatore dell’adulterio, ovvero assassinare sua moglie (nonostante il sincero amore che continua a nutrire nei suoi confronti) ed il cavaliere non appena saranno rilasciati. Pochi istanti dopo però ecco che gli sovviene una geniale trovata: Beatrice dovrà dichiararsi pazza e trascorrere qualche mese in una casa di cura; in questo modo la sua presunta pazzia giustificherà la sconsideratezza delle sue accuse visionarie e l’ordine potrà essere finalmente ristabilito. Una soluzione in primo luogo accolta con stupore come una proposta del tutto folle ma che, a ben rifletterci, ben presto sarà condivisa con slancio anche dalla madre e dal fratello della signora Fiorica che, suo malgrado, sarà costretta al “soggiorno” forzato in manicomio. L’unico personaggio che aveva scovato il coraggio di opporsi alle convenzioni sociali, al moralismo imperante e alla squallida facciata di ostinato perbenismo è stato duramente punito: la ricerca della verità e l’onestà intellettuale evidentemente sono principi a cui la società del suo tempo – come d’altro canto con tutta probabilità anche quella di oggi – non attribuivano alcun tipo di rilevanza.

Allotta/CiaramellaRitroviamo in questa commedia numerosi archetipi basilari della drammaturgia pirandelliana, primo tra tutti il concetto di “pupo”, descritto in maniera efficacissima e cristallina dal monologo dello scrivano Ciampa, personaggio che evidentemente veicola attraverso la propria voce la poetica dell’autore sottolineandone le tematiche essenziali: ad ogni essere umano alla nascita viene assegnato un pupo, simulacro emblematico che simboleggia l’apparenza che il mondo esterno percepirà dell’individuo; sarà fondamentale preservare ad ogni costo l’integrità di questo fantoccio in modo da garantire la propria rispettabilità sociale, mentre i sentimenti, le passioni travolgenti, la disonestà ed il peccato dovranno essere celati nel fondo dell’anima lontano anni luce da occhi indiscreti. Altra tematica di indiscussa pregnanza è quella del dubbio, ambivalente dilemma che si insinua tra le dinamiche psicologiche dei personaggi, minandone alla base l’equilibrio: in primo piano Ciampa e il conflitto interiore tra l’amore sincero e sconfinato nutrito per la giovane seducente sposa e la ferita profonda inflittagli con un tradimento che richiederebbe un’efferata vendetta. Altrettanto lacerante è però anche il dubbio che pervade la mente dei personaggi secondari, come accade nel caso della generosa ed affezionata serva Fana che vorrebbe cercare di impedire lo sconsiderato progetto della sua signora Beatrice ma che non riuscirà a dissuaderla né potrà rivelare le sue intenzioni ai familiari della donna perché le è stato da lei aspramente proibito; altrettanto combattuti nell’incertezza sono il delegato Spanò, che non vorrebbe assolutamente dar corso alla denuncia di adulterio in quanto al cavalier Fiorica deve riconoscenza per la sua carriera, e il gentiluomo Fifì La Bella che ritiene folle ed esagerata la ricerca della verità perseguita dalla sorella Beatrice ma è al contempo costretto a sostenerla e spalleggiarla visto che lei ha largamente foraggiato la sua passione per il gioco. Ne scaturisce pertanto un’insanabile dicotomia tra realtà ed apparenza, nella quale sono costretti inesorabilmente a soccombere coloro i quali non si adeguino alle regole imposte dal regime della moralità e della “decorosa” convivenza civile.Ciaramella/Borgese/Grezzi

La commedia, con ormai alle proprie spalle quasi un secolo di storia e innumerevoli riproposizioni, acquisisce nuova accattivante linfa vitale grazie alla direzione registica asciutta e sicura di Gino Auriuso che non indugia in compiacimenti manierati e, pur preservando la struttura originaria del testo drammaturgico, si prefigge di porne in evidenza gli snodi essenziali, quelli che consentono di porre pienamente in evidenza i topoi del messaggio pirandelliano. Assolutamente affascinanti poi alcune scelte registiche dalla chiara valenza simbolica: i personaggi sin dal primo istante compaiono tutti in scena e vi rimarranno per l’intera durata della rappresentazione (il loro coinvolgimento nell’azione scenica o il loro momentaneo allontanamento verrà sancito dalla presenza o meno delle luci di scena ad accarezzarli); espediente questo in grado di suggerire con efficacia la sensazione che le scottanti vicende fulcro della narrazione siano costantemente sotto l’attenzione della morbosa curiosità del popolo, sempre pronto a interessarsi dei più privati fatti altrui e a giudicarli impietosamente. Il palcoscenico inoltre ci appare cosparso di brandelli di carta di giornale appallottolati che i personaggi stipano furiosamente ed ossessivamente in buste di candida plastica, chiara metafora della verità che è opportuno e saggio nascondere per evitare nefaste conseguenze, verità che è consigliabile celare all’interno di involucri il cui bianco immacolato sia sinonimo di purezza e rispettabilità.

Allotta/Della Casa/RicciardelliIl suggestivo e raccolto spazio del Teatro Sala Uno (incastonato nella navata centrale della cripta della Scala Santa, con pareti in mattoni a vista ed ampi archi) rappresenta la cornice ideale per la messinscena e ad impreziosirne l’atmosfera contribuiscono in maniera pregevole i costumi curati da Francesca Serpe ed il sofisticato e soffuso dialogo tra luci ed ombre orchestrato alla perfezione da Gill Mcbride. Dulcis in fundo, come non menzionare le ottime interpretazioni dell’intero cast di attori, capaci di rendere veramente lo spettacolo appassionante e di primissimo livello: tra tutti ci piace segnalare l’ottima Irma Ciaramella, nei panni di una Beatrice Fiorica risoluta e nevroticamente consumata dalla gelosia ma al contempo assolutamente umana e dignitosa nell’affrontare il dolore di una situazione esistenziale insostenibile, e soprattutto l’eccezionale interpretazione fornita da Tony Allotta. Nonostante l’attore sia piuttosto distante per età ed aspetto dal personaggio del dimesso ed umile scrivano Ciampa, uomo di mezza età e lavoratore tutt’altro che ricco di fascino, un magistrale lavoro di immedesimazione lo rende perfettamente credibile nel ruolo del protagonista della pièce. Gli innumerevoli stati d’animo percorsi da Ciampa nel corso della narrazione, dalla devozione umile ed ossequiosa alla rabbia furente, dalla passione impetuosa alla razionale esposizione della propria filosofia di vita, sono portati in scena da Allotta con calibrato virtuosismo e un’emozione vibrante capace di scuotere in profondità lo spirito di ogni singolo spettatore. La sorprendente performance del giovane e talentuoso attore romano raggiunge indiscutibilmente l’apice in occasione del celeberrimo monologo sul berretto a sonagli che ogni uomo deve calzare sulla propria testa, berretto munito di tre corde, la civile, la seria e la pazza, da azionare opportunamente a seconda delle diverse circostanze a cui ci espone la vita quotidiana. Istanti di pura emozione si coniugano alla lucidità di spunti di riflessione che a un secolo di distanza conservano intatta la propria potenza espressiva.

Numerosi dunque i motivi per non lasciarsi sfuggire questo spettacolo che saprà convincere i più tradizionalisti estimatori dell’opera pirandelliana e al contempo conquistare anche l’attenzione e i sensi degli spettatori più giovani, solitamente più sensibili ad un teatro dinamico, viscerale ed avvincente. Assolutamente consigliato.

 

Teatro Sala Uno – piazza di Porta San Giovanni, 10 (Roma)

Informazioni e prenotazioni: telefono 06/88976626, fax 06/89531154

Orario spettacoli: martedì, giovedì, venerdì e sabato alle 21.00, mercoledì alle 17.00, domenica alle 18.00 (solo per sabato 25 settembre lo spettacolo si terrà alle ore 18.00)

Biglietti: 15€ - 12€ - 10€

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Maya Amenduni, Ufficio Stampa Teatro Sala Uno

Sul web: www.salauno.it

 

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