Il berretto a sonagli - Teatro Ghione (Roma)

Scritto da  Giovedì, 14 Marzo 2013 

In scena al Teatro Ghione di Roma dal 7 al 17 marzo uno dei capolavori più rappresentati della fertile produzione drammaturgica pirandelliana, “Il Berretto a Sonagli”, con protagonista Pino Caruso e la regia di Francesco Bellomo. Un’opera tra le più esemplificative della filosofia del grande autore siciliano, che affonda la propria visione lucida e amara nel groviglio dei sentimenti dell’individuo e nel proprio animo, intrappolato nella rete delle convenzioni e delle regole sociali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesco e Nino Bellomo presentano
Pino Caruso in
IL BERRETTO A SONAGLI
adattamento di Francesco Bellomo, Moreno Burattini, Pino Caruso da Luigi Pirandello
costumi Sabrina Chiocchio
scena Carmelo Giammello
musiche Mario D’Alessandro
luci Stefano Pirandello
coordinamento artistico Moreno Burattini
regia Francesco Bellomo
Personaggi ed interpreti:
Beatrice - Emanuela Muni
Commissario Spanò - Franco Mirabella
Fana - Matilde Piana
Fifì - Alessio di Clemente
Saracena - Gabriella Saitta
Nina - Claudia Tosoni
Cavaliere Fiorica - Gino Sansone
Commissario Lo Gatto - Fabio Angeloni
e la partecipazione di Anna Malvica nel ruolo della Signora Assunta

 

 

Una commedia che punta dritto lo sguardo nell’interiorità dei personaggi, ingabbiati inestricabilmente nella dicotomia tra apparenza e realtà, tra verità e menzogna, nel dilemma di un’esistenza fatta di paradossi dove salvaguardare il proprio “pupo”, figura emblematica che simboleggia l’apparenza, è indispensabile per mantenere una sorta di “onorabilità” sociale; necessità tesa a coprire la disonestà intellettuale, la falsità e tutto ciò che di non autentico si annida nell’animo umano.
Si affrontano qui le tematiche sempre ricorrenti nei testi teatrali di Pirandello che - raccolti sotto il significativo ossimoro di “maschere nude” - scandagliano minuziosamente il conflitto interiore dei personaggi, sempre in lotta tra il “perbenismo” di facciata richiesto dalle regole sociali e il bisogno, represso e coperto dal “pupo”, di un’esistenza più onesta e più autentica: “A quattr'occhi, non è contento nessuno della sua parte: ognuno, ponendosi davanti il proprio pupo, gli tirerebbe magari uno sputo in faccia”- spiega Ciampa a Beatrice Fiorica, l’unico personaggio capace di ribellione alla spirale della disonestà esistenziale, personaggio-chiave attorno al quale si dipana e si sviluppa l’intera vicenda.
La trama è nota, ma vale la pena ricordarla. Venuta a conoscenza che suo marito, il Cavaliere Fiorica, la tradisce con la giovane Nina, moglie dello scrivano Ciampa, Beatrice – istigata dall’intrigante Saracena – intende denunciare il fatto. Pervasa da astio e livore, convoca in casa il delegato Spanò (in questa versione definito più modernamente “Commissario”) affinché proceda ad una perquisizione in cui si possa cogliere in flagrante i due amanti. Malgrado tutti la esortino a un ravvedimento, che permetterebbe di ripristinare una situazione scevra dai giudizi acerrimi della malpensante società e di ricondurre i personaggi nel ruolo che hanno scelto di rappresentare, l’operazione viene compiuta. I due amanti vengono colti in flagranza di reato, elemento inequivocabile, eppure abilmente celato e sostituito dal servile commissario Spanò con un ben meno grave comportamento oltraggioso verso il pubblico ufficiale. Il Cavalier Fiorica e Nina verranno arrestati ma “solo” per l’illecito perpetrato ai danni del commissario intervenuto, e dunque la detenzione durerà appena qualche ora. Occorrerà a questo punto ripristinare l’ordine morale e una, seppure effimera, parvenza di equilibrio familiare e sociale. Con un’ intuizione tanto acuta quanto cinica e amara, Ciampa, ostacolato senza troppa convinzione dall’iniziale perplessità degli altri personaggi, trova nel finale la condivisione e la complicità di tutti nell’affermare che l’unica soluzione adottabile sia quella di chiedere a Beatrice di fingersi pazza: “Basta che lei si metta a gridare in faccia a tutti la verità. Nessuno ci crede, e tutti la prendono per pazza!”. Il grido disperato, viscerale e drammatico, con cui Beatrice griderà in faccia a tutti la verità sarà l’atto manifesto attraverso cui sancirà la sua pazzia, condizione che renderà necessario l’immediato ricovero in manicomio.
Nata dalla fusione delle due novelle ”La verità” e “Certi obblighi, la commedia fu scritta originariamente in lingua siciliana e venne portata in scena per la prima volta, nel 1917, al Teatro Nazionale di Roma dalla Compagnia del capocomico catanese Angelo Musco nella sua originaria versione dialettale. Dissidi tra il drammaturgo e il capocomico inerenti il contenuto del testo (Pirandello intendeva incentrare la struttura drammaturgica sui paradossi dell’esistenza e dell’individuo, mentre Musco volle porre l’accento sugli aspetti comici) determinarono, fin dalla prima rappresentazione, tagli e accorciamenti rispetto alla versione originale.
Doverosa, questa premessa, per preludere agli aspetti che fanno di questa messa in scena un’apprezzabile versione, capace di coniugare adeguatamente gli elementi tradizionali del testo e i segmenti di nuova ideazione, che pur non si discostano dall’intenzione implicita dell’autore.
Il fiore all’occhiello dell’allestimento di Francesco Bellomo che, insieme a Moreno Burattini e a Pino Caruso stesso, cura in maniera pertinente e originale anche l’adattamento, si ravvisa infatti nell’accurato lavoro di recupero di alcune scene che in origine furono tagliate e che in questa messinscena vengono rappresentate in favore di un simbolismo strettamente correlato al significato drammaturgico dell’opera: il secondo atto si apre con l’entrata in scena di Beatrice che, irritata e piena di paura, grida terrorizzata e indispettita perché ha scoperto due scorpioni nascosti nella biancheria, chiaro riferimento metaforico al tradimento che si insinua e penetra nella sciagura familiare.
Altro elemento distintivo, che valorizza questo particolare allestimento rispetto alle innumerevoli precedenti rappresentazioni, è l’attenzione espositiva prestata alle pieghe sottili del tessuto drammaturgico, laddove fatti o persone che nel testo risultano solo sottesi o sottintesi, trovano luce e valente espressione scenica; scelta che conferisce all’intero impianto drammaturgico una maggiore e più efficace rispondenza al messaggio che l’opera, in questa versione che risulta in fondo molto tradizionale, vuole trasmettere.
Pregevole l’intuizione di aver voluto addirittura aggiungere – con una scelta registica finalmente innovativa – scene e battute che nel testo originario non compaiono ma che Pirandello, pur scegliendo di non renderle figurate, descrive distintamente. Di grande impatto, infatti, originale e attraente, risulta la scena di apertura in cui – sulle note di una meravigliosa e struggente canzone d’amore in dialetto siciliano – si intravedono i due amanti, soffusi da un velatino nero e dalle coinvolgenti atmosfere musicali, consumare l’adulterio; fatto che sarà poi il fulcro attorno a cui ruoteranno le complicate dinamiche esistenziali di tutti gli altri personaggi e le loro fragili e ipocrite, o convenzionali che dir si voglia, identità.
Vediamo in scena, come mai prima d’ora, il Cavaliere Fiorica e Nina colti in flagranza di reato (l’adulterio, all’epoca, era così considerato) dal Commissario Lo Gatto mentre consumano il loro atto d’amore in un assetto scenografico che pone efficacemente la scena su un livello elevato rispetto a quella che, al cambio di luci, si presenterà come l’ordinario salotto dei primi anni del ‘900 di casa Fiorica. Scelta registica davvero inaspettata e apprezzabile, che fornisce allo spettatore appena seduto l’empatica visione del fatto “clou”; la rappresentazione viva – seppure “velata” – di ciò che nella struttura drammaturgica è posto come circostanza scatenante del dramma individuale e sociale, ma che non è prevista nella trasposizione del copione teatrale in cui, è noto, il Cavalier Fiorica e il Commissario Lo Gatto sono personaggi solo menzionati.
Anche il personaggio di Nina, per una precisa volontà del regista che ha voluto così più finemente caratterizzarlo nella sua (solo apparente) sottomessa devozione, viene rappresentato con l’interpretazione di una breve sequenza di battute in più rispetto al testo originale.
Il linguaggio e l’intonazione tipica della cadenza siciliana costituiscono, insieme alla colonna sonora, il tratto distintivo di un’impronta registica inconsueta, in cui si alterna il lessico dialettale siciliano più stretto nelle situazioni di famiglia, e un linguaggio meno dialettale, ma sempre connotato da evidenti accenti siciliani, nelle situazioni più formali.
Adeguato dunque Pino Caruso, siciliano doc, nel ruolo di Ciampa. Personaggio emblema del pirandellismo, il Ciampa di Caruso è un uomo dimesso e amaramente rassegnato alle ipocrisie della società “civile”; il movimento scenico è flemmatico e un iniziale moto espressivo lievemente freddo fa svaporare senza troppo pathos il celeberrimo monologo delle tre corde (la seria, la civile, la pazza) segmento prezioso e significativo dell’opera. La capacità interpretativa si svelerà sempre più intensa nel percorrere i vari stati d’animo della narrazione, dal piglio grottesco all’ironia sarcastica, fino alla culminante, disperata e liberatoria, risata finale perfettamente aderente alle sempre generose indicazioni didascaliche di Pirandello che la definisce: “un'orribile risata, di rabbia, di selvaggio piacere e di disperazione a un tempo”. Un finale davvero intenso, viscerale e avvincente.
Un plauso particolare va a Franco Mirabella, talentuoso e fortemente empatico nei panni del Commissario Spanò. Adulatorio, servile, pervaso da sottomessa riconoscenza, assoggettato alle dipendenze del Cavaliere, interpreta con abilità, e grande simpatia, l’inettitudine di Spanò, incapace di qualsiasi decisione, sempre in bilico tra il comportamento ruffiano e l’impotenza di fronte alle responsabilità che l’istituzione che rappresenta gli conferisce.
Degna di particolare nota l’interpretazione pittoresca, ironica, e disincantata di una bravissima Anna Malvica che, nel ruolo di Assunta La Bella, conferisce leggerezza e gradevole ironia all’ostentato perbenismo degli altri personaggi, generando consensi e applausi davvero meritati. Appassionata l’interpretazione di Emanuela Muni, in una performance in cui lascia prevalere il carattere dignitoso del suo personaggio, pur totalmente invaso dalla nevrosi di una gelosia accecante. Ottima, quasi da rimpiangerne la precoce uscita di scena prevista dal copione, Gabriella Saitta nel ruolo ben caratterizzato, intrigante e vivace, della Saracena. Nelle corde del suo personaggio, e fedele alla caratterizzazione della scrittura, Matilde Piana, nel ruolo della fedele Fana.
In conclusione una sofferta annotazione di carattere tecnico, doverosa perché va ad incidere purtroppo negativamente sulla resa performativa negli aspetti peculiari delle performance dal vivo che solo il teatro sa dare: la scelta dell’uso dei microfoni. Una scelta di cui si fa fatica a comprendere fino in fondo le ragioni, considerando che il Teatro Ghione, delizioso e accogliente gioiello teatrale, ha una dimensione contenuta e raccolta. L’uso appropriato della voce che, insieme all’espressività corporea, costituisce l’elemento essenziale di cui un attore è dotato, è il mezzo attraverso cui egli trasmette emozioni e sensazioni, perché se “le parole sono mani per le cose che non puoi toccare”, l’attore, modulando l’uso della propria voce, “accarezza” lo spettatore nelle vibrazioni dell’anima.
Attraverso il filtro del microfono, a cui si è fatto inspiegabilmente ricorso, la resa emozionale è neutralizzata dalla riproduzione indiretta, dal suono amplificato e innaturale, metallico, che non si addice e stride fortemente con il contesto e il concetto di teatro. Consente forse di ascoltare meglio, ma di “sentire” meno. Una scelta che risulta davvero imperdonabile.
Dopo il bagno di applausi meritatissimi tutto il cast in scena per lamentare, attraverso le parole di Pino Caruso, il ruolo secondario in cui viene relegata la cultura nel nostro paese, dove ancora si fa difficoltà a considerarla un investimento, e che dovrebbe – al contrario – essere percepita come una risorsa dell’economia e, soprattutto, delle menti.
Lo spettacolo rimarrà in scena fino al 17 marzo, un’opportunità per riassaporare un classico della drammaturgia pirandelliana in una particolare trasposizione in cui la cifra registica riesce ad imprimere uno stile assolutamente originale e a rendere ancor più intenso ed appassionante uno dei capolavori simbolo della drammaturgia pirandelliana da sempre ampiamente esplorato e che conserva ancora oggi una forza espressiva e contenutistica di un’attualità davvero disarmante.

 

 

Teatro Ghione - via Delle Fornaci 37, 00165 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6372294
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 17
Biglietti: intero platea 23 € (+2 € prevendita), intero galleria 18 € (+ 2 € prevendita)

 

 

Articolo di: Isabella Polimanti
Grazie a: Moreno Sangermano, Ufficio stampa Teatro Ghione
Sul web: www.teatroghione.it

 

 

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